Il Cristianissimo, vistolo parziale ai Cesarei, ne occupò gli Stati, e si fortificò a Torino e in altri luoghi, saccheggiando Rivoli[308], Grugliasco, Carignano, Chieri e Savigliano. L’imperatore, allorchè, reduce dalla spedizione contro Tunisi, udì avere i Francesi invaso il Piemonte, proruppe in invettive, rinnovò la sfida contro Francesco, e giurava ridurlo il più pitocco gentiluomo del suo paese. Ma cauto anche nell’ira, lo addormenta con trattati, mentre in Lombardia fa massa di Tedeschi, Spagnuoli, Italiani, coi quali ricupera gran parte delle terre piemontesi, e si propone d’invadere la Francia, e già ne scomparte fra’ i suoi le grandi signorie, e dice a Paolo Giovio: — Tempera la penna d’oro, che vo a darti gran materia di scrivere». Gli astrologi predicevano che il Leyva era fatato a conquistare la Francia, onde, contro al parere de’ migliori, fu a lui confidato l’esercito; ma avendo ad un prigioniero francese domandato quante giornate vi voleano dai confini a Parigi, — Dodici (gli fu risposto), ma giornate campali».

In fatti la spedizione trovava in Provenza le campagne deserte, la guerra di bande implacabile, alfine anche la peste, tanto che l’imperatore vergognosamente dovette ritirarsi, tra ferocissime vendette dei paesani; e il Leyva tal dolore ne concepì che gli consunse la vita.

Il conte Guido Rangone modenese, che s’era posto a capo di quanti favorivano ai Francesi in Italia, e che s’erano attestati alla Mirandola, con buon numero di questi tentò Genova (1537), ma essa non rispose; ond’egli, dato volta, prese Chieri, Carmagnola, Bricherasio, Cherasco, altre città, e sciolse l’assedio che a Torino avea posto Gian Giacomo Medici. E fra un re zio e un imperatore alleato, Carlo III restava spoglio de’ dominj, giacchè Francia teneva da Moncalieri all’Alpi; l’imperatore, col pretesto di sicurezza, metteva presidio in Asti, Fossano, Vercelli[309].

Ma improspere succedevano all’imperatore le fazioni ne’ Paesi Bassi, sollevatisi contro la tirannia di lui, che colla libertà religiosa volea strapparne anche le franchigie comunali; Solimano granturco, sollecitato da re Francesco, invadeva l’Ungheria, bersagliava il Napoletano, minacciava la Toscana; per sobillamento de’ Francesi moveasi a sollevazione Siena. Il nuovo pontefice Paolo III insinuò una tregua (1538), fissando all’uopo un congresso a Nizza di Provenza; e colà indirizzossi con gran solennità. Ma passando da Parma si litiga a chi deva toccare la mula di lui; nella baruffa il maestro di stalla resta morto, il papa e i suoi rifuggono in duomo. A Nizza poi esso papa voleva avere in mano il castello; il pretendeano Francesco I e Carlo V; il duca di Savoja ricusava di cederlo a chicchefosse, nè tampoco accolse entro la città il pontefice: i due re poi, l’uno volendo come preliminare il possesso del Milanese, l’altro negandolo, nè tampoco acconsentirono di abboccarsi; il papa, che si vantava abilissimo negoziatore, propose le condizioni separatamente (18 giugno), ma non potè ottenere che una tregua per dieci anni, serbando ciascuno quel che possedeva, cioè Piemonte e Savoja restando a tutt’altri che a’ suoi principi.

Carlo III rimostrava a suo cognato Carlo V come gli eserciti imperiali avessero malmenato il Piemonte, ad onta del denaro da lui profuso onde impedirlo; Fossano spese fin trentamila scudi; altre città andarono a sacco o dovettero riscattarsene; in sei mesi il danno non fu minore di tre in quattromila scudi il giorno, senza contare le case bruciate, le robe disperse. L’imperatore mandava un gentiluomo ad assumere informazioni, e protestare che i sudditi del cognato teneva a cuore quanto i proprj; ma il marchese di Pescara scriveva contemporaneamente che le truppe bisognava mantenerle, e accampatosi nel Piemonte, ve le lasciò vivere a discrezione; Torino e Chieri se ne difesero a viva forza; le paghe imperiali non venendo mai, bisognava supplirvi per paura di peggio; quando poi se ne andarono, trassero seco una quantità di fanciulle[310].

