Italia giaceva sfinita da quattro guerre. La prima di Carlo VIII non fa che avviluppare gl’intrighi, acuire gli appetiti stranieri, rivelare la forza dell’unione e l’impossibilità di mantenerla: la seconda tra Carlo V e Luigi XII, quando già il sistema militare erasi trasformato a segno che non si poteva più correre da un capo all’altro della penisola, ma bisognava combattere eserciti e fortezze, sconnette l’equilibrio della politica artifiziale, e ribadisce le più belle contrade alla dominazione forestiera: quella tra Francesco I e Carlo V dilata su tutta la penisola l’ingerenza austriaca, e più non lascia se non che i vincitori si straziino per disputarsene i brani: nell’ultima il solo Piemonte è corso da Imperiali e Francesi, pessimamente ridotto per l’ambizione di codesti estrani, gareggianti di valore e di ferocia. Italiani trucidavano Italiani, perchè gli uni portavano le insegne imperiali, gli altri le francesi; ogni città e terra veniva presa e ripresa, e trattata da ribelle dagli uni e dagli altri, e le forche finivano chi era campato dalle spade. Pure la rivalità delle due potenze impedì che il Piemonte o divenisse provincia di Francia, o fosse aggregato al Milanese. La più parte ne restò in mano de’ Francesi; e Asti, Lanzo, Vercelli e qualche altro cantone, salvato al duca, erano occupati da guarnigione imperiale. Il re di Francia pareggiava i Piemontesi ai proprj sudditi, e istituì a Torino un parlamento, destinandovi presidente il milanese Renato Birago d’Ottobiano[317]; ma i popoli non sapeano indocilirsi al giogo straniero, studenti e maestri sparvero dall’Università torinese, e i contadini lasciavano il grano non raccolto alla campagna.
Il duca d’Orléans, cui era destinato il Milanese, morì poco poi, e si volle dire per veleno propinatogli da Carlo V; sicchè la sorte del Milanese tornava in discussione, e con essa la pace: tanto più che Carlo querelava Francesco di non isgombrare il Piemonte. Francesco poco tardò a morire (1547 31 marzo), lasciando il trono ad Enrico II: ma l’odio nazionale sopravviveva, e presto proruppe con nuove jatture della povera Italia.
CAPITOLO CXXXVIII. Doria e Fieschi. I Farnesi. Gli Strozzi. Guerra di Siena. Cosmo granduca.
Erasi ricantato che la debolezza d’Italia veniva dall’impedire i signorotti ogni potenza più vigorosa; che le sue turbolenze derivavano dalle repubblichette e dalla mancanza di regolari successioni: ora i signorotti erano repressi, le repubblichette soffogate, stabilite le dinastie; bella felicità che ne seguì! Fu anzi chiaro che la moralità di un popolo, ben più che dalle guerre civili ove in battaglia aperta cade chi colpito dal giudizio di Dio, è peggiorata dai repressi rancori, dalle impotenti trame, dal cupo terrore; dagli assassinj, siano quelli che i potenti mascherano col velo della giustizia e il pretesto dell’ordine, siano quelli in cui si sfogano le passioni, invelenite dalla compressione e ammantate di politica. Siffatti delitti esprimevano gli spasmodici guizzi dell’agonia dell’indipendenza italiana.
Genova, accomodata da Andrea Doria di nuova costituzione, oltre esser divisa in parte guelfa e ghibellina «come generalmente tutte le terre d’Italia» (Varchi), era ancora in nobili e popolani, questi ultimi in cittadini e plebei, e i cittadini di nuovo in mercanti ed artefici. Le famiglie, nobili o no, che avevano primeggiato negli affari politici, soleano crescersi potenza coll’aggregarsene altre meno illustri ma numerose; laonde, non per vincolo di sangue, ma per comunanza d’interessi o di fazione, si erano formati degli alberghi, portanti il medesimo cognome e stemma, associati nei litigi, negl’impegni, nelle votazioni. Del popolo parte si schierava cogli Adorni guelfi, parte coi Fregosi ghibellini: prevalsi questi, a nessuna persona nobile o di parte guelfa erano accessibili le magistrature, e ghibellino e plebeo fu sempre il doge fin dalla metà del secolo XIV. Siffatte discordie partorirono la servitù; e la servitù comune ritemprò la fratellanza degli oppressi, talchè, se non spente, rimasero sopite le rivalità.
Allora dunque che fu assicurata l’indipendenza dal disinteresse di Andrea Doria, dodici riformatori istituiti per istabilire un governo tolsero ai Ghibellini e popolani quel privilegio delle cariche, accomunandole a tutte le antiche case possidenti e contribuenti, che vennero a costituire i gentiluomini; ciascuna famiglia avente in Genova sei case aperte, formasse un albergo, al quale come a nocciolo si aggregassero le stirpi meno facoltose, mescolando guelfi e ghibellini, nobili e popolani, di modo che le stirpi cessassero di rappresentare i partiti, e si scomponessero i casati degli Adorni e Fregosi, che perpetuavano la memoria de’ rancori. Questi ventotto alberghi uscirono così: Calvi, Cattani, Centurioni, Cicala, Cybo, Doria, Fieschi, Fornari, Franchi, Gentili, Grillo, Grimaldi, Giustiniani, Imperiali, Interiano, Lercaro, Lomellino, Marini, Negro, Negroni, Pallavicini, Pinelli, Promontorio, Salvaghi, Sauli, Spinola, Usodimare, Vivaldi; dai quali si scelsero quattrocento senatori annui a sorte, e cento a palle, che nominavano alle altre cariche. Di tali alberghi doveva essere il doge; e il primo fu Oberto di Lazzaro Cattaneo.
