Lucca[320] tentava grandemente l’avidità di Cosmo de’ Medici; ma essa se ne schermì tollerando le provocazioni di lui, e tenendosi raccomandata all’imperatore, i cui consiglieri guadagnava a gran prezzo. Però Francesco Burlamacchi, scaldato dalle storie antiche di Plutarco, e massime dalle glorie tirannicide di Timoleone, Pelopida, Arato, Dione, e propenso alle dottrine protestanti, divisò di resuscitare a libertà l’Italia (1546), e delle poche truppe che per l’uffizio suo di gonfaloniere potea radunare, fare il nocciolo attorno a cui si unissero Pisa sempre sospirante l’antica indipendenza, Pescia, Pistoja, Siena, Perugia, Bologna; presa Firenze, si sbratterebbero degli stranieri, tedeschi fossero o francesi, e insieme terrebbero i dominj temporali al papa, ricorrendo per ciò anche all’imperatore, il quale n’avrebbe un mezzo di contentare i suoi Tedeschi, e ricomporre le scissure della Chiesa. I profughi Strozzi, disposti sempre agli scompigli di Toscana, lo sovvenivano di denaro e di promesse: ai liberi pensatori, che non erano pochi in Lucca, prometteva colla libertà cittadina l’indipendenza religiosa. Il colpo era già sullo scocco, quando un traditore lo rapportò a Cosmo, e Cosmo a Carlo V, che obbligò la repubblica a processarlo nelle orribili guise d’allora, indi consegnarglielo, e a Milano (1556) il mandò a morte[321].
Ogni colpo fallito diviene pretesto e opportunità a serrare i freni, laonde Martino Bernardini fece ai Lucchesi accettare che si ammettessero alle cariche del governo le sole famiglie che in tale istante godevano di quell’onore, col diritto di trasferirlo alla loro discendenza, «esclusone però chiunque fosse nato in Lucca da padre forestiero o da persone di contado». Così la repubblica venne a stretta aristocrazia, che qualificavasi scherzevolmente intitolandoli i Signori del cerchiolino. E chi si elevasse per meriti di qualsia genere, veniva mandato via per la legge del discolato: legge odiosa, come quella che non puniva il delitto, ma la possibilità del delitto.
Alessandro Farnese, creato cardinale da Alessandro VI pei meriti della sorella Giulia, possedea buone lettere, molta perizia d’affari, mansuetudine ed affabilità; amoroso di belle arti, cominciò in Roma il più bel palazzo del mondo, e tenne villa splendidissima presso Bolsena; amatissimo, garbato, magnifico, non voleva usar parola che classica; credeva all’influsso degli astri; dalle fragilità umane non si tenne guardato, e frutto ne fu un figlio, diffamato poi col nome di Pierluigi. Dopo essere intervenuto a cinque conclavi, Alessandro fu eletto successore a Clemente VII col nome di Paolo III, e non volle in magnificenza parer da meno dei Medici. Ordinò a Michelangelo continuasse il cartone del Giudizio universale, fece gli orti Farnesiani sul Palatino, la Sala Regia e la cappella Paolina nel palazzo Vaticano, e animò a fabbricar quello dei conservatori sul Campidoglio, la scala doppia del senatorio e l’altro palazzo presso Araceli. Introdusse di dare udienza una volta al mese a chiunque si presentasse: tolse ai Colonna i dominj, da cui infestavano il patrimonio di San Pietro: volle gravare ai Perugini la gabella del sale, ed essi resisterono colle armi, ajutati dai vicini e condotti da Rodolfo Baglione; ma costui se l’intendeva coi papalini, che sperperarono il paese, e senza venir a battaglia (1540) rimisero al giogo i sollevati; molti furono sbanditi, di molti diroccate le case, e colle imposizioni e coi servigi obbligati a fabbricare la fortezza Paolina. Quanto alla politica esterna, Paolo III vedeva Carlo ispirare alla supremazia universale, blandire i Protestanti di Germania, e mostrare maggior cura della propria autorità che non dell’integrità della fede cattolica; ma d’altra parte non osava scoprirsi per la Francia, mobile troppo, sempre di precaria dominazione in Italia, e che non esitava collegarsi colla Turchia; laonde vacillava nelle risoluzioni.
