Di sì rovinoso accordo non sapeva darsi pace il popolo di Venezia; gridava traditori il Badoero e il Rincone, che ebbe lo scambio; i suoi complici furono mandati al supplizio. Forse non erano che i soliti sfoghi della plebe, la quale in ogni disgrazia domanda una vittima.

Poco poi Francesco mandava per assodare l’alleanza colla Turchia (1541), e concertare nuovi assalti contro l’imperatore; e con ricchissimi doni tornavano i messi, che erano il predetto Rincone e Cesare Fregoso fuoruscito genovese[314], quando gl’Imperiali li colsero al Po, e, si disse, dopo lungamente tormentatili nel castello di Milano, gli uccisero. Dalle loro carte poterono argomentarsi i disegni del Turco; laonde Carlo V s’accese viepiù all’impresa che già meditava sopra Algeri.

In questa città della costa di Barberia aveano posto nido i pirati musulmani, nè sicurezza restava più nel Mediterraneo se non ne fossero snidati. Ardua però era l’impresa, e Carlo V conoscendone le difficoltà, con gran cura vi s’allestì; chiamò marinaj d’Italia e Spagna, galee da Genova, Napoli, Venezia; raccolse in Sardegna ventimila fanti e duemila cavalli spagnuoli, tedeschi, italiani, la più parte veterani, e fra essi Fernando Cortes conquistatore del Messico e della California, Pier da Toledo, Ferrante Gonzaga, Stefano Colonna, il marchese Spinola, il duca d’Alba, cento cavalieri di Malta con mille soldati, assai dame spagnuole, ducento vascelli di guerra, trecento di carico, settanta galee.

Essendo già innanzi l’ottobre, Andrea Doria ripeteva all’impresa disopportuna la stagione; ma non fu ascoltato: ed ecco sinistrare il tempo; poi la burrasca più sformata che il Doria avesse in cinquant’anni veduta, manda a picco porzione della flotta, il resto sdrucisce; pioggie stemperate riducono il campo in un pantano; l’imperatore, costretto alla ritirata sotto gli occhi del nemico, per raggiungere un imbarco dovette coll’esercito traversare mille pericoli, facendo tre leghe in tre giorni senza viveri, e bersagliato incessantemente. Una nuova tempesta nel ritorno fa perdere la conserva alle navi, che stentatamente approdarono quali in Ispagna, quali in Italia: e Carlo a fatica sopra un cattivo legno tornò sul continente.

Intanto Francesco I strepitava per l’uccisione de’ suoi legati e per la mentitagli promessa del ducato milanese; agli assassinj dell’Austriaco opponeva la subornazione, con cui erasi guadagnato i castellani di Pizzighettone, Cremona, Soncino, Trezzo, Lecco, e alcuni Sanesi e molti Piemontesi. Allora repentino con tre eserciti (1544 14 aprile) assalta i Cesarei a Perpignano, nell’Artois, nel Luxemburg, mentre la flotta turca condotta dal Barbarossa e montata dall’ambasciatore del Cristianissimo devasta le coste italiane, brucia Reggio, si affaccia all’imboccatura del Tevere; e a fatica le buone provvigioni di Cosmo de’ Medici camparono la Maremma.

Infieriva in questo mezzo la guerra in Ungheria, in Francia e nella sommità occidentale d’Italia; poichè re Francesco, infellonito contro Carlo di Savoja perchè dall’imperatore avesse accettata in dono la città d’Asti, allegò pretesti onde chiedere la restituzione di Nizza; e perchè il duca la negò, questa fu assediata dai gigli d’oro, uniti alla mezzaluna[315]. La città dovette cedere (1543 maggio), ma il castello tenne saldo, sicchè il Barbarossa se n’andò menando seco molti Nizzardi pel remo o per gli harem, gran numero di Mori regalatigli dal re di Francia, e quanti Turchi prigionieri trovò sulle navi francesi, le quali depredò non meno delle nemiche. Ma la flotta siciliana colse quattro navi che portavano ai bagni ed ai serragli turchi cinquemila cristiani e ducento vergini sacre, e li condusse a Messina. Anche l’anno dopo il Barbarossa devastò l’Elba, arse Piombino, prese Telamone, Portercole, il Giglio; ad Ischia, Procida, Lipari predò ricchezze e persone; e col turco fece maledire il nome francese. Stimaronsi a dodicimila i rapiti; gran parte de’ quali, stivati nelle carene, perirono di puzzo, e furono gettati al mare. Nè quanto visse, il Barbarossa lasciò mai riposo al littorale d’Italia: lui morto (1546), Dragut sangiaco di Mantesce, or da solo, ora col granvisir corseggiando, occupò Bastia, ritolse Tripoli ai Cristiani, e ne fu fatto governatore; e contro lui fu duopo fortificare Ancona, Civitavecchia, Roma stessa.

I Cristiani lo lasciavano fare per uccidersi tra loro nella guerra del Piemonte; della quale sorpasseremo i particolari per dire come a Ceresole presso Carmagnola duca d’Enghien diede la prima battaglia (1544 14 aprile) dopo otto anni di guerra; ove gl’imperiali, condotti dal marchese del Vasto, andarono a pezzi, lasciando ottomila morti, tremila prigionieri; Saluzzo, Carignano, Alba, Mondovì, Casale e tutto il Monferrato furono presi, e poteva esser anche il Milanese, contro di cui movea Pietro Strozzi.

A dispetto del padre, questo era entrato a servigio di Francia (18 7bre), conoscendo quanto importasse d’imparare le armi per usarne a liberare la patria; dal re aveva avuto in dono la borgata di Marano nel Friuli, ed esso la vendette ai Veneziani per trentacinquemila ducati[316], coi quali armò diecimila uomini, la più parte migrati italiani, e con questi tentò un’arditissima punta sopra Milano; e la prendeva se le promesse sollevazioni del popolo non fossero fallite, e se Francesco non avesse temuto pel proprio regno, minacciato da Carlo V e da Enrico VIII, che dalla Picardia s’avvicinavano a Parigi. Pietro, sconfitto presso Tortona, attraversò paesi nemici con variati travestimenti, sinchè raggomitolò quattromila fanti de’ migliori d’Italia, e giunto in Francia, volò a combattere gl’imperiali verso le Fiandre.

Ai furori pose termine la pace di Crêpy, per la quale Francesco I rinunziava al diretto dominio sopra la Fiandra e l’Artois e alle pretensioni su Napoli; restituiva a Savoja quanto le avea sottratto dopo la tregua di Nizza; Carlo III a vicenda rinunziava alla Borgogna, disputata eredità di Carlo il Temerario, e che d’allora restò francese.

Tale risoluzione aveva la diuturna lotta fra Carlo V e Francesco I, nulla vantaggiando nè l’uno nè l’altro da tanti disastri de’ popoli, e dell’aver aperto l’Occidente agli Ottomani. Poco mancò che le pretensioni sull’Italia cagionassero lo smembramento della Francia. Carlo ebbe la soddisfazione di vedere il suo nemico prigioniero e supplicante; eppure non conseguì un sol brano della Francia; e l’opposizione di questa, che non esitò d’appoggiarsi al Turco e ai Protestanti, ruppe i suoi sterminati divisamenti.