Caduti i Petrucci per opera di Leone X poi di Clemente VII, Siena ricevette un governo popolare (1523): ma parendole troppo stretto, si giovò delle traversie di esso Clemente per trucidare Alessandro Bichi capo del magistrato dei Nove; e a Carlo V, partecipe o connivente a questi fatti, raccomandò la propria libertà. Egli, visitatala nel 1536, lasciò a governarla il senese Piccolomini duca d’Amalfi, e poichè le turbolenze vi continuavano, cambiollo con Francesco Sfondrato, ma sempre era sommossa dai Francesi e dai malcontenti. I Fiorentini la voleano tener dipendente, e d’accordo con papa Clemente vi mandarono un grosso esercito; ma si trovò respinto dal caldissimo valore de’ Senesi. E fu ben deplorabile che le due principali città di Toscana si danneggiassero, a mero vantaggio della casa che entrambe dovea schiacciare. Siena, non che collegarsi a Firenze per respingere i Medici e gl’imperiali, questi provvide d’artiglieria; ma subito caduta quella città, si conobbe esposta agli arbitrj de’ Cesarei, che vi ristabilirono i fuorusciti, i quali pensarono a punire gli avversi e assodare la tirannia. Alfonso Piccolomini duca d’Amalfi, generale di Carlo V, era realmente il padrone di cotesti ringhiosi, che si cacciavano a vicenda e si uccidevano.
Da ciò prendendo titolo, e dalle mene che incessantemente vi facea la Francia, desiderosa d’inquietare lo spagnoleggiante Cosmo, e istigato dagli Strozzi e loro parteggianti, Carlo mandò il ministro Antonio Granuela (1541) colla guardia tedesca di Cosmo, acciocchè riformasse quello Stato, surrogando una stretta oligarchia da sè dipendente, e con tribunale a cui presedesse un cesareo; vi stanziò anche guarnigione propria, che, al solito, non pagata, dovendo vivere a discrezione come in terra nemica, diede motivo a più d’una sollevazione. Pertanto Carlo V la crebbe, e l’affidò a don Diego Hurtado de Mendoza. Grand’amatore delle lettere era costui, ed uno dei primi scrittori spagnuoli: ambasciadore a Venezia, poi al concilio di Trento e a Roma, valutava al vero quella posizione fra d’ingannatore e d’ingannato, e fu volta che esclamò, — Qual miserabile genìa è mai un ambasciadore!» A Siena si comportò con superbia e spavalderia, esigliava i giovani d’ingegno e valore, disarmava gli altri, mentre conniveva agli abusi de’ soldati ladri e non pagati; fece morire un Politi che consigliava a non festeggiarlo di troppo; consigliava a Carlo di darla a suo figlio Filippo, acciocchè di là tenesse in freno e il papa e la Toscana e il popolo riottoso; e per quanto i Senesi si opponessero e reclamassero all’imperatore, vi cominciò una fortezza; inevitabili spedienti d’un governo oppressore. Il romito Brandano, detto il pazzo di Cristo, andava gridando per le vie, In vanum laborant qui ædificant eam; i Senesi menarono devote processioni e offrirono alla Madonna chiavi finte della città; al che il Mendoza esclamava: — Gliele presentino, purchè le chiavi vere stiano in mia mano». Con questi trattamenti la città più ghibellina, fu ridotta avversissima agli Imperiali.
Cosmo, che pur era il più necessario alleato di Carlo, oltre vedere di mal occhio così vicini gl’Imperiali, desiderava per sè quella città, come parte del proprio paese: la desiderava Paolo III per suo nipote Enea Piccolomini, e per mortificare Cosmo. Fra gli amici di Francia adunati a Chioggia discuteasi del come soccorrerla; proponeasi che i Francesi assalissero Orbitello, e quando gli Spagnuoli uscivano a difenderlo, i sollevati ucciderebbero il Mendoza: intanto i Senesi, che indarno aveano tentato ripristinare la democrazia, e che nelle elezioni annuali erano sempre straziati dai parteggiamenti de’ popolani e del monte dei Nove, congiurarono, capo Cesare Vajari, insorsero (1532), e colle barricate e col fuoco costrinsero gli Spagnuoli a ritirarsi: fecero quelle gazzarre, troppo solite in cotesti trionfi popolari; ma uno spagnuolo uscendo diceva: — Senesi valorosi, bellissimo colpo voi faceste, ma badate bene all’avvenire, che avete offeso troppo grand’uomo». I sollevati tenevansi sicuri sui Francesi, allora tornati in guerra cogli Austriaci, e che mandarono navi di conserva colle turche per devastare quella marina e le isole, rimedio peggiore del male; poi entrarono in Siena, promettendo libertà. I cittadini si smaniarono a distrugger la fortezza, colle lagrime agli occhi gridando Vittoria, Libertà, Francia; fecero dipingere dal Sodoma sulle pareti i santi loro cittadini Ausano, Caterina, Bernardino, e su porta Pispini una vergine in gloria colle parole Vittoria e Libertà; trassero fuori lo stendardo di san Sebastiano, che moveasi solo per le grandi occasioni,e «passarono due mesi allegramente, senza più ragionare di guerra, ma solo si attendeva a banchetti, caccie e piaceri»[329]. Tanto i vulghi s’assomigliano sempre e dappertutto!