Delle quali la più decisa era quella di fornire lautamente il suo Pierluigi. Ad Alessandro, figlio di questo, conferì la porpora a soli quattordici anni, e gli attribuì la collazione di quasi tutti i benefizi della diocesi di Novara. Pretendendo vacante e ricaduto il feudo di Camerino, il papa mosse guerra a Guidubaldo d’Urbino che lo tenea come dote dell’unica erede dei Varani; guerra grossa e lunga, finchè Guidubaldo si rassegnò a vedere il ducato conferito a Ottavio, altro figlio di Pierluigi, a quindici anni già governatore di Roma. Margherita, la bastarda di Carlo V e vedova di Alessandro duca di Firenze, avea bottinato le gioje e il denaro dell’ucciso marito; e sebbene pel sangue e per le ricchezze ne ambisse le nozze Cosmo de’ Medici, il pontefice la ottenne al suo Ottavio, confidando per mezzo di essa ottenere grande stato a’ suoi. Di fatto Margherita, troppo lontana dal contentarsi del piccolo Camerino, e così istrutta dai Farnesi, si gittò ai piedi del padre supplicandolo desse a suo marito il Milanese, giacchè il tenerlo per sè metteva tanto mal umore nei potenti. Carlo non era uomo da cedere a moine donnesche, sicchè il papa disgustato ripeteva: — Ho bell’e veduto dalla storia e dall’esperienza mia ed altrui, che mai la santa Sede non fu potente o prospera se non quando alleata coi Francesi». Messosi allora a diservire Carlo, avea favorito la congiura del Fiesco contro i Doria, e quando la udì fallita, esclamò: — Vedo chiaro che Dio ha designato che questo imperatore prevalga per rovinar la Chiesa e tutta la cristianità» (Segni). Tali propositi già indisponeano Carlo V, e viepiù il prodigare che Paolo III faceva dei beni della Chiesa a Pierluigi.
Costui, più che a governo o a guerra, valeva a sporcizie e ladrerie, sicchè serravansi le robe e le donne dovunque egli passasse; Paolo gli compativa come leggerezze giovanili colpe che faceano fremere il mondo; e per alimentarne il lusso e le ambizioni disanguava lo Stato. Procuratogli dai Veneziani il titolo di gentiluomo, benchè le loro consuetudini il ricusassero a’ bastardi, dall’imperatore la nobiltà e il marchesato di Novara e lauto assegnamento sui dazj del Milanese, lo costituì gonfaloniere e capitano generale di santa Chiesa; e poichè non potette ottenergli il Milanese o Siena, l’investì dei ducati di Nepi e Castro di Maremma; poi al sacro concistoro dimostrando che queste città erano troppo utili allo Stato della Chiesa, propose (1545 agosto) di surrogarvi Parma e Piacenza, lontane e in procinto d’essere assorbite dal potente vicino; e il concistoro disse di sì. Di tal guisa Pierluigi ebbe quel nobilissimo ducato, e il tenne come Dio vel dica. Intento ad abbassare i nobili, tanto più che nel servire a Francia s’erano addestrati alle armi, esigette che tutti i feudatari dimorassero in città, vi menassero le loro mogli al carnevale, e così tenendoseli sotto mano, li disabituava dal comandare, e ne toglieva i privilegi quando non potesse torne i possessi con fiscali sottigliezze. E in fatto privò de’ feudi i Rossi, i Pallavicini, i Sanvitali, gli Scotti, ed anche alcuni forestieri, come i Borromei, i Fieschi, i Dal Verme: dagli altri smungeva denaro, e valeasene per fabbricare fortezze con cui tenerli in soggezione; e proponeasi a modello Cesare Borgia.
Parma[322] e Piacenza aveano formato parte del ducato di Milano, fin quando Leone X se l’era fatte cedere; onde Carlo V mal soffriva di vederle in mano altrui, massime Piacenza, chiave del Po. Lo subillava don Ferrante Gonzaga governatore del Milanese, che particolarmente astiato contro del papa, sollecitavalo a permettergli «di far rubare alcuna delle terre del Farnese, con dar nome di poi d’averlo fatto di mia testa, senz’ordine e saputa di sua maestà, acciocchè con questo venisse disgravata dal carico che di ciò potesse esserle dato d’esser fatto per ordine suo»[323]. Non disdetto dal padrone, divisò un sucidissimo intrigo, e se non palese eccitamento, diè conforto a una congiura, ordita da gentiluomini delle case Anguissola, Landi, Confalonieri, Pallavicini. Costoro offrivano Piacenza a Carlo V[324], il quale a vicenda prometteva lasciar impune il sangue o i furti che si facessero quel giorno, e ricevere a omaggio tutti i feudatarj piacentini[325]. Questi dunque, assalito nel suo palazzo Pierluigi (1547 10 7bre), liberarono la terra da un mostro[326]; Piacenza gridava libertà; e quel giorno stesso don Ferrante la occupava a nome dell’imperatore, secondo il prestabilito, e sotto certe condizioni, osservate al solito modo[327]. Ottavio Farnese, genero di Carlo V, accorse per occupare Parma di nascosto del papa, minacciandolo a tal fine di collegarsi fin cogli uccisori di suo padre: del che Paolo III provò tanto dolore che ne morì (1549 9bre), e il successore Giulio III fece rilasciare quella città a Ottavio. Ma quel piccolo paese fu (come in tempi più vicini) per mettere in fuoco l’Europa, non soffrendo Carlo che potessero da quello i Francesi minacciare il Milanese, o piuttosto volendo egli da quello minacciare Modena e Bologna.
