Lucca non si salvava da lui che col farsi dimenticare[335]. Soltanto Soana tardò a venire a Cosmo. Nicolò Orsini, nel 1547, incarcerato il proprio padre Giovan Francesco conte di Pitigliano, ne tenne lo Stato, e per non esserne punito dall’imperatore, secondò i Francesi nella guerra di Siena, i quali gli diedero Soana. Per la pace di Cateau-Cambrésis avrebbe dovuto restituirla; ma egli allegando che fosse antico feudo di sua casa, la tenne violentemente; si circondò di concubine ebree, non risparmiava la roba d’alcun uomo, l’onestà d’alcuna donna, neppur della moglie di suo figlio Alessandro. Questo propose a Cosmo d’ammazzarlo: ma Nicolò, scoperta la trama, arrestò il figliuolo. Allora Cosmo dovè mover coll’armi, e l’Orsini cedette.
Cosmo chetò a denari il presidio spagnuolo che usciva di Siena, e ricomprò da esso fin le artiglierie e le munizioni, che pure appartenevano al comune senese; vi pose guarnigione tedesca, che finì di guastare se alcun che vi si era salvato; e pubblicò — In evidentissima dimostrazione del buon animo nostro e del paterno affetto inverso di questa nostra dilettissima città, per pace e quiete universale e per ogni ragionevole considerazione, per nostro proprio movimento e per certa scienza, perdoniamo pienamente e scancelliamo in tutto e per tutto ogni eccesso e delitto commesso da qualsiasi persona, avanti al giorno nel quale a nome nostro si prese il possesso della città, assolvendo e liberando pienamente ciascuno da qualsivoglia pena incorsa per delitti ed eccessi, ancorchè enormissimi». Frasi stereotipe, siccome quelle altre che, nel desiderio di riparar i mali e restituire l’antica felicità e splendore a Siena, introduceva la forma di governo che credeva di maggior soddisfazione universale per distribuire le dignità, utili e onori della città ai più meritevoli, ed a ciascuno buona ed eguale giustizia. Pertanto terrebbe in Siena un luogotenente per vigilare all’osservanza delle leggi, e intervenire al consiglio generale, creato dal duca, da cui erano eletti pure il capitano del popolo, i confalonieri, il capitano di giustizia, i conservatori dello Stato, gli uffiziali della mercanzia, il giudice ordinario, gli auditori di rota, gli otto capitani dello Stato; agli antichi uffizj del popolo erano conservati i diritti e privilegi.
Tante morti, tante migrazioni, tanto devastamento di ubertosissimi paesi segnarono il decadimento della Toscana. Un secolo i Medici aveano faticato a corromperne la libertà, ed ecco finalmente se l’erano soggiogata, e col levare le forme democratiche di cui era fin allora vissuta, se la resero serva senza temperamento. Alle città sottoposte Cosmo lasciò da principio le forme municipali e risparmiò le gravezze[336]: e per vero quelle che già erano suddite di Firenze ebbero piuttosto a lodarsi d’aver mutato la tirannia di molti in quella d’un solo. Per tener in freno un paese di tante rimembranze, dove i fuorusciti predicavano ogni mezzo essere onesto a ripristinare la libertà, dove i Piagnoni non aveano perduto la potente flebilità, Cosmo adoprò e forza ed arte.
