A Ceresole guidava gli archibugieri, giacchè egli sapeva profittare dell’armi da fuoco, quantunque spesso le esecri; e vi fu armato cavaliere dal duca d’Enghien. Mal tollerava le distinzioni fra i soldati e i puntigli di preminenza: se alcuni ne vedeva ricusare i lavori di pala e scure, s’inviperiva, parendogli che qualunque cosa giovi alla guerra non possa sconvenire a capitano nè a soldato. Di denaro e di bottino facea prodigiosa liberalità; sì poco gli costavano! «Quante volte, vedendo i soldati stanchi, scavalcai per camminare con essi e fare qualche lungo tratto! quante volte bevei dell’acqua con essi, per mostrare l’esempio del soffrire!» Vero è che confessa, la sua colpa essere stata di metter mano troppo spesso alla spada negli impeti di collera.

Noi c’indugiamo intorno a lui, perchè quelle sue memorie con frequentissime digressioni sull’arte militare, da Enrico IV erano chiamate il manuale del buon capitano, e perchè egli fu lodatissimo da coloro che vantano il valore sotto qualsiasi forma, non da coloro che vi vogliono accoppiate moderazione, giustizia, umanità. Già di settantacinque anni scrivendo l’odissea delle sue imprese, diceva: — Nel nostro mestiere bisogna essere spietati, e Dio deve usarci misericordia pel male che abbiamo fatto»[332].

Costui fu dunque destinato luogotenente regio (1554) a Siena, per quanto un tal posto paresse richiedere ben altra prudenza in una repubblica, in guerra di partiti. Finchè lo Strozzi rimase a capo del piccolo esercito, Monluc comparve in secondo piano; ma ben presto Leone Strozzi restò ucciso, e Pietro, tepidamente secondato da Francia, mal nudrito in paese sperperato, fu sconfitto a Lucignano (2 luglio) e ferito. «Fatta rassegna, mancorno al campo franzese, fra morti e prigioni, circa dodicimila uomini. Ora, chi avesse visto tornare in Siena la sera tanti soldati di tante nazioni svaligiati, feriti e tanto malconci, piangendo buttarsi per le strade a giacere per le banche e murelli (dopo pieno lo spedale a quattro per letto, e di più piene le banche e le tavole e la chiesa), non saria stato possibile aver possuto tenere le lacrime, sebbene avesse avuto il cuore di durissima pietra, vedendo e considerando una strage siffatta. Moveva tal caso orrendo a compassione chi vedeva le strade piene di feriti, e sentiva i pietosi lamenti, e massime dei Tedeschi e Franzesi, che si raccomandavano chiedendo un poco da bere e un poco di sale, pane e vino, e gli ajutavano meglio che possevano; ed io fo fede, che vidi più di cent’uomini appoggiarsi a un muro, e lacrimare per pietà de’ poveri soldati a tale esterminio condotti» (Sozzini). Lo Strozzi non potè più tener la campagna, e tornato in Francia (1555), vi fu malvisto come chi è vinto, e accusato d’ambe le parti, finchè col valore e colla perseveranza ricuperò nome e gloria.

Monluc allora divenne il personaggio principale di Siena, e sebbene, all’uso de’ suoi, egli attribuisca tutto a sè il merito della perseveranza e del valore de’ Senesi, non può non ammirarne la virtù. Rinascevano discordie e sospetti? egli facea far processioni, «giacchè digiuni ne facevamo già abbastanza, nè dal febbrajo uscente sino ai ventidue aprile mangiammo mai più d’una volta; e questo mangiare consisteva in un piccolo pane, alquanti piselli con lardo e cattivo brodo. La voglia d’acquistare onori, e di far all’imperatore questa vergogna d’avere sì a lungo arrestato il suo esercito, mi toglieva il rincrescimento del digiunare: quella meschina refezione mi equivaleva ad un banchetto quando tornavo da qualche abbaruffata, dove ai nemici si fosse bene scossa la polvere».

E di fatto non trattavasi che di puntiglio, giacchè del vincere non rimanea speranza; soccorsi di Francia sapeva non arriverebbero, per quanto e’ ne lusingasse i Senesi; voleva soltanto illustrarsi con una bella difesa, il che dalla sua nazione chiamasi gloria. Al Medeghino e’ non vuol male; «serve al suo padrone come io al mio; egli attaccava me pel suo onore, io lo respingeva pel mio; egli voleva acquistar reputazione, io pure». Anzi esso Medeghino la vigilia di Natale gli mandò mezzo cervo, sei capponi, sei pernici, sei pani bianchi, sei fiaschi di vino: vero è che la notte stessa, sperando che i Senesi fossero distratti nel celebrarla, tentò sorprendere la città, ma se ne trovò respinto.

