Alfonso d’Este era morto (1534) poco dopo di Clemente VII; e suo figlio Ercole II, imparentatosi colla Francia, tentò due volte scuotere il giogo imperiale che sentivasi sul collo, soccorse Ottavio Farnese, capitanò la lega di Paolo IV contro Filippo II; ma come questo vinse, dovette accettare una pace umiliante, alla quale poco sopravvisse (1559), lasciando successore quell’Alfonso II, il cui nome s’accompagna sciaguratamente a quello di Torquato Tasso.

Il ducato d’Urbino, cheto fra’ suoi monti, era passato immune da guerre: ma Guidubaldo (1538), succeduto a Francesco Maria Della Rovere, sprecando in lusso e vanità, ebbe ridotti a estrema miseria i sudditi, i quali proruppero ad aperte rivolte, tuffate nel sangue.

Carlo di Savoja, forse buono come n’ebbe il titolo, certamente sfortunato, e credendo abilità il destreggiarsi, avea peggiorato la difficoltà della propria posizione, e non rimediato a nessuno de’ mali del suo paese. Ma Emanuele Filiberto, nella guerra di Fiandra acquistatasi fama di valoroso, gridato eroe (1539) della giornata di San Quintino, sposata Margherita di Francia sorella di Francesco I, potè domandare condizioni migliori; e per quanto i generali francesi esclamassero contro il cedere un paese acquistato con tanto sangue, egli recuperò quanto erasi nella guerra perduto: e da questo punto la casa di Savoja apparve potenza italiana, ed ebbe peso fra le europee. Tanto più che l’essersi allora ribellata Ginevra, portava l’attenzione di que’ duchi mentosto verso il Rodano che verso il Po.

Le guerre religiose scoppiate in Francia impedirono agli Enrichi di più mescolarsi de’ fatti d’Italia, dove rimase senza contrappeso l’Austria. Qui dunque finirono le agitazioni e con esse la libertà, e i nostri dovettero subire in silenzio l’insulto de’ loro nemici. Grandezze e virtù incontreremo ancora in Italia, ma sempre velate dalla melanconia che ispirano le opere incompiute e le ruine, e il veder la potenza degl’istinti e le indistruttibili speranze lottare colla perseveranza della sfortuna. Molti Italiani stavano ancora profughi; altri esercitavano fuori un valore, a cui erano mancate le occasioni in patria. È ingiustizia il tacciare i nostri d’aver dismesso le armi e adoperato le mercenarie; non era questo allora il modo universale di far eserciti in Europa? eppure non solo gli Stati feudali nostri, come il Piemonte, la terra di Roma e il regno di Napoli, stavano in armi, ma le repubbliche mercantili mostrarono valore da eroi sia nelle interminabili guerre di Levante, sia nella micidiale di Pisa con Firenze, o di questa e di Siena co’ loro tiranni; forza di carattere apparve nelle tante congiure, o generose o insane, contro al Medici, ai Farnesi, ai Doria; il Ferruccio, e le Bande nere, e gli Strozzi mostraronsi degni di causa o di riuscita migliore.

Quando più non si potè combattere in patria, portarono di fuori il lor valore. Cosmo respirò allora solo quando Pietro Strozzi, mostratosi eroe (1558) alla presa di Calais, morì d’una cannonata a Thionville; ma i suoi seguaci, avanzi i più delle Bande nere e dei difensori di Siena, e favoriti da Caterina de’ Medici avversa a Cosmo[348], continuarono utili servigi alla Francia. Ferrante Sanseverino principe di Salerno, genero del vicerè Toledo, era stato spedito ad esporre le querele dei Napoletani a Carlo V; e mal ricevuto da questo, in patria perseguito prima da sicarj, poi da accuse di eresia e di Stato, fuggì a Padova, e dichiarato ribelle, tramò cogli altri fuorusciti, poi deluso andò a servire i Turchi; unitosi a Pietro Strozzi sotto Siena, entrò anche nel Reame; cadute poi tutte le speranze, tornò oltr’alpe al durissimo pane degli esuli; e cantossi lungamente per Italia e per Francia una sua canzone che cominciava, Ohimè, ch’io non pensava dipartirmi, e una spagnuola che esprimeva, Passò il tempo dell’amore, passò la mia gloria, passò la mia ventura; non mi aspetta che il sepolcro. Sua moglie vendette poi le suppellettili e mendicò alle Corti per ergere una tomba sulle stanche ossa di lui.

L’Armanni (Lettere, volume I, pag. 727) dice che Gubbio dal 1530 al 70 aveva in diversi eserciti tre capitani generali, due luogotenenti generali, sei colonnelli, 65 capitani, divisandoli per nome e anni. Don Giovanni d’Austria, nella rassegna dell’esercito che menava contro i Turchi, udendo ogni tratto nominare da Gubbio, domandò: — Ma cos’è questo Gubbio? o ch’è maggior di Milano? maggior di Napoli?» Gli fu risposto era una città del principe Francesco Maria ivi presente, del che egli lo felicitò. Eppure quando ai dì nostri, Napoleone volle obbligare i Gubbiesi alla coscrizione, buttavansi piuttosto ai boschi e ai monti.