Montalcino, la terra più salda di quello Stato, fu difesa da Giordano Orsini, finchè gli Spagnuoli se ne staccarono per proteggere le coste dai Turchi, i quali devastavano la Sicilia, spogliavano la Pianosa e l’Elba, prendeano quasi tutta la Corsica, sterminando i Genovesi. Carlo V, non lasciandosi abbattere dai rinascenti guaj, drizzò verso Italia molta gente tedesca; molta spagnuola fece portare sulle galee del Doria, con l’oro americano; e a don Pier di Toledo, vicerè di Napoli e suocero del duca Cosmo, diede incarico di ridurre Siena all’obbedienza. La costui morte ritardò l’impresa; però fu lasciato arbitrio a chiunque di correre sopra Siena, talchè ne venne guerra di stupri e assassinj contro paesani e imbelli. Poi mentre i Francesi munivano i castelli del Grossetano, e il governo senese metteva in assetto diecimila fanti e cinquecento cavalli, l’imperatore affidava l’esercito ad Alessandro Vitelli.
Il duca Cosmo, se odiava i Francesi, temeva gli Spagnuoli, e prevedendo si troverebbe in balìa di qual dei due vincesse, reggevasi su due piè; mostrando non darsi per inteso dei moti di Siena, adocchiava al proprio profitto; lasciava che truppe ed eserciti francesi attraversassero la Toscana, ma intanto allestitosi d’armi, assalse i castelli che circondano Siena. I Senesi, che mai non aveano temuto da Cosmo un attacco risoluto, si accinsero a respingerlo con quell’eroismo, che i popoli spiegano negli estremi loro momenti. L’annunzio d’una guerra suona speranza ai popoli oppressi, che non s’accorgono com’essa non faccia che aggiungere un nuovo male ai precedenti: e subito vennero a farvi prove molti gentiluomini d’Italia, Aurelio Fregoso, Cornelio Bentivoglio, Flaminio d’Astabbia, Mario Sforza di Santafiora, Paolo e Giordano Orsini, Bonifazio Gaetani, Gerolamo della Corbara; altri furono soldati dai Francesi come condottieri, Lodovico Carissimi, Camillo Martinengo, Ottavio Thiene, Fulvio Rangoni, Adriano Baglione, il conte della Mirandola.
Pietro Strozzi, figlio della Clarice Medici e di quel Filippo che finì in carcere, partecipò alcun tempo ai vizj del duca Alessandro, poi stomacatosene fuggì in Francia, e sostenuto da Caterina de’ Medici regina e dal proprio valore, divenne gentiluomo del re, e fin maresciallo. Avea menato seco «la più bella compagnia che mai si fosse veduta di duecento archibugieri a cavallo, i meglio in punto che si potessero, ciascuno con due buoni cavalli, con eccellenti armi dorate, e avvezzi i più alla disciplina di Giovanni dalle Bande nere»[330]. Questi veterani, più non potendo spiegarlo per la patria, usarono il valore per Francia nella guerra di Borgogna e di Piemonte, poi in quella contro gl’Inglesi.
Lo Strozzi intanto mestava senza riposo nelle cose d’Italia; la girò più volte travestito per togliere or la Corsica a Genova, or Genova al Doria, or Piacenza ai Cesarei, soprattutto Toscana ai Medici, e in generale l’Italia agli Imperiali, proposito ch’egli diceva impressogli dal cielo. Parve venirgliene il destro quando il re di Francia lo destinò suo generale a difendere Siena da Cosmo e da Carlo V; e drappellava una bandiera verde col dantesco Libertà vo cercando ch’è sì cara. Appoggiavalo la flotta comandata da suo fratello Leone, priore dell’ordine di Malta, uno de’ più arditi uomini di mare, che a servizio di Francia avea menato l’armata navale a difendere Maria Stuarda contro la regina Elisabetta d’Inghilterra; erasi costituito emulo del Doria; una volta, fingendosi imperiale, con ventidue galee francesi cercò sorprendere Barcellona, e vi sparse un terror panico, che sarebbe stato funesto se Emanuele Filiberto di Savoja non avesse improvvisato una difesa. Guastatosi con Francia, Leone era ito a combattere i Turchi: ora riconciliatosi con quella, portava il suo valore in Toscana, e osò perfino assalire Firenze, gareggiando in crudeltà coi nemici. Perocchè tutti professavano che il fine giustifica i mezzi.