Contro i ribelli (come chiamava i fedeli a quella repubblica, cui egli si era ribellato) pubblicò quarantatre editti dal 1537 al 74, di fierezza draconiana, colpendo di confisca non solo l’eredità de’ figliuoli, ma le enfiteusi e i fedecommessi, senza riguardo a diritti di terzi, e perfino i beni che gli ascondenti di rei avessero acquistati dopo il delitto, e a perpetuo esiglio la loro figliolanza[337]; moltiplicò bargelli, carceri, relegazioni, vigilanze; chi uscisse di casa in tempo di tumulto poteva esser morto impunemente; insomma quelle fierezze di dominio, di cui poteasi fremere e persin dubitare nel benigno secolo passato, ma che il nostro rivide con più sapiente ferocia. Nel suo principato si decapitarono cenquarantasei persone, fra cui venticinque di famiglie illustri e sei donne; nel 1540, quattrocentrenta furono condannati in contumacia; oltre quelli che lontano cadeano colpiti di veleno o di pugnale. Filippo II era l’ammirazione di Cosmo; e suoi oracoli Pier di Toledo e il duca d’Alba, sanguinarj conculcatori dell’umanità; ma prima di loro il Machiavelli aveagli insegnato «nemico temuto doversi spegnere». Fu lui che introdusse quel sistema di spionaggio, insolito anzi impossibile ne’ governi precedenti, per cui furono seminati il sospetto ne’ principi, la diffidenza ne’ popoli: peste moderna, alla quale non ebbe la equivalente il medioevo. Perchè la libertà del pensare religioso non avviasse alla libertà del politico, vigilava i progressi dell’eresia, faceva numerare le particole, contare le persone in chiesa: pure non lasciava che gl’inquisitori procedessero se non assistiti da deputati laici.
Pretendendo che i Domenicani, non dimentichi dell’alito popolesco di frà Savonarola, s’intendessero coi fuorusciti, subillassero il popolo contro il principe, e secondassero le animosità di Paolo III, li cacciò e fece processare, non badando a reclami di Roma e de’ timorati, che consideravano i Domenicani come zelantissimi dell’ortodossia, mentre gli Agostiniani a loro sostituiti non andavano senza sospetto di parteggiare per l’agostiniano Lutero. Cosmo, costretto richiamarli, colle spie e le accuse li molestò: poi per imbrigliare anche la curia romana creò il «dipartimento della giurisdizione», assistito da Lelio Torelli di Fano, valente giureconsulto, per impedire che alcuna autorità esterna turbasse il governo; il qual magistrato poi si arrogò la cognizione de’ fatti ecclesiastici che portassero pene temporali, e di concedere l’exequatur ai decreti della podestà clericale. Questa magistratura fu temperata coll’introdurre un nunzio, il quale aveva tribunale per le cause ecclesiastiche, ma divenne occasione di frequenti conflitti tra le due potestà.
Cosmo ridusse in sè solo l’arbitrio de’ consigli, dei giudizj, del tesoro. Dappoichè Carlo ebbe levata la guarnigione spagnuola dai forti, fu il primo principe italiano che tenesse milizia regolare, ideata sopra l’antica ordinanza fiorentina; fortificò le città[338], provvigionò le rôcche, istituì compagnie d’archibugieri a cavallo per guardare le coste, e dodici galee: per tal modo ottenne quiete dentro, e rispetto dai Turchi, che per far piacere a Francia e dispetto all’imperatore, tornavano a devastare l’Italia; e giovò non poco agli Imperiali, sia col tenere in fede il ducato di Milano, sia coll’assisterli nella guerra di Piemonte.
La guerra di Siena l’avea logoro al punto, che dovette sospendere le paghe agl’impiegati; ma presto restaurò le finanze. Il Fiorentino contava allora settecentomila abitanti, e centomila il Senese, ed egli con esenzioni e regali e sovvenzioni vi chiamava agricoli ferraresi, mantovani, parmigiani, piacentini, veneti, e maestranze e marinaj dalle coste. L’unione del Senese crebbe le comodità de’ popoli, per le ricche raccolte di quello rendendosi inutile il tirar grano forestiero, anzi avendone da mandar fuori. Cosmo aveva pensato ad un canale, che varcando l’Appennino alla montagna della Consuma, congiungesse i due mari, talchè Firenze divenisse un emporio de’ più operosi; ne fece anche elaborare il progetto dal celebre matematico Ignazio Danti, poi l’abbandonò.
