Anche Paolo III moriva (1549), e dopo lungo tempestare del conclave, otteneva la tiara Gianmaria Ciocchi, cardinale lodatissimo e papa infingardo col nome di Giulio III, assorto nell’ingrandire nipoti e favoriti. Succedettegli per pochi giorni Marcello II (1555), dei Cervini di Montepulciano, poi l’ottagenario Paolo IV, dei Caraffa napoletani. Stava costui alla corte di Spagna quando Fernando il Cattolico, rimorso nell’agonia d’avere sottratto il regno di Napoli agli Aragonesi e imprigionato l’ultimo di essi contro la fede data, volle consultarsene con persone pie e dotte. L’uno fu il Caraffa, il quale francamente gl’intimò non poter lui salvare l’anima e la reputazione altrimenti che restituendo quel regno; e talmente il compunse, che forse ne seguiva l’effetto, se altri, «perturbando con la ragione degl’interessi di Stato le ragioni di Dio e della giustizia», non avessero svolto il moribondo[345]. La verità suona ingiuria ai potenti; e Carlo V lo guardò come avverso a Spagna, l’escluse dal consiglio reale, gli contrastò lungo tempo l’arcivescovado di Napoli, ne turbò sempre la giurisdizione. Egli a vicenda non dissimulava la sua avversione per gli Austriaci, e fatto cardinale, contraddiva in ogni atto all’imperatore, che chiamava fautore d’eretici, e che in conseguenza gli diede due volte l’esclusiva dal papato: la terza fu per castigare severamente i cardinali cesarei che non eransi adoprati efficacemente ad impedirlo, e pensò convincere d’illegale la nomina, deporlo e avvelenarlo.

Paolo IV, mostratosi fin allora pio ed austero, quando gli fu chiesto come voless’essere trattato, rispose: — Da gran principe»; e coronato splendidissimamente, si mostrò in tutto suntuoso, e più temporale che alla dignità sua non convenisse. Focoso, iracondo, tutto capricci e partiti, bistrattò l’ambasciadore di Toscana, prese a pugni e calci il governatore di Roma, svelse la barba all’inviato di Ragusi; vestì cardinale suo nipote don Carlo, fin allora guerriero sotto i profughi Strozzi; prese segretario monsignor Della Casa, manifestandosi così nemico al duca Cosmo, di cui era ribelle. L’Italia paragonava ad uno istromento, le cui quattro corde erano Napoli, Milano, Venezia, lo Stato della Chiesa: — Infelici quelle anime di Alfonso d’Aragona e Lodovico duca di Milano, che furono i primi a guastare così nobile stromento d’Italia! Hinc omnis mali labes, perchè costoro aprirono questa mala porta a’ Barbari, la quale noi vorremmo serrare e non siamo ascoltati, per colpa de’ peccati nostri. Noi non ci pentiremo mai d’avere fatto quello che abbiamo potuto, e forse più di quel che potevamo. Lasceremo ne’ secoli avvenire la confusione a quelli che non ci avranno ajutato, e che si dica che fu già un vecchio di ottant’anni, il quale, quando si credeva avesse a star in un cantone a piangere le sue infermità, si scoperse valoroso e desideroso della libertà d’Italia, ma fu abbandonato da chi manco dovea; e così la penitenza sarà de’ signori Veneziani, e degli altri che non vogliono conoscere l’occasione di levarsi dalle spalle questa gente mista di Fiamminghi e Spagnuoli, nella quale nihil regium, nihil christianum; tengono come la gramigna ove s’attaccano, a differenza dei Francesi, che non vi starieno se vi fossero legati. Non ci pentiremo mai d’avere stentato questo poco di vita per onor di Dio e per benefizio di questa povera Italia; perchè ci abbiamo proposto una vita facchinesca, e non riposiamo mai». Così diceva egli a Bernardo Navagero ambasciator veneto, e altre volte: — Siamo vecchi, e ce ne partiremo un di questi dì quando piacerà a Dio; ma verrà tempo che conoscerete che vi diciamo il vero; e Dio non voglia sia con nostro danno. Sono barbari tutti due, e saria bene che stessero a casa loro, e non fosse in Italia altra lingua che la nostra». Il Navagero conchiude: — Mai parlava di sua maestà e della nazione spagnuola, che non li chiamasse eretici, scismatici e maledetti da Dio, seme di Giudei e di Mori, feccia del mondo, deplorando la miseria d’Italia, che fosse astretta a servire gente così vile»[346].