Al Doria, sebbene avesse ricusato d’esser principe, una specie di dominio assicuravano i benefizj e la virtù; teneva in porto navi proprie, e proprj soldati su quelle e a custodia del suo palazzo. Egli non trascese le condizioni di cittadino, ma quelli stessi che ne rispettavano la benemerenza, temevano volesse trasmettere l’autorità al nipote Giannettino, al quale invecchiando avea ceduto il comando delle galee; valente uomo di mare, ma superbo e dissoluto, e che della potenza dello zio e della grazia dell’imperatore abusava a soddisfacimento di sue passioni. Particolare dispetto ne concepiva Gianluigi del Fiesco, conte di Lavagna e signore di Pontremoli, disordinato, ambizioso, cupido non di liberare la patria, ma di dominarla, e che nel mentre piaggiava il Doria, s’intese con Francia, col papa, col duca di Parma per disfare ciò che l’imperatore avea ricomposto, e scassinare in Italia la potenza imperiale, ch’era minaccia di tutti. Dentro poi carezzava artigiani e marinaj largheggiando; col pretesto di allestir navi contro i Barbareschi, chiamò da’ suoi feudi molti fidati, e trasse a sè l’antica parzialità dei Fregosi. Tutto preparato, i congiurati levano rumore, uccidono Giannettino (1547 2 genn.), han in mano la flotta di Andrea Doria, al quale riuscì di fuggire; gridano libertà, ma fra il trambusto Gianluigi s’annega casualmente, i suoi perdono la testa e vanno dispersi, e il Doria tornato, sanguinosamente racconcia il freno alla patria.
Tre anni dopo, Giulio Cybo cognato del Fiesco ritessè la congiura, e fu decapitato. La Corte spagnuola, pentita della generosità dopochè fu signora del Milanese a cui per Genova avrebbe avuto libero accesso, tentò alcuna volta occuparla, ma Andrea la schermì; acquistò alla repubblica il marchesato del Finale; mosse pure contro la Corsica, ammutinata dai Francesi finchè la rinunziarono nella pace di Cateau-Cambrésis (1560); e sino ai novantaquattro anni egli continuò a proteggere la patria, mentre Dio proteggeva lui dai coltelli, cui ricorrevano allora i regnanti non meno che i cittadini.
Però le gelosie interne ribollivano; e alle antiche distinzioni tolte dalla legge del Garibetto, pubblicata dopo la congiura di Fiesco, ne sottentrarono altre fra l’antica nobiltà e la nuova, e fra esse due classi e il popolo escluso: quelle fuggivano ogni contatto con questo, tenendo e banchi e divertimenti e fôro separati[318]. Prorompeva dunque la discordia civile, finchè il papa, il re di Spagna e l’imperatore chiamati arbitri (1576), stabilirono fossero scomposti gli alberghi, ripigliando ciascuna famiglia i prischi nomi, senza divario da vecchi a nuovi, da popolani ad aggregati; il doge fosse biennale, come continuò fino al 1797; il maggior consiglio constasse di quattrocento, dei quali, cento formassero il minore; e trenta scelti da questo nominassero i membri de’ due consigli. Il potere esecutivo apparteneva al doge coi due collegi del senato e di otto procuratori del comune, specialmente attesi alle finanze, estendendosi fino al far grazia, derogar testamenti, avocare cause da qualsifosse magistrato, accordare o negare l’esecuzione de’ brevi pontifizj, vigilare sulla religione. Al potere legislativo partecipavano i due collegi coi due consigli annuali. Li coadjuvavano molti magistrati, la più parte collegiali, e tutti con qualche brano anche di giurisdizione: l’ordinaria spettava a una rota civile e ad una criminale, composte ciascuna di tre giurisperiti stranieri, eletti dai consigli sovra proposizioni de’ collegi; al qual modo era pure eletto il procuratore fiscale. La repubblica allora contava da trentacinquemila abitanti[319].
Tolta ogni differenza di setta e d’origine, i cittadini attivi e in pieno possesso de’ diritti politici, erano iscritti nel Liber civitatis, che poi si tramutò in libro d’oro, dove si registravano tutti i nati legittimi, i quali a ventun anno partecipavano al governo. Poteano esserne depennati, per esempio, se esercitassero arte meccanica; e ogni anno s’apriva il libro a dieci popolani: ma poichè si richiedeva grossa spesa e i nobili stessi doveano trovarli meritevoli, tale aggregazione s’avverava rarissimo. Quest’eguaglianza fra i nobili saldò l’aristocrazia. Veruna parte restava al popolo minuto, nè a quel della campagna: pure non ne rimase mai tolta l’energia, come a Venezia; e sì poco invecchiò, che ducent’anni più tardi seppe mostrare l’aborrimento a quella servitù, cui l’Italia avea fatto il callo.