Quella che tra i soldati sembrava una partita d’esercizio, pei Senesi era decisione capitale, andandovi della libertà e della vita; e serrato l’assedio, da mezzo ottobre sino al 21 aprile passarono per tutti i gradi della fame, delle ansietà, delle malattie. Cosmo e il Marignano seguitavano le immanità, respingendo le bocche inutili che fossero mandate fuori, impiccando chiunque tentasse introdur viveri. Eppure i contadini bazzicavano di continuo i quartieri nemici, e difendevano bravamente ciascuno la propria masseria. Siena vide scemare da trenta a diecimila i suoi cittadini; eppure si resse, e le donne medesime adoperavansi a faticosi servigi in pro della libertà; e — Voi (esclama il Monluc) siete degno d’immortal lode, se mai donna il fu. Presa la bellissima risoluzione di difendere la libertà, si divisero in tre bande di tremila ciascuna, condotte da una Forteguerra, una Fausta, una Piccolomini, con vestire e divise proprie, e lavoravano alle fortificazioni»[333].

Alla fine, stremi dalle malattie, nè roba più nè cavalli o gatti o sorci rimanendo da mangiare, i Senesi chiesero patti. Il Marignano voleali a discrezione: ma poichè essi mostravansi disposti piuttosto a sepellirsi sotto le ruine della patria, e un esercito francese si avanzava dal Piemonte, e Firenze fremea di dover sostenere tanti sacrifizj per fare altri servi com’essa, alfine vennero accordate (21 aprile) condizioni simili a quelle che venticinque anni innanzi avea ottenute Firenze stessa, e violate al par di quelle. Monluc, che, come Massena ai nostri giorni, aveva giurato che «capitolazione non farebbe mai», uscì senza patti, e il Marignano ricevette lui e i suoi non come vinti, ma come eroi e camerata. Egli menò seco i più compromessi, e al vedere i congedi di quel popolo «sì devoto alla libertà, non seppe frenarsi dal pianto».

Contano che cinquantamila uomini perissero d’armi, di fame o di supplizio: e il viandante, che sospirando attraversa la desolata maremma, florida un giorno di coltura e di casali, maledice ancora le snaturate guerre del Cinquecento, e la memoria del Marignano e de’ suoi padroni. Alla guarnigione francese sottentrò in Siena la spagnuola; molti preferirono l’esiglio alla vista dei vincitori, delle armi tolte, della fortezza rifabbricata (1556); altri ricoverati a Montalcino, ostinandosi ad intitolarsi Repubblica senese, sostennero quegli ultimi aneliti d’indipendenza, finchè la pace di Cateau-Cambrésis non assodò i ceppi della Toscana. Allora se n’andarono anche i Francesi (1559), che fin là aveano tenuta Grosseto.

Lungamente la Francia alimentò i profughi nostri, e ancora nel 1585 quel re ne manteneva ventuno della propria cassetta, fra cui un Caracciolo, un Ubaldini, un Alamanni, tre Giustiniani, un Fiesco, un Marcello[334]. Chi crede alle esagerazioni de’ profughi, troverà asserito che Cosmo pensò disfare questo nido de’ suoi nemici, e al Pichena, segretario suo d’ambasceria a Parigi, spedì sottilissimi veleni e i più abili assassini, promettendo quarantamila ducati per ogni morte, oltre rimborsar le spese. La prima vittima fu Bernardo Girolami; e talmente ne rimasero sgomenti gli altri, che si sparpagliarono per le provincie e in Inghilterra, ormati incessantemente da’ sicarj de’ Medici.

Non tanto i generali colle armi, quanto Cosmo coi denari, colle forze, col vitupero proprio aveva conquistato Siena: ma Carlo V ne investì Filippo II, il quale a Cosmo non la cedette (1557 19 luglio) se non quando ebbe bisogno di lui nella guerra terminata colla pace di Cateau-Cambrésis, e a patti che posero la Toscana in qualche dipendenza dalla Spagna, essendosi questa riservato i porti di Orbetello, Telamone, Portercole, Montargentaro e Santo Stefano, che furono detti i Presidj, e che preclusero a Siena il commercio e il mare, così perpetuandone la desolazione. Dell’isola d’Elba porzione fu restituita all’Appiano signor di Piombino; al duca restò Porto Ferrajo, con due miglia di contorno.