Perocchè la morte di Francesco I non aveva tronche le rivalità fra gli Austro-Spagnuoli ed i Francesi; e il suo figlio Enrico II, per far dispetto a Carlo V, tolse in protezione il Farnese, e mandò il maresciallo Cossé-Brissac nel Piemonte. Ferrante Gonzaga, i cui superbi e subdoli portamenti erano stati fomite a quella guerra, inveleniva i Tedeschi contro gl’Italiani, asserendo che costoro, «spenti che avranno gli Spagnuoli, spegneranno anche voi»; a Carlo V raccomandava di non fidarsi delle soldatesche italiane, «gente inquieta, disobbediente, infedele»; e per assicurare la Lombardia suggeriva di ridurre a un deserto il Piemonte[328]. E in fatti, costretto allargare Parma, dove assediava il Farnese e lo Strozzi, venne a desolare il Piemonte (1551), ove i soldati di Francia parevano coppe d’oro a fronte degli sregolatissimi Spagnuoli e’ Tedeschi. Intanto i Luterani davano duro intoppo a Carlo V, che, sorpreso da loro a Innspruck, fu ad un punto di restarne prigioniero; i Francesi, che avevano incitato quel partito, sollecitavano Roberto Sanseverino a ribellar Napoli; dappertutto rinverdiva la parte francese; e i malcontenti di tutti i paesi, e massime napolitani, congregati a Chioggia, pensavano ogni via di nuocere agl’Imperiali, neppur esitando a chiamare in Italia i Turchi, da cui furono abbruciate Reggio, Nola, Procida.
Tradimenti, coltelli, veleni, corruzioni che allora più che mai frequentavano, io li tacerò volentieri; solo dicendo come Carlo mandò il duca d’Alba con grosse armi, il Doria genovese portò quelle e il denaro americano a’ danni nostri, il Medeghino milanese vi unì le proprie bande. Carlo V, tenendo alle due estremità il Milanese e il Napoletano, legandosi il papa col timore de’ Protestanti, Cosmo colla necessità de’ benefizj, poteva disporre a suo senno delle forze e della politica italiana, sicchè il consolidarsi di lui guardavasi come servaggio comune; badavano dunque i nemici a suscitargli qualche avversario, e sperarono nuocergli almeno in Toscana col rivoltargli Siena.
Questa piccola repubblica meriterebbe storia ben più che alcuni grandi imperj; tanto fu piena d’attività, di senso estetico, di fede in quel medioevo, la cui virile operosità vorrebbero i liberalastri eclissar nella luce che concentrano sopra la beatitudine odierna. Le arti belle forse colà resuscitarono, certo vi fecero delle prime e più felici prove, e vi conservarono le tradizioni cristiane anche dopo che Firenze e Roma le aveano cambiate collo stile classico e coi concetti pagani. La rendeano venerabile tante memorie di santi colà fioriti, massime dacchè vi nacque l’ordine de’ Serviti, che sul cadere del XIII secolo fu un focolajo di vita spirituale. In quella era arso di zelo per Maria e pei poveri Gioachino de’ Pelacani; il bealo Giovanni Colombini, da gonfaloniere della città ridottosi mendicante volontario, con Francesco Vincenti aveva fondato un nuovo ordine; a quel di Santa Maria di Montoliveto aveva dato origine Bernardo Tolomei, dottore in ambi i diritti e in filosofia, armato cavaliere da Rodolfo d’Habsburg, e che con Ambrogio Piccolomini e con Patrizio Patrizi erasi ritirato al deserto. Vivaci erano la memoria e il culto di Bernardino da Siena, di Ambrogio Sansedoni e di Antonio Patrizi; di quel Pietro Petroni certosino, che morendo mandava a dire al Boccaccio riparasse gli scandali del suo scrivere; e viepiù di quella Caterina, che colla semplicità onde assisteva gl’infermi e ne succhiava fin le ulceri, andava a rappacificare gl’infelloniti Ghibellini, mitigare i capitani di ventura, e dar consigli ai papi (tom. VIII, pag. 149).
Siena, anche in mezzo a incessanti dissensioni, dava prova di quella floridezza, per cui un tempo aveva emulato Firenze. Arrestò il fiume per formare un lago che fornisse di pesce la città, mediante una diga di seimila canne, sulla larghezza di quattordici passi, e doveano trasportarvisi ventimila libbre di pesce dal lago di Perugia: essendo però l’opera acciabattata per guadagnare molto più del dovere, nella fine del 1492 rovinò da un lato, allagando il paese circonvicino, con morte d’uomini e di bestiame (Allegretti). Fin negli ultimi suoi tempi fece terminare l’interno del duomo di Grosseto.