Bernardino Rocca piacentino fu buono scrittore di cose militari. Centorio degli Ortensi, romano o milanese, portò sui campi lo spirito osservatore, e dopo la pace fece discorsi sull’arte militare, commentarj delle guerre di Transilvania, ed altri lavori. Antonio Castrioto duca di Ferrandina, ultimo discendente dello Scanderbeg, liberalissimo fin alla prodigalità e buon poeta, militò con Carlo V contro gli eretici, e reduce passò per Venezia, ove assistendo mascherato a una festa di gentildonne a Murano, usò insolenza a Marco Giustiniano, onde un costui famiglio l’ammazzò[349]. Torquato Conti, signore di molti castelli di Romagna, e suo fratello Alto assai campeggiarono in Germania e Francia. Molti altri de’ nostri militarono per gli oppressori e contro, ma erano tenuti da meno, esposti ove maggiore il pericolo, abbandonati dopo questo: Carlo V nel 1547 congedava quelli che lo aveano servito contro i Protestanti in Germania, in tal povertà, che ebbero ad accattare il pane di porta in porta, e pochi si ridussero alle patrie[350]. Jacobo Inghirami marchese di Montegiori fu de’ capitani più famosi nel XVI secolo, comandò le galere della religione di S. Stefano e fu il flagello de’ Barbareschi. Biagio Capizucchi marchese di Monterio, generale delle truppe papali all’assedio di Poitiers nel 1569, osò mettersi a nuoto, e andar a tagliare le corde che teneano i pezzi che gli assedianti preparavano per gettar un ponte e dare l’assalto; di che Pio V lo loda in una bolla. Combattè poi anche in Germania e ne’ Paesi Bassi. Suo fratello Camillo, segnalatosi alla battaglia di Lepanto e ne’ Paesi Bassi e in Ungheria, morì di 60 anni nel 1597, e scrisse De officio præfecti castrorum.

Francesco Sommi cremonese, cavaliere di Santo Stefano, servì Francia contro gli Ugonotti, con bellissima compagnia di cavalleggeri. Nella guerra di Fiandra si segnalarono Vincenzo Machiavelli e il Fiammelli fiorentino, Scipione Vorganno, Antonio Pittore, Giambello architetto, Girolamo Osio luogotenente di cavalleria[351], e Chiapino Vitello di Città di Castello, già capitano generale della fanteria di Cosmo, del cui valore i Fiamminghi si vendicavano col beffarne la mostruosa pinguedine[352]. Ivi stesso il conte Basta di Rocca presso Táranto, militò col duca di Parma, poi guidò gli eserciti austriaci a togliere la Transilvania al famoso Stefano Batori, e la governò con militare prepotenza; scrisse il Maestro di campo generale, e il Governo della cavalleria leggiera.

Nell’età seguente Lodovico Gonzaga, divenuto poi duca di Nevers, combattè gli Ugonotti, salvò Parigi dal Coligny, tolse agl’Inglesi Hâvre de Grace, ed espugnò Macone. Gabrio Serbelloni milanese si segnalò all’impresa della Goletta. Pier Battista Borgo di Genova osteggiò valorosamente gli Svedesi in Germania, e descrisse la guerra de’ Trent’anni fin alla morte di Gustavo Adolfo. Nella quale Alberto Caprara bolognese più volte ebbe il comando supremo degli Imperiali, fece quarantaquattro campagne, ambasciate molte e due alla Porta. Ottavio Piccolómini senese, come venturiere fece buona prova contro i Turchi e in Valtellina, servì sotto il Waldstein, e alla famosa battaglia di Lutzen caricò sette volte il nemico, sei colpi di pistola ricevette, prese diciassette bandiere, e furono i suoi che, uccidendo Gustavo Adolfo, salvarono la Germania dalla dominazione svedese; poi rivelando all’imperatore i disegni confidatigli dal Waldstein, procacciò a questo l’assassinio, a sè il titolo di principe e l’infamia di spia.

L’arte degli assedj dovette mutarsi da capo a fondo dopo introdotte armi di sì lontana projezione e di sì terribile urto; le alture non più si accurarono se non in quanto non fossero dominate da altre; poi restò sempre a temere delle mine che facesser saltare la meglio munita fortezza. Affondando le mura nel fosso, si venne a potere strisciar colle artiglierie lo spalto che via via declina verso la campagna; il quale col suo pendìo copre la cortina in modo, che il nemico, volendola battere, è costretto tagliare esso spalto e la controscarpa, e venir a piantare sul labbro del fossato le batterie di breccia, con estremo pericolo. Tali miglioramenti furono introdotti passo a passo, e di molti il merito spetta agl’Italiani, quasi unici che, nel primo secolo dell’artiglieria, servissero in uffizio d’ingegneri militari per tutt’Europa.