Paolo sospettava ogni tratto che Carlo attentasse ai suoi giorni, e diceva: — L’imperatore vuol uccidere me di febbre mortale, ma io darò a lui da fare, e libererò la povera Italia». Ma neppure a Francia si confidava pienamente, e al nipote diceva: — Vedi che non crediamo troppo in questi Francesi, e che, rotta che noi avremo l’inimicizia, non ci abbandonino come è fama che soglion fare»[347]. Ma questi nipoti che speravano pescare nel torbido, e monsignor Della Casa suo intimo, che desiderava redimere la patria Toscana, gli aggiungeano sproni; ed egli, spogliati i feudatarj romani, massime i Colonna, fermò alleanza con re Enrico, assolvendolo da una tregua giurata recentemente, e meditava trasferire in questo o trarre a sè il regno di Napoli e il Milanese, dichiarandone scaduti gli Spagnuoli; se non altro, ottenere Siena, fracassata dagli Spagnuoli e da Cosmo. A tal fine pretendesi negoziasse fin coi Turchi acciocchè infestassero le marine toscane e napoletane, e col marchese di Brandeburgo luterano perchè assalisse l’imperatore in Germania; nessun mezzo reputando illecito a raggiungere il suo fine.

Per incarnare il magnanimo disegno di liberare l’Italia da’ forestieri, al papa occorreva l’appoggio degli altri signori: ma la Savoja si ostinava contro Francia, appoggiandosi perciò all’imperatore; Venezia adombravasi degli incrementi del papa; Cosmo temeva che i Caraffa ottenessero l’ambita Siena; Ottavio Farnese, non abbastanza irritato dall’assassinio del padre e dall’usurpazione di mezzo il suo dominio, erasi riconciliato cogl’Imperiali, e li serviva con zelo; gli stessi nipoti, arbitri del papa a segno che ne aprivano le lettere, operavano di capriccio e di prepotenza, spingendolo a consigli inopportuni o a meschini ripieghi, a sospettare di quanti lo circondavano, a perseguitare e tormentare persone anche altissime.

Pure egli mise insieme una lega santa, a capo della quale portava le irreconciliabili sue ire Pietro Strozzi; e l’occhio dei Protestanti si dilettò di nuovo allo spettacolo del papa in guerra coll’imperatore e col re Cattolico. L’esercito di questi, guidato dal duca d’Alba, fatta orribile strage a Segna, presi un dopo uno i castelli dell’agro romano, difesi valorosamente e assaliti furiosamente, si presentò con scale a Roma, la quale, impaurendosi di vedere rinnovato il sacco del 27, chiedeva pace ad ogni costo. Come allora, i Colonna assalgono la città, Pietro Strozzi e Biagio di Monluc accorrono a difenderla, ma non vi sarebbero riusciti se gli Spagnuoli non avessero accettato un armistizio.

Enrico II, che, erettosi vindice dei disastri paterni, coglieva ogni destro di turbare agli Spagnuoli il tranquillo godimento d’Italia, non foss’altro per isviarli da casa sua, vi spedì Francesco di Lorena duca di Guisa (1557). I costui Francesi, traversata baldanzosi la penisola, si assisero nel Lazio, molestandolo poco meno che i nemici, i quali anch’essi v’entrarono per ricolpo dal Napoletano. Il duca d’Alba, avveduto calcolatore, evitò la battaglia; e il Guisa, a cui s’erano promessi soccorsi d’altri feudatarj e la sollevazione del Napoletano, si lagnava di non vedersi secondato, non voleva avventurarsi a fazioni pericolose (1557), per quanto sollecitato dallo Strozzi; infine fu richiamato acciocchè col fiore della nobiltà francese proteggesse i Paesi Bassi. Colà dodicimila Inglesi s’erano congiunti all’esercito ispano di trentaseimila, comandato dal conte d’Egmont e da Emanuele Filiberto di Savoja, governatore di quelle provincie; e davanti a San Quintino (10 agosto), emporio del commercio tra Francia e i Paesi Bassi, colla robusta cavalleria posero in pienissima rotta l’esercito francese. Mai l’indipendenza di Francia da Giovanna d’Arco in poi non erasi trovata in sì grave frangente, poichè gli Spagnuoli potevano senza verun ostante marciare sopra Parigi: fortunatamente si ostinarono all’assedio di San Quintino, intanto che Enrico II rinnovavasi d’armi; il Guisa, accorso d’Italia ed ajutato da intelligenze, dal verno e dalla trascuranza degli avversarj, in meno di tre settimane col braccio dello Strozzi prese Calais (1558), che da ducent’anni era il punto d’appoggio degl’Inglesi sul continente.

