Carlo V, per non dover mantenere grosso esercito di qua dall’Alpi, aveva tessuto una lega fra tutti gli Stati d’Italia, eccetto Venezia, che contribuissero un contingente, al quale comanderebbe il Leyva, mentre le ladre e micidiali bande dei Bisogni erano mandate in Morea e in Sicilia. Ma poichè quella fina politica dell’equilibrio mal comportava che si unissero s’un capo solo la corona imperiale e quella della Spagna, che allora comprendeva mezzo mondo, Carlo rinunziò la prima al fratello Ferdinando, massime che la Germania era volta sossopra dalle conseguenze della Riforma, e minacciata gagliardamente dai Turchi. Perocchè Solimano non avea voluto comprendere Carlo V nella pace, col pretesto ch’egli s’intitolava imperatore; mentre Francesco I, al titolo di Cristianissimo anteponendo la politica nuova che non guardava a religione, col granturco non solo fece trattato di commercio (1536), ma propose collegarsegli ai danni di Carlo per invadere Napoli; e lo facea se Venezia non avesse negato aderirvi.

I fratelli Arugi e Kaireddin Barbarossa, formidabili pirati di Lesbo, segnalatisi giovanetti col prendere due galee del papa, s’erano allogati a servizio del sultano afside di Tunisi. Il primo perì dopo essere stato terrore de’ littorali europeo ed africano: l’altro, ucciso il dey d’Algeri, prese il dominio di questa e di Tlemecen, come vassallo dell’impero ottomano; si diede in corso più largamente, e tutte le coste desolò, salvo le francesi garantite da Solimano; il quale, credendolo unico capace di tener testa al grande ammiraglio Doria, gli affidò sessantasei vascelli. Aggiungendone diciotto suoi proprj, Kaireddin traversò lo stretto di Messina, sorprese Capri, saccheggiò Procida e Terracina, menando schiavi quantità di Cristiani. Saputo che in Fondi dimorava Giulia Gonzaga moglie di Vespasiano Colonna, vantata fra le belle, pensò sorprenderla e farne dono al harem di Solimano: assalì in fatto la città, ma la duchessa ebbe tempo a fuggire.

Kaireddin, sbarcato a Tunisi con ottantamila gianizzeri datigli dal sultano, detronizzò Muley-Hassan (1533), ventesimosecondo sultano afside, e sottopose quel paese all’alto dominio della Porta. Lo spossessato rifuggì a Carlo V, il quale dalle costui sollecitazioni e da quelle de’ cavalieri di Malta si lasciò persuadere che alla grandezza non solo ma alla sicurezza della Spagna importava ristabilire la propria autorità sulle coste d’Africa, e distruggere la pirateria. Pertanto a Cagliari raccolse cinquecento navigli, guidati da Andrea Doria, con più di trentamila uomini delle antiche bande spagnuole sotto Alfonso d’Avalos marchese del Vasto; il pontefice v’aggiunse dieci galee, capitanate da Virginio Orsini; altre i Genovesi; Ferrante Gonzaga venne di Sicilia; e l’imperatore medesimo vi salì col principe di Salerno ed altri signori italiani. Prosatori e poeti celebravano l’Ercole che andava a soffocare Anteo, ma i maligni vollero dire che Carlo avesse assunta la spedizione contro il Barbarossa per isfuggire d’affrontare Solimano in Ungheria; onde si dicea che mai principe non s’era veduto fuggir dal nemico con tanto apparato[306].

Il Barbarossa avea sapientemente fortificato Tunisi e il porto della Goletta, cui proteggeano diciotto galee con cento bocche di fuoco, ventimila cavalieri mori e innumera fanteria: pure gl’Imperiali espugnarono quel porto (1535), prendendo l’arsenale e le navi. Il Barbarossa, costretto uscirne con cinquantamila uomini, prima di andarsene volea trucidare diecimila Cristiani ivi dimoranti, ed ebbe a pentirsi d’essere una volta stato pietoso; giacchè insorti voltarono contro di lui i cannoni della cittadella, onde preso tra due fuochi, fuggì in rotta a Bona, mentre gl’Imperiali entravano in Tunisi, uccidendo trentamila persone, e diecimila facendo schiavi.

Tornava Carlo carico di gloria e di debiti dalla spedizione di Tunisi, quando udì che i Francesi avevano invaso Savoja e Piemonte. In tante vicende appena ci accadde far menzione di questo paese, del quale gli storici nostri pochissime particolarità ci tramandarono, non considerandolo per italiano.

