Dentro, i principi s’applicarono a munirsi di fortilizj, e distruggere le bande di ventura e i loro capitani; anzi i duchi di Toscana e d’Urbino s’accordarono a tal fine col papa, severissimi bandi mandarono, e divieto di portare armi, od allogarsi a soldo straniero. Pel medesimo intento i principi avvisavano distruggere le famiglie, semenzajo perenne di campioni; i duchi di Parma tolsero i Torelli da Montechiarugolo; Gregorio XIII traeva alla Chiesa molti beni e castelli di vassalli, come Castelnuovo degli Iseri di Cesena, Corcona dei Sassatelli di Imola, Lonzano e Savignano dei Rangoni, Bertinoro e Verrucchio dei Pio, e via discorrete.
Nell’universale nimicizia contro le antiche repubbliche, vanto o vita della nostra penisola, il sentimento patriotico si può ancora consolare affissandosi in Venezia. Assalita dall’inimicizia di tutta Europa collegata a Cambrai, essa trova al cinque per cento le esorbitanti somme occorrenti, mentre Francia ne ha appena al quaranta. Uscitane con onore, dopo il sagrifizio di settanta milioni, è mirabile come potesse alleviar le imposte, fortificare Padova, Treviso e le altre piazze e soccorrer re Francesco. La libertà s’era ristretta in pochissimi; diminuito, non tolto il commercio; e minacciata dai Turchi e dagli Austriaci, dovea pensare a schermirsi, più che ad ingrandire: pure vi si scorgono ancora nobili caratteri. Antonio Grimani, capitano generale dell’armata nel 1498, vinto a Lépanto, fu dalla repubblica condannato ai ferri; e suo figlio Vincenzo non soffrì che altri fuor di lui glieli mettesse, poi non l’abbandonò mai. Scontata la prigionia, spoglio di dignità, messo a confine, Antonio fuggì a Roma presso un altro suo figlio cardinale, dove, sempre amoroso dell’ingrata patria, non cessava di distorre Giulio II dalla fatal lega, teneva avvisati di che si operasse contro Venezia, la quale gli restituì la patria e gli onori, e perchè fosse prova del come si deva vendicarsi de’ concittadini, fu eletto doge a ottantacinque anni. All’inaugurazione, egli s’inginocchiò, e trattosi il corno dogale, si raccomandò a Dio lo guidasse nel difficile cammino. Un giorno, mentre in solennità montava il bucintoro, si fermò e disse: — Qui stesso mi furono messi i ceppi, ed ora son doge». Morto che fu, Vincenzo suo non depose più mai le vesti di lutto[353].
Biagio Giuliano comandava alla batteria di San Teodoro a Candia, e vedendo non la poter difendere, aspetta l’accostarsi di molti Turchi, poi mette fuoco a una mina, e nella morte travolge sè ed i nemici. Andrea Gritti, stando prigione dei Turchi, avea riconciliato quella potenza colla sua repubblica; stando prigione dell’imperatore, lo indusse a far lega con quella; da poi fu spedito a visitar le provincie, ripristinare le fortezze e l’obbedienza, ricevere di nuovo il giuramento; ravviò le disperse fonti della prosperità, per quanto era possibile ne’ mutati modi del commercio; riparò i canali irrigatorj e navigli; riaperse l’Università di Padova.
Pietro Duodo, di buon’ora adoprato negli uffizj della patria, andò ambasciatore a Carlo Emanuele di Savoja, poi a Sigismondo III di Polonia che lo creò cavaliere, ad Enrico IV che per riconoscenza gli permise d’inquartare alle sue armi lo scudo di Francia e di Navarra, a Rodolfo imperatore che lo creò conte del sacro romano impero, poi al re d’Inghilterra e a papa Paolo V. Capitano di Padova, v’instaurò la pace, fece contornar d’alberi la città, rinnovò le corse de’ cavalli, migliorò le strade, e vi fondò l’accademia Delia di sessanta gentiluomini applicati agli esercizj cavallereschi sotto un matematico, un cavaliere, un maestro d’armi e così via, per rendersi abili a servire la patria. Dallo Scamozzi, di cui fu il mecenate, fece erigere a Monselice sei cappelle: e scrisse qualche opera, oltre le relazioni di sue ambasciate.
Carlo Magio nobiluomo, incaricato di visitare le fortezze di Cipro, munirle e approvvigionarle, l’eseguì; poi si condusse al papa per sollecitarne i soccorsi contro il Turco minacciante: tornato a Cipro, difese Famagosta, ma come questa fu presa, restò schiavo, venduto successivamente a due padroni, che lo fecero lavorare senza riguardo. Dopo varj accidenti uscito di schiavitù, e tornato in patria verso il 1570, fece dipingere le proprie avventure da Paolo Veronese e da altri insigni artisti in diciotto miniature, che ora si conservano nella biblioteca imperiale di Parigi. Oltre emblemi e assai figure simboliche, e il ritratto del Magio e di suo figlio, vi si vedono l’isola di Cipro, Zante, Candia, Venezia, l’Egitto, Tripoli ed altri paesi, e la nave su cui esso Magio li scorre; poi Firenze, Roma, Bologna, altri luoghi dov’egli viaggiò, e il concistoro di Roma in cui arringò il papa. In quel curiosissimo monumento biografico, ora lo scorgiamo da pellegrino visitare il santo Sepolcro sopra asini, giacchè non si permetteva d’entrare in Gerusalemme su cavalli; ora legato e nudo davanti un bascià, o bastonato e oppresso di fatiche dai padroni; ora approdare alla Sanità di Venezia, e davanti al doge e ai pregadi esporre le sue avventure; ora rientrare nella ricca e deliziosa sua casa, e riconciliarsi coi parenti che forse aveano abusato della sua assenza, e celebrare con festini e banchetti il ritorno; tutto si chiude devotamente con un angelo, che al Magio e a suo figliuolo mostrano la gloria del paradiso.
