Non è dunque meraviglia se fu vituperato da’ suoi, malgrado le eccellenti qualità. Pio IV, che l’amava perchè n’aveva favorito l’esaltazione ed accettato nella sua pienezza il concilio di Trento, gli offerse il titolo di re, ed egli nol volle; ma quando si trattò di dare una figlia all’imperatore Ferdinando, Pio V gli esibì di nominarlo arciduca; e poichè Casa d’Austria non voleva accomunato ad altri questo titolo, s’inventò (1569) quello di granduca e di altezza serenissima; e recatosi a Roma con un fasto che mai il maggiore, ricevuto da cardinali e da tutta la nazione fiorentina, alloggiato nel palazzo pontifizio, fu coronato sedendo alla dritta del papa, e d’allora s’intitolò per grazia di Dio. Non sono a dire le proteste degli Austriaci; dell’imperatore, che pretendeva fosse vassallo suo per la Toscana, e della Spagna per Siena; del duca di Ferrara, che fin là aveagli disputato la preminenza; e per anni durarono le collere e i litigi sotto apparenza di cerimoniale, ma in fatto perchè trapelava anche in lui quell’ambizione che ogni principe ingrandito concepì, di dominare tutt’Italia, o almeno di snidarne gli stranieri. In ciò lo secondava il papa; ma poichè il disegno non gli successe, colmò di nuovi favori il granduca, gli regalò tante anticaglie da empire quattro vascelli, e beni alla moglie, e il proprio palazzo e giardino a un figlio, all’altro il comando delle galere dello Stato.
Chi pensa come le città, eccetto Firenze e Siena, già stessero sotto una servitù che egli cercò mitigare; che senza lui la Toscana sarebbe divenuta provincia della Spagna o della Francia; che gravi e secolari agitazioni non possono calmarsi senza violenza; che tanti proscritti e fuorusciti artifiziavano instancabilmente congiure e turbamenti, ed esagerarono le colpe e i difetti di esso, vorrà riconoscerlo del male che non fece o che palliò. E molti de’ contemporanei lo lodarono sinceramente; così è facile passare dall’orrore dell’anarchia all’avversione della libertà politica. Egli stesso cercò illudere la posterità col comprare storici, e il non esservi riuscito fa lode a questi. Pure l’Ammirato più volte encomia i Medici della libertà che lasciavano di dire il vero; e il Pitti, nell’Apologia de’ Cappucci, liberale confutazione del Guicciardini, dice che «il granduca Cosmo e il principe Francesco reggente hanno caro che si sappia il vero delle cose, largheggiano non pur delle scritture pubbliche a chiunque le desidera vedere, ma delle lettere segrete loro, ancora de’ casi più ascosi dello Stato, premiando chi s’affatica a descrivere le pubbliche azioni». Chè i tiranni brutali strozzano il pensiero e incarcerano gli scrittori; i tiranni scaltriti se li guadagnano quando possono, o almeno gli abbagliano.
CAPITOLO CXXXIX. Fine di Carlo V. Estremo assetto dell’Italia. Prodi suoi figli. Sventure e glorie di Venezia. Imprese contro i Turchi.
Intanto scomparivano gli attori di questi terribili drammi. A Francesco I, morto delle conseguenze dell’irrefrenato libertinaggio, era succeduto Enrico II, marito di Caterina de’ Medici, dissipato egli pure in altri amori e in valenterie cavalleresche, per le quali in un torneo cadde ucciso (1559 10 luglio), dopo essere stato zimbello di donne e di partiti, e aver visto invadere il suo regno dall’eresia, collegata colla riottosa nobiltà.