Da prima la guerra si esercitò a nome di Cesare, poi Cosmo propose toglierla sopra di sè, purchè l’imperatore gli desse truppe e compenso delle spese che anticiperebbe. Così convenuto, egli prese al soldo ventiquattromila fra Italiani, Spagnuoli e Tedeschi, scrisse di proprio pugno le disposizioni guerresche, affidò la capitananza a quel Gian Giacomo Medeghino (1554), che tanti mali aveva recato nelle guerre di Lombardia, e che fatto da Carlo V marchese di Marignano, con questo titolo avea prestato grand’appoggio agl’Imperiali nell’ultima guerra in Germania, massime per la sua abilità nell’artiglieria. Presa Ajuola, costui ne impiccò quasi tutti gli abitanti, bandendo tratterebbe così chiunque in una rôcca aspettasse una cannonata, e l’attenne: col che portava il patriotismo alla disperazione; ogni bicocca gli costò gran sangue, e col sangue egli puniva della lealtà e del valore. Lo Strozzi gli propose più volte di rispettare reciprocamente le donne e i fanciulli, come esso ne dava l’esempio; ma il Medeghino prometteva e falliva, forse perchè de’ riscatti la maggior parte entrava nella sua borsa[331].
Dovendo lo Strozzi tener la campagna, chiese al re di Francia un luogotenente, e fu Biagio di Monluc guascone, il quale ci lasciò ricordi curiosissimi. Messosi di buon’ora alla milizia, a diciassett’anni venne in Italia, tratto «dal racconto de’ bei fatti d’arme, che vi si compivano ordinariamente», e sopra un cavallino di Spagna regalatogli da suo padre, guadagna il grado di capitano a vent’anni, e toglie per divisa, Deo duce, ferro comite. Combatte alla Bicocca: resta prigioniero a Pavia, ma è rilasciato «perchè vedeano bene che non v’era da cavarne gran denaro»: in patria assolda una compagnia a piedi, e viene col Lautrec a Napoli; all’assalto di Capistrano presso Ascoli è ferito a morte: pure quando il castello fu preso, si fe cedere un numero di donne, le quali avea fatto voto alla Madonna di Loreto di salvare da oltraggi. Stentò per anni a guarire: poi rimessosi all’armi, giacchè «nulla odiava tanto quanto casa sua», gettasi una volta in Casale, città quasi smurata; v’improvvisa una fortificazione, obbligando tutti dal capitano allo zappatore a lavorarvi dalla punta del giorno, e fa alzar forche per chi ricusa, ed è obbedito «perchè avea voce di far giocare molto la corda».
A Napoli ebbe in dono Torre della Nunziata, e benchè ancora col braccio al collo, facea prodezze stupende, ch’e’ narra colla vanità d’un guascone. Precipitate le fortune francesi, torna addietro desiderando mille volte la morte «perchè avea perduto tutti i suoi signori ed amici». Appena si ripigliano le armi, con Francesco I combatte in Provenza, sempre smaniato di quel ch’è l’idolo de’ Francesi, la gloria. «Mi parea, quando mi facevo a leggere Tito Livio, che vedessi in vita quei bravi Scipioni, Catoni, Cesari; e quand’ero a Roma, guardando il Campidoglio, ricordandomi di quel ch’avevo udito dire (giacchè del leggere poco sapevo), pareami dovessi trovar là quegli antichi Romani». Nei consigli fa prevalere sempre il partito più risoluto, persuaso che «soldati francesi non si vincono, quand’anche avessero un braccio legato; pensate poi avendoli tutt’e due liberi»; non sa darsi pace di quei che riflettono se perdiamo, se perdiamo; e «Non c’è principe al mondo che abbia nobiltà più volenterosa della nostra; un piccol sorriso del padrone riscalda i più ghiacciati; e volentieri cangiando prati, vigne, mulini in cavalli ed armi, vanno a morire su quello che noi chiamiamo letto dell’onore».