Il 1566, Solimano, rinnovata la flotta, tolse ai Genovesi Scio, tanto produttiva pel mastice, poi corse l’Adriatico, sperperando cento miglia di coste: e poichè egli minacciava l’Ungheria, il papa mandò gran somme all’imperatore, Emanuele Filiberto di Savoja cinquecento archibugieri a cavallo, altro denaro i duchi di Mantova e di Firenze, e più Alfonso II d’Este, che in persona menò a Vienna trecento gentiluomini e seicento archibugieri a cavallo, con altri armati fino a quattromila, di cui la metà a cavallo. Anche il resto della cristianità si armò, pure non compì veruna degna impresa; e fortuna fu che Solimano morisse (1566), e con lui cessasse l’ascendere della potenza musulmana.

Selim II, venuto al soglio traverso al cadavere dei suoi fratelli, briacone, spietato, negligente, eppure sospettoso e superbo nè curante della fede, ruppe la pace che vegliava da trent’anni con Venezia, perchè piacevangli i vini di Cipro. Vuolsi che Giuseppe Massy, rinnegato, avesse da Selim ubriaco avuto promessa dell’isola di Cipro; onde mosse ogni pietra per ottenerla, e forse fu per costui opera che saltò in aria (1569 13 7bre) la polveriera dell’arsenale di Venezia. Questo disastro, che annichilava tutte le provvigioni navali e guerresche, e sterminava moltissime case e vite, sbigottì gli spiriti, già soffrenti per un’orribile fame; ma allora si parve la mirabile fermezza del senato nel provvedere e riparare.

E ben n’era bisogno, giacchè, chiusa nella solita borsa di filo d’oro, giunse una lettera del granturco (1570), ove si leggeva: — Noi vogliamo Cipro, o per amore o per forza; non provocate la mia terribile spada, o noi faremo movere guerra crudelissima da ogni paese; non confidate nel vostro tesoro, che faremo defluire a guisa d’un torrente». E subito cento galee, ducenventiquattro legni minori e più di ottantamila Turchi, con cinquanta falconetti e trenta pezzi grossi d’artiglieria, serviti da moltissimi rinnegati italiani e spagnuoli, assalsero la deliziosa isola di Cipro, antemurale della cristianità contro i Turchi, ricca di produzioni e traffici, e delle due forti città di Nicosia fra terra e Famagosta a mare, oltre quelle di Pafo, Cerina e Limasol. Dai Lusignani era passata alla Repubblica; ma indomabile avversione serbavano i natii ai feudatarj veneti, da cui erano trattati come schiavi, sicchè aspiravano a un mutamento.

Quantunque desolata da tanti disastri, Venezia (1570) pose in essere settanta legni di guerra; descrisse la gioventù in tutte le isole; i gentiluomini concorsero con generose offerte e col braccio; e il solo Eugenio conte di Singta, principale fra i nobili di Cipro, vi menò mille fanti e altrettanti cavalli. Pio V diede denaro ed eccitò tutta la cristianità, ma non potè conseguire se non cinquanta galee dal re Cattolico, capitanate da Gianandrea Doria, cui esso ne unì dodici o tredici, comandate da Marc’Antonio Colonna, alquante i duchi di Toscana e Savoja. Con ardore e coraggio i negozianti di Genova, i cavalieri di Malta, i gentiluomini d’ogni paese, lasciavano le famiglie, i piaceri, le corti per venire a ferire colpi sulle galeazze italiane, o in Ungheria e Transilvania contro i Turchi. Troppo però diversi dagli antichi Crociati, i quali non pensavano a gloria, e morivano ignoti com’erano vissuti, per Gesù e Maria, costoro portavano alle imprese vanità, braveria, cupidigia di gradi o ricompense, di sentir ripetere alla Corte le proprie imprese, ottenere un bel priorato o un’odalisca.

Marc’Antonio Colonna pretendeva il comando in capo, come rappresentante del papa; Gian Andrea Doria, sempre geloso de’ Veneziani, non volle cedere a Girolamo Zeno, che più di censessanta vascelli menando, credea poter aspirare al capitanato: del quale mentre contendono nel porto di Candia, le epidemie cominciano, la stagione passa, e la flotta bisogna si riduca ne’ quartieri d’inverno. La turca invece procede (9 7bre), e con torrenti di sangue, dopo quindici assalti prende Nicosia, scannando ventimila persone, poi Pafo e Limasol. Restava Famagosta, sotto la quale accamparono ben tosto, circuendola colle teste dei difensori di Nicosia infisse sulle picche e le scimitarre.