Carlo V, allorchè partì d’Italia, vi lasciò Garcia di Lojasa suo confessore, coll’incarico di mandargli informazioni d’ogni cosa[341]; e questi da Roma il 15 agosto 1530 gli scriveva: — Sire, non pensate a divertimenti, e non perdete coraggio alla vista degli impacci che v’attendono, certo non minori di quei che aveste a Bologna. Pensate che nè corona fu conquistata, nè gloria ottenuta colla mollezza, col vivere lussurioso e coi viziosi diletti. Due antagonisti contendono in vostra maestà; l’indolenza e l’ambizione. Finora in Italia prevalse la seconda; possa essere altrettanto in Germania; e la cura dell’onore e della gloria trionfi del nemico interno, che vi trae a sciupare la miglior parte della vita in feste, banchetti, stravizzo».
Suona strano l’udire imputato di accidia quell’imperatore, che si vantò d’avere, dai diciassette anni in poi, veduto ogni cosa coi proprj occhi, nove volte passato in Germania, sei in Ispagna, quattro in Francia, sette in Italia, dieci ne’ Paesi Bassi, due in Inghilterra, altrettante in Africa, undici traversato i mari. Giunto ai cinquantasei anni, diceva: — La fortuna, come le altre donne, mi abbandonò dacchè invecchiai»; e il mal esito di molte imprese, la contraddizione che trovava nel fratello e nel figlio, l’irrefrenabile estendersi della Riforma, quella sazietà che presto ammuffa le grandezze umane, lo indussero a rinunziare al figlio Filippo II (1555-56) i Paesi Bassi e la Spagna coll’Italia e l’America, raccomandandogli di mantenere la santa fede e l’Inquisizione; e al fratello Ferdinando il titolo d’imperatore e i possessi di Germania. E si ritirò a pii ma non inoperosi esercizj nel convento di Just dell’Estremadura[342], come quegli eroi del medioevo che mettevano un intervallo di raccoglimento fra la presente vita e la futura.
Con tale spartimento egli stesso dichiarava impossibile quella monarchia universale che qualche volta fantasticò. Re di titolo a sei anni e di fatto a sedici, imperatore a diciotto; altero e fermo, ma severo e melanconico, sapendo con calma e penetrazione valutare le difficoltà delle imprese: mai non montava in collera; offeso, avvolgeasi nella dignità del silenzio: versava sangue senza riguardi ma senza piacere, e coglieva ogni occasione di perdonare. Comparso al momento che la società nuova usciva in fasce, e sulle ruine delle repubblichette e delle feudalità ergevansi poteri compatti, che conglobavano le singole forze e volontà fin allora cozzanti, pensò alla vita animata e indipendente del medioevo sostituire un’amministrazione centrale, e nella monarchia raccogliere tutta l’attività; reprimere l’agitazione municipale delle Spagne; al tempo stesso che sperava togliere ai Barbareschi le coste d’Africa, conquistare e legarsi l’Italia, coprire di colonie il Messico e il Perù, osteggiare la Francia, tenere in briglia la Germania, comprimere i Paesi Bassi; in somma sostituire l’Austria alla Chiesa nel rappresentare l’unità cristiana, onde si credette volesse assorbire le singole nazioni. Se non che d’arrivare al gran fine era impedito dalla natura de’ suoi possessi, immensi ma nè vicini nè omogenei, dalle gelosie della Francia, che parve erigersi protettrice delle parziali nazionalità.
Glorioso uffizio come imperatore cristiano fu l’opporre una diga ai progressi del Turco; pure lo lasciò prendere Rodi senza contrasto, ed avanzarsi in Europa più che non avesse fatto ne’ momenti di suo slancio maggiore; e col disastro d’Algeri offuscò la gloria della spedizione di Tunisi. Guardandolo come la potenza preponderante fra’ Cattolici, e il vero ostacolo agl’infedeli, i papi smetterono quell’antagonismo che costituì l’attività di tutto il medioevo; e se Carlo fosse riuscito a subordinare la corona germanica elettiva all’ereditaria di Spagna, farsi dare successore nell’impero il figlio Filippo, e a questo ottenere, colle nozze di Maria, lo scettro d’Inghilterra, tutta Europa si sarebbe trovata austriaca, e il despotismo gentilesco incatenava una società tornata pagana. Ma ad impedirlo sorsero il pensiero emancipato, lo spirito riformatore, e le idee della personale responsalità, rincalorite da Lutero. Carlo sperò un pezzo riconciliare alla Chiesa i dissenzienti, o almeno conservare l’unità, fosse poi trionfante la fede apostolica o la nuova: però, come vide questa crescere di estensione e di petulanza, e intaccare non che la dominazione regia, le basi della società, si diede a tutt’uomo a reprimerla; ma che? versato tesori e sangue, costretto a fuggire innanzi ai campioni di essa, non potè che farle accettare un soprattieni (l’Interim), all’ombra del quale essa si consolidò entro i termini che fin oggi conserva. Inoltre già si era stabilita quella politica che riunisce tutti contro quello che minaccia di soverchiare; e non è ultimo vanto di Firenze e di Siena l’avere saputo così a lungo, sebbene infelicemente, resistere al dominator del mondo.