La signoria di Savoja sedeva sui due pendìi delle Alpi dalla Saona alla Sesia, e dal Mediterraneo al lago di Neuchâtel. Vedemmo (tom. VII, pag. 431 e seg.) i conti di Moriana ottenere per matrimonio il marchesato di Susa e la contea di Torino, e per conquista la Tarantasia; da Enrico VII il titolo di principi dell’impero e il feudo d’Aosta: v’aggiunsero poi la Bressa, le baronie di Faucigny e Gex e di Vaud, il Bugey, il Valromey, gli antichi comuni liberi di Chieri, Savigliano, Fossano, San Germano, Biella, Cuneo, le contee di Nizza, Ventimiglia, Tenda, Beuil con Villafranca e la valle di Barcellonetta, smembrate dalla Provenza; il Genevese, che toglieva la continuità fra gli Stati d’oltremonte; Briga e Limone, che agevolarono il passo del Col di Tenda. Il Piemonte, esteso dalla Dora Riparia alla Vauda di San Maurizio, da Gassino a Savigliano, Fossano e Mondovì, restò quasi appannaggio della linea cadetta di Acaja, fin quando nel 1418 l’imperatore Sigismondo lo investì col titolo ducale ad Amedeo VIII, il quale dal conte d’Angiò si fece confermare le terre staccate dalla Provenza, e dal duca di Milano cedere Vercelli, sicchè avesse per confine la Sesia.

Di quel tempo furono unite al ducato molte terre del paese di Vaud, sette altre ne’ contorni di Mondovì, tolte al marchese di Monferrato, come Chivasso e altri castelli del Canavese, oltre l’omaggio di molti signori e Avogadri del Vercellese, dei Fieschi di Masserano e Crevacuore, del Tizzone di Crescentino, e dei popoli della val d’Ossola. Ne restavano ancora disgiunti la contea di Tenda e il Monferrato, che, spenta l’antica famiglia d’Aleramo nel 1305, era passato in un ramo de’ Paleologhi di Costantinopoli, e si divideva nelle case di Monferrato e di Saluzzo (tom. VII, pag. 434). Inoltre grosse porzioni erano assegnate in appannaggio a principi della casa; poi la Francia teneva sempre alcuni passaggi; e nel 1375, col pretesto dell’omaggio resole dal marchese di Saluzzo, piantò sua bandiera in questo piccolo Stato, incentivo a mestare nelle vicende italiche, e contrasto perpetuo agl’incrementi della casa di Savoja, ne’ cui interessi, mediante le donne maritate in quella, troppo intrigarono e poterono i re francesi[307].

I quali, tolto di mezzo quello Stato dacchè possedettero Genova e il Milanese, vi operavano ad arbitrio, e vi passavano continuo cogli eserciti, senza tampoco chiederne licenza; tanto più ch’era dominato da principi deboli. Nel Monferrato Guglielmo IX, succeduto il 1493 a Bonifazio V di sette anni, variò sistema secondo i tutori, nè mai figurò. Alla morte di Bonifazio figlio di lui non restavano della casa Paleologa che Gian Giorgio suo zio, abate di Lucedio, e Margherita sposata a Federico Gonzaga di Mantova. Gian Giorgio, schiericato, gli succedette nel 1533, sposando Giulia d’Angiò figlia d’Isabella ch’era stata regina di Napoli; ma ben presto morì anch’egli, si disse avvelenato dal duca di Mantova, che anticipatamente avea compra da Carlo V l’investitura di quello Stato. Ma ecco disputarglielo Carlo III duca di Savoja, Francesco marchese di Saluzzo, oltre molti che allegavano ragioni su paesi particolari; cominciando di quelle gare, ove i popoli a guisa d’un patrimonio sono barattati per nozze o per stipulazioni di principi.

Carlo III il Buono (1504), di diciott’anni succedeva nella signoria di Savoja, che comprendeva tutta la riva destra del lago di Ginevra, e nel principato del Piemonte, che trovava in gran parte impegnato per appannaggio a tre vedove duchesse e ad altri principi; oltre il marchesato di Saluzzo, ancora distinto, e ligio a Francia. Carlo, debole di carattere, s’avvolse d’oscurità; lasciò che gli Svizzeri gli occupassero molte fortezze, che il Piemonte fosse corso e taglieggiato da quelli che si disputavano la Lombardia, che Ginevra si togliesse alla sua obbedienza per accomunarsi con Friburgo, poi abbracciando la Riforma, gli si sottraesse per sempre; infine si trovò infelicemente trascinato nelle guerre dei vicini.

Per acquistare il Monferrato, Carlo dovea blandire i due arbitri d’Europa: ma sebbene zio di Francesco I, il temeva come vicino; onde preferì Carlo V (1521-31), sposò Beatrice di Portogallo, prediletta cognata di questo, e ne ricevette in regalo la contea d’Asti e il marchesato di Ceva. Con queste guise egli divenne causa primaria del sormontare di Carlo V in Italia. Nè però questi gliene seppe grado; e dopo ch’ebbe tenuti lungamente in susta i varj pretendenti al Monferrato, l’occupò come feudo vacante, infine aggiudicollo al marchese di Mantova (1536), che con trentamila ducati erasi guadagnato uno de’ suoi consiglieri. Il duca di Savoja si gridò ingannato, ma quando Carla V già erasi invigorito in modo da non temere più le sue inimicizie.