Agli avidi Tedeschi sottentrarono i generosi Francesi; il cavalleresco De Foix, presa Susa, la guarnigione rimandò in camicia a Torino, benchè fosse novembre; il connestabile Montmorency, avuto in dedizione il castello d’Avigliana, fece impiccare il capitano Orzo siciliano che l’avea difeso valorosamente. Così soffrivano i popoli, mentre litigavano i re.

Carlo V, accorrendo a domare i Fiamminghi ribellati, attraversò la Francia, e stretto dal pericolo più che vinto dalle cortesie, promise a re Francesco d’investire il Milanese a un figlio di lui; ma dopochè ebbe infrenato gl’insorgenti col braccio del terribile Medeghino, pose in non cale la promessa, ed assegnò il Milanese al proprio figlio Filippo. Sentivasi dunque in aria una nuova guerra; e re Francesco, ingelosito dei vanti che Carlo davasi come vincitore dei Turchi, stimolava Solimano contro l’Austria. Di questi maneggi del Cristianissimo più non v’è dubbio[311]; e l’alleanza, dissimulata in sulle prime, manifestò dacchè gli Austriaci assalirono Marsiglia, e il Mediterraneo portò sul suo dorso le galee del Barbarossa palvesate con que’ gigli d’oro che san Luigi avea sventolati contro i Musulmani. E quali fossero questi Barbari che Francesco traeva nel cuor dell’Europa, lo dica il sapere che, dovendo egli ricoverarli nel porto di Tolone, fece sloggiare dalla città tutti i suoi sudditi e devastare i contorni, affinchè la bellezza della Provenza non li tentasse.

Ministro di Solimano era Ibraim da Parga, nato suddito di Venezia e a questa propenso, sicchè indusse il suo padrone a rinnovare con essa trattati di libertà e sicurezza di commercio. Ma essendosi scontrate (1537) navi venete con turche, nacquero dissidj pel saluto e pei segnali, e dietro a ciò qualche avvisaglia; e per quanto Venezia mandasse scuse, e punisse, e scendesse alle umiliazioni che incoraggiano l’oltraggio, Solimano volse sopra Corfù le truppe che aveva allestite contro Napoli: ma non riescirono che a togliere molte minori isole della repubblica o di Veneziani.

Carlo V profittò per combinare una lega fra Venezia, l’imperatore di Germania e Paolo III, onde non cessare più la guerra finchè non fosse smorbata l’Europa dai Turchi. Già se ne spartivano l’impero; a Cesare Costantinopoli e il titolo imperiale; a Venezia gli antichi possessi e la Vallona e Castelnuovo di Dalmazia; Rodi ai cavalieri[312]. Venezia, fatto denari in ogni modo, allestì un grosso navile; ma il papa non volle concederle d’impor le decime sui beni del clero fino alla somma di un milione di zecchini[313]: Spagna stitica sugli approvvigionamenti in Puglia, e tardò mandare le navi capitanate dal Doria.

Questo ammiraglio, cui spettava la capitananza dell’impresa, poco benevolo a Venezia come genovese, e stando alto di pretensioni a petto di Vincenzo Capello generale dei Veneti, e del patriarca Marco Grimani generale delle galere pontifizie, lasciò sfuggirsi le occasioni di distruggere il Barbarossa, già a Lépanto battuto dal Capello; anzi ritirandosi, abbandonò soli i Veneziani a difendere la principale isola del Jonio, e sostenere una guerra suscitatale dal vanitoso schiamazzo della lega. Conoscendosi traditi, fosse dal Doria o dal suo padrone, e vedendo Solimano e Barbarossa fare nuova massa per assalirli a Candia e nel Friuli, rannodarono trattative colla Porta. Antonio Rincone, fuoruscito spagnuolo, ambasciadore di Francia, onde secondare la benevolenza di Francesco I per Solimano, tradiva la repubblica, e vuolsi che, oltre aizzarle il granturco, lo informasse che le istruzioni segretissimamente date dai Dieci ad Alvise Badoero estendevansi fino a poter cedere Malvasia e Napoli di Morea. Pertanto il granturco si ostinò a volerle, e trattò di bugiardo l’ambasciatore che negava a tanto arrivassero i suoi poteri. Fu dunque forza condiscendere, e si stipulò la pace (1540) pagando trecentomila ducati, cedendo tutta la Morea, Nadinao e Laurona sulle coste di Dalmazia, Sciro, Patmo, Egina, Nea, Stampalia, Paros e Antiparos: donde, disperati del vedersi consegnati ai Turchi, i Cristiani migravano in folla.