Povero in mezzo a smisurati dominj[343], dopo supplito ai regolari tributi con estorsioni d’ogni specie, dopo lasciato ai soldati il saccheggio invece delle paghe, dalla mancanza di denaro costretto a interrompere tutte le imprese, non conquistato nessun regno malgrado di tante guerre e di tanti paesi incamerati, Carlo vide invasi da stranieri tutti i suoi, eccetto l’estrema Spagna; dovette cedere terreno ai Turchi; abbandonò alla ventura e all’avidità la conquista del Nuovo mondo, che avrebbe potuto offrire campo al guerresco ardore della nazione e rimedio alle impoverite finanze, più che gli spedienti che toglieano di circolazione capitali e depauperavano l’industria. Monopolio de’ mestieri, ingordi dazj d’entrata e uscita, fabbriche imperiali, costose licenze erano abusi già praticati: ma Carlo gl’introdusse sistematicamente nell’amministrazione; il commercio fu ricinto di restrizioni ed esclusioni; sagrificate le colonie alla capitale; lo spirito pubblico sviato dalle vie regolari della prudenza per gettarlo in quelle del rischio. Tutte le forme tutelari furono abolite sottomettendole a dispotici governatori: ritornò in onore l’aristocrazia, ma creata da diplomi, e perciò oppressiva degli inferiori, inetta a resistere agli arbitrj superiori.
Che se il nome di lui sfolgora all’apogeo dell’Austria, l’Italia vi associa l’elegia della perduta sua indipendenza. Allora un vecchio di sentimenti moderatissimi scriveva: — Dappoichè Carlo V ebbe le insegne imperiali, per cagione delle guerre seguite fra lui e il re Francesco, coll’aggiunta di quelle che Solimano granturco, parte spinto da oro e parte incitato da se stesso, ha fatte contro a’ Cristiani, sono state ammazzate in guerra ducentomila persone, più di cento tra città e castella di notabil fama sono ite a sacco, rovinate e distrutte. Tante migliaja, dopo queste, d’uomini e di donne innocenti son periti per fame e pestilenza, che non è agevole raccontarne il numero, senza contare gli sbordellamenti delle matrone nobili, la verginità perduta delle fanciulle sacre e profane, e i vituperosi e abbominevoli stupri nei fanciulletti: cose empie, atroci, fuor d’ogni legge umana e divina, commesse la più parte da Cristiani infra loro medesimi, non per altra cagione che per soddisfare all’ambizione di due uomini, i quali nati, cresciuti e invecchiati con odj eterni e con animi sempre nemici, non mai stanchi di far sangue, ancora combattono e combatteranno infino che avranno vita. Onde i popoli afflitti non hanno da avere maggior desiderio, per quietarsi una volta, che a pregar Dio che gli spegna, o veramente che voglia ambidue sottoposti al granturco; acciocchè, ridottosi il mondo sotto un solo monarca, avvegnachè barbaro ed inimico della nostra legge, possano con qualche riposo nutrire i figliuoli, e sostenere, sebben poveri, almeno senza tanti travagli, i pesi della loro infelicissima vita»[344].