Il papa faticò a combinare una nuova lega, ma neppure questa ebbe effetto; anzi il Doria, adducendo di non essersi mosso che per salvare Nicosia (1571), ed oggimai essere imprudente un assalto, ricondusse in Sicilia le sue galee. Venezia sola non intepidiva negli appresti, trecentomila zecchini al mese spendendovi: eppure quei che fanno il generoso da lontano, la tacciavano che pensasse riconciliarsi col Turco. Astore Baglione, buon poeta e guerriero distinto in ogni guerra, comandante a tutta l’isola, Luigi Martinengo capo dell’artiglieria, Antonio Quirini; e principalmente il procuratore Marco Bragadino difendevano da eroi Famagosta; ma dopo respinto sei assalti, dopo faticosissime mine il cui scoppio avvolgeva assediati e assediatori, dopo logorate tutte le munizioni e i viveri anche più schifi, capitolarono onorevolmente (1 agosto). Lala Mustafà mostrò desiderio di conoscere di viso que’ prodi, onde il Bragadino, colla porpora di magistrato e l’ombrello rosso della sua dignità, accompagnato dal Quirini, dal Martinengo, dal Baglione, da altri uffiziali va alla tenda di lui: ma quivi nato diverbio sul modo d’intendere la capitolazione, esso li fa prendere, squartare, anzi il Bragadino pelar vivo in sua presenza, e la pelle impagliata portare in trionfo sotto il baldacchino rosso; collo strazio di loro e di Famagosta volendo vendicare i settantacinquemila Ottomani che v’avea perduti. La fama di quell’assassinio corse per la cristianità; e romanzi e tragedie mossero a compassione per l’eroe della fede[354], la cui pelle ornò lungamente il serraglio.

Ed altri eroi mostrò Venezia in quelle guerre. Tommaso Morosini, assalito da quaranta navi nemiche, nega arrendersi, e per un’ora si difende, finchè due galeazze sopraggiunte lo salvano. Tommaso Costanzo di diciassett’anni capitanava un legno veneto, e incappato nella flotta turca risolve difendersi; il colonnello Buonagiunta, benchè malato, si fa portare fra i combattenti; il capitano Antonio mettesi la camicia sopra l’armadura per essere meglio distinto, e con due spade si avventa nella mischia: così difesero palmo a palmo la nave; infine il Costanzo restò prigioniero, e i Turchi, dopo invano cercato conciliarselo, lo martirizzarono e circoncisero, senza però indurlo a rinnegare.

Presa Nicosia, una gentildonna venuta in potestà del nemico, per non essere disonorata mette il fuoco alla santa barbara, e fa saltare la propria nave con altre. Le donne di Famagosta combattevano esse medesime; portavano acqua, polvere, vino, consolazioni, rimedj; divise in quattro compagnie, preceduta ciascuna da un prete, recavano i mobili anche più preziosi onde risarcire la mura o lanciarli sui Musulmani. Una di esse ferita si volge alle compagne, e — Non piangete: io non partirò di qui prima ch’io versi tutto il sangue per la patria e per la fede, e mi ricongiunga a mio marito»; e mescolandosi di nuovo nella pugna, vi trova la morte.

Perduta Cipro, i Cristiani sentirono il comune pericolo, e fu preso accordo d’unire nel nome di Cristo cinquantamila fanti e quattromila cavalli: Filippo II farebbe mezze le spese, un terzo Venezia, un sesto il papa, e in tal proporzione si spartirebbe il bottino; le conquiste d’Europa e d’Asia resterebbero alla Repubblica, quelle d’Africa alla Spagna. Comandava ai Romani Marc’Antonio Colonna, ai Veneti Sebastiano Venier, agli Ispani il Doria; e per evitare il conflitto delle pretendenze si diede l’imperio supremo a don Giovanni d’Austria, bastardo di Carlo V. Vi si unirono Firenze con dieci galee de’ cavalieri di Santo Stefano, Savoja, Ferrara, Urbino, Parma, Mantova, le repubbliche di Genova e Lucca, fino al numero di dodicimila Italiani, più tremila nobili venturieri, fra’ quali Alessandro Farnese principe di Parma, Francesco Maria Della Rovere principe d’Urbino, Gabrio Serbelloni milanese.

Salpati da Messina (7 8bre), alle isole Curzolari nell’antico golfo di Crissa videro ducenventiquattro vele turche sbucare dal golfo di Lepanto, comandate da Alì bascià; e il Serbelloni e il Colonna e principalmente Agostino Barbarigo provveditore vinsero le esitanze del Doria, e indussero don Giovanni ad accettare la mischia. Faceano l’antiguardo otto galere, sotto Giovanni da Cardona ammiraglio di Sicilia; seguivano cinquantatre galee del Doria; sei galeazze veneziane sotto il Duodo, cui tenea dietro la battaglia di sessantuna galee con bandiera papale; infine cinquantatre galee sotto il Barbarigo, e trenta sotto Alvaro da Bazan, ammiraglio di Napoli. «Inarborarono ne’ luoghi più eminenti le immagini di Cristo crocifisso;.... ed essendosi tutti alla santissima immagine inginocchiati, ed unitamente ciascuno chiedendo perdono de’ suoi peccati, crebbe tanto la volontà di combattere ed il valore ne’ cristiani soldati, che in un subito quasi miracolosamente per tutta l’armata in generale una voce levossi, che iterando altissimamente Vittoria, vittoria, fin dagli stessi nemici udir si poteva»[355]. Si viene all’attacco; Mustafà, lordo ancora del sangue del Bragadino, lanciavasi contro il vascello di don Giovanni, ch’era irreparabilmente perduto, e con esso la battaglia, se Antonio Loredano e Francesco Malipiero non si fossero interposti, e disperatamente combattendo non avessero salvo il generale. Alì è ucciso, i Turchi, spaventati e rotti, lasciano più di ventiduemila morti e diecimila prigionieri. I Cristiani, schiavi al