Le scoperte strappavano a Venezia lo scettro de’ mari per darlo alla Spagna, all’Inghilterra, all’Olanda: eppure questo residuo delle cadenti creazioni del medioevo tenevasi eretto qual sentinella avanzata contro il furore ottomano, nè denari nè sangue risparmiando per combattere talvolta, per vigilare sempre il comune avversario della cristianità. Dalla presa di Costantinopoli in poi, tre guerre avea Venezia maneggiato col Turco, e sempre a scapito: nella prima dovette rinunziare Negroponte e molte terre della Morea e dell’Albania; contro Bajazet II perdè assai piazze sulla costa di Grecia; nel 1538 abbandonò Malvasìa e Napoli e quasi tutte le isolette dell’Arcipelago. Queste perdite furono in parte compensate dall’acquisto di Cefalonìa, Zante e soprattutto di Cipro, da cui dominava il seno circondato dall’Asia Minore, dalla Siria e dall’Egitto; e questi possessi conservava pagando alla Porta e al soldano d’Egitto tributi, mascherati col titolo d’ottenere privilegi mercantili. Ma i pericoli crescevano quanto più inrobustiva la potenza ottomana, e massime dopo che venne a capo di essa il gran Solimano.
Carlo V come nemico, Francesco I come amico provocarono contro l’Italia ostilità che non finirono con loro, e i pirati turchi trattavano la nostra patria come dappoi gli Europei il centro dell’Africa, cioè come un vivajo di schiavi; non lasciavano passar anno senza correrie, contro le quali Pio IV dovè metter in essere di difesa Ancona e Civitavecchia, anzi rinnovare le fortificazioni della città Leonina; Cosmo granduca munì il littorale toscano; il vicerè Toledo formò reggimenti stanziali, e pose i castelli di Reggio, Castro, Otranto, Lecce, Gallipoli, Trani, Barletta, Manfredonia, Monopoli.
Il terribile corsaro Dragut, nell’inseguire il quale non credeva avvilirsi Andrea Doria, fu catturato da questo, vicino a Calvi di Corsica, e messo a remare s’una galera, poi liberato per tremila scudi. Imprudente venalità, della quale colui si vendicò con nuovi guasti, e tolta ai cavalieri di Malta Tripoli di Barberia e l’isola delle Gerbe, neppur piegavasi all’autorità del granturco, e costrinse fino il Doria a fuggire, e stare a vedere inoperoso le devastazioni della costa calabrese. È vero che poi il Doria incalzandolo risolutamente, lo chiuse in un porto della Barberia; ma quando già lo credea preso, quell’intrepido fece trarre in secco le galere, e su carri trascinatele oltre una lingua di terra larga forse una lega, gettarle in acqua, sicchè alla mattina il Doria le vide in alto mare prendere una galea cristiana proveniente di Sicilia.
Filippo II allestì un forte naviglio con soldati di Genova, di Napoli, di Lombardia; ma l’impresa uscì alla peggio, anzi i corsari (1561), imbattutisi in tre galee del duca di Firenze, le cacciarono a rompere contro la Corsica, e ne fecero preda. Poco poi Dragut, udito che sette galee fabbricate in Sicilia doveano varcare a Napoli, le assalì e prese con roba e persone assai, fra cui due vescovi e molti nobili, donde trasse grossissimi riscatti. Dragut continuò i guasti, e assediò Orano sul lido d’Africa appartenente a Spagna; a cui soccorso essendosi mosse le galee di Napoli, Dragut volse le prore sopra questa città, e afferrò a Chiaja sperando cogliervi la marchesa Del Vasto, ma non gli venne fatto che di rapir gente di minore valuta. Dal Pegnon, altissimo scoglio sulle coste barbaresche, i corsari vedeano lontanissimo le navi cristiane, e colle loro galeotte lanciavansi a predarle (1564). Pertanto si allestirono a Napoli e Genova ottantasette galee e infiniti legni minori, che, comandati da don Garzia figlio del vicerè Toledo, espugnarono quella rupe.
— Mai una guerra, mai una corsa sul mare, dove io non mi sia trovato a fronte i cavalieri di Malta, instancabilmente prodi a danno de’ miei; empia congrega, irreconciliabile coll’islam per voto: io renderò omaggio a Dio distruggendola». Così dovette esclamare Solimano; e avendo i cavalieri predato il galeone de’ sultani, che recava a Venezia le derrate orientali, egli deliberò d’assalire l’isola loro; e con ducentoquaranta vele (1565), secondato anche da Dragut, pose a terra quarantamila uomini con ottanta cannoni. I cavalieri si difesero in maniera, che i Turchi dovettero ripartire dopo perduti ventimila uomini, fra i quali Dragut, e ridotta la flotta in deplorabile condizione. Da trecento cavalieri vi perirono, e il vecchio Giovanni La Vallette granmaestro combattè e faticò da eroe; poi dall’ingegnere Francesco Laparelli di Cortona fece munire la città che conserva il suo nome, e che fin testè era la più forte del mondo. E furono questi i tempi eroici dell’Ordine di Malta, il quale ben presto decadde: le commende vennero ambito appannaggio de’ cadetti di grandi famiglie, anzichè palestra e premio del valore; e i giovani cavalieri piacevansi di portar la croce bianca sul mantello nero onde figurare nelle corti, mentre tiranneggiavano Malta e Gozzo.