Il papa, pertinace a ricusare ogni condizione di pace, quando si vide abbandonato da’ Francesi, in Roma la castità e la roba minacciate dai difensori, molti de’ quali erano luterani, e i cittadini stessi far trama d’aprire le porte all’Alba, dovette chinare ad accordi. Il duca d’Alba, che «non aveva ancora esperienza della gran differenza ch’è tra il guerreggiare con i papi, coi quali finalmente niente si guadagna, anzi si perdono le spese» (Giannone), instava perchè si proseguisse la guerra: ma Filippo II, desideroso da un pezzo di riconciliarsi, concordò una pace di sì ampie condizioni, che tutti ne stupirono.

La penna di chi scrive e l’attenzione di chi legge si stancano al racconto di queste guerre meramente politiche; eppure dal preponderare de’ Francesi o degli Spagnuoli restavano mutate le sorti degl’Italiani, non più dalla forza e volontà nazionale. La lunga guerra, oltre causare quella di Spagna, Francia, Inghilterra, avea sfinito lo Stato romano: per sopraddosso le acque del Tevere e dell’Arno traboccarono, colla morte di migliaja di persone; il duca di Ferrara continuava le ostilità ai Farnesi, finchè staccato dalla lega con Francia, rappacificossi al Cattolico; la flotta turca tornava ogni anno a predare alcune coste, e spaventarle tutte.

Il papa poneva il capo in grembo a’ suoi nipoti, dei quali nessuno osava manifestargli gli eccessi. Il cardinale Pacheco davanti a lui volendo scolpare un altro cardinale, il papa gli ruppe le scuse in bocca, esclamando: — Riformazione ci vuole, riformazione». Al che il Pacheco: — Bene sta, padre santo; ma la riformazione dovrebbe cominciare da noi», e gli gettò qualche cenno. Poi l’ambasciatore di Firenze gli rivelò tante brutture de’ Caraffa, che il papa colle lacrime deplorò in concistoro gli scandali derivatine, li tolse dai gradi e dagli uffizj, e licenziolli e relegò, dando miglior forma al governo; e al cardinale Farnese, che voleva mitigarlo, rispose: — Se Paolo III avesse dato simili esempj, vostro padre non sarebbe stato impiccato».

Non per questo cessò lo scontento de’ Romani, irritati da’ suoi rigori, dallo spionaggio con cui sosteneva l’Inquisizione, dalle gravezze esagerate in grazia delle guerre. Intanto sotto gli auspizj del papa stesso era in pratica una pace generale, che poi fu conchiusa a Cateau-Cambrésis (1559 3 aprile), e fin alla quale noi volemmo trarre il racconto, perchè chiuse le ostilità fra Austria e Francia, e assise le cose d’Italia in quella miseria, in cui doveano rimanere gran pezzo. Ivi fu convenuto che il Cristianissimo desisterebbe dal proteggere i Senesi, e ritirerebbe le truppe che ancor vi restavano; rinunzierebbe al Milanese e al Napoletano, come il Cattolico alla Borgogna. Siena fu assicurata a Cosmo; la Corsica resa ai Genovesi; Piacenza ai Farnesi in benemerenza de’ servigi renduti a Spagna da Alessandro guerreggiando i ribelli Fiamminghi. Questo grandissimo capitano, dotto quanto prode, cauto quanto vigoroso ne’ governi, ito all’impresa dov’erano falliti il terribile duca d’Alba, l’accorto Requesens, l’impetuoso don Giovanni d’Austria, seppe attendere e agire, negoziare e vincere, profittar delle scissure solite fra gl’insorgenti, trattare senza duplicità, governare senza tirannia, in modo di rimettere all’obbedienza di Spagna le dieci provincie cattoliche, restringendo la rivoluzione alle sêtte protestanti, che ben tosto si costituirono in repubblica. Mai non dimorò egli a Parma, e morendo il 1592 lasciò al figlio Ranuccio un dominio ben consolidato, e protetto dalla Chiesa e da Spagna.