Il commercio era decaduto, e molte famiglie trasportarono i banchi o le braccia loro in Francia, in Inghilterra, altrove. L’istituzione dell’ordine di Santo Stefano, mediante il quale volle alloppiare con decorazioni chi gli chiedeva libertà, trasse molti ad aspirare a quella nobiltà, abbandonando il commercio, e parte salire sulle galee dell’ordine, parte brigare nelle anticamere del padrone. Cosmo faceva egli stesso monopolio di alcune merci, e s’interessava con ricchi negozianti sulle banche di Anversa, Bruges, Londra, Lisbona, Barcellona, Marsiglia, Lione, oltre le italiane; impiegava due galeoni per trasportar merci d’Italia e del Levante ai porti dell’Oceano; dai Fugger d’Augusta traeva il rame d’Ungheria; da Levante grano, olio, vino; schiuse il porto di Livorno; cavava metalli, e da operaj di Germania fece tentare a Pietrasanta le miniere dell’argento.
A tale concorrenza soccombeano i minori negozianti; ed egli, malgrado tante spese, divenne il più ricco principe d’Italia, e lasciò sei milioni e mezzo di ducati in cassa; comprò il palazzo Pitti perchè i suoi successori avessero la residenza più bella che in Europa sia; edificò quel degli Uffizj, il loggiato del Mercato vecchio e il più grandioso del nuovo, la biblioteca Laurenziana, l’archivio d’Or San Michele; quadruplicò le entrate del paese portandole a un milione centomila ducati; spense i debiti pubblici. Le Università di Firenze e di Pisa rassettò; alla Platonica, istituita da Cosmo il Vecchio, sostituì l’accademia Fiorentina, in cui entrarono il Carnesecchi, il Domenichi, il Giambullari, il Segni, Benedetto Varchi richiamato di bando. Coglieva ogni occasione di allettare il popolo, ed occupare artisti e operaj con feste, or per qualche galea tolta ai Barbareschi, or per le nozze di suo figlio con Giovanna d’Austria, or pel battesimo d’un bambino natone[339]: mettessero pure i Fiorentini tra i ritratti che allora esponevano, non solo Farinata e il Capponi, ma anche il Carducci e il Ferruccio, e’ non era sì codardo da temere gli eroi di cartone. Fece involar da Roma il corpo di Michelangelo per sepellirlo in patria; diede commissioni al Pontormo, al Bandinelli, al Bronzini, al Cellini, a frà Giovanni; dal Vasari fece dipingere tutto il palazzo ducale; e volendo questo ritrarlo in mezzo a’ suoi ministri in atto di discutere della guerra di Siena, il duca gli disse: — Che ci hanno a fare i ministri? mettici il silenzio e altrettali virtù, che tengono luogo di consiglio». Chiamò da Sicilia a Pisa lavoratori di coralli e specchi, arti perfezionatesi sotto il suo figlio; il quale introdusse la fabbrica della porcellana, fin allora ignota, e il meraviglioso magistero de’ commessi di pietra dure. «Soprattutto (scriveva Andrea Gussoni ambasciatore veneto nel 1576) ha diletto di lavorare di lambicchi, formando molte acque e dei sublimati atti a medicare molte infermità, e ne ha quasi per ognuna; e fra le altre fa un olio di sì eccellente virtù, che ungendo di fuori dei polsi, il cuore, lo stomaco, la gola, guarisce e difende da ogni sorta di veleno, sana gl’impestati, preserva i sani, ed è attivissimo rimedio alle petecchie e ad ogni sorta di febbre maligna; e mi ha detto aver voluto fare esperienza del veleno in persone che aveva a far morire per giustizia, facendo loro bere del veleno, e con questo suo olio li ha del tutto guariti»[340].
Ma anche il bene è disgradito quando obbliga a sagrificar l’onore: la vita artifiziale che le arti traevano dalla protezione, non toglieva che deperissero; e Cosmo dovette far lavorare fuori gli argenti per le nozze con Eleonora di Toledo. Il traffico restò impacciato, la giustizia passionata; la popolazione si sottigliò; i cittadini ambiziosi di titoli sottraevano i capitali dal commercio per investirli in terreni; i migliori velavano l’umor repubblicano con inezie letterarie, e istituirono l’accademia del Piano, e per Piano intendeano la repubblica, e vi recitavano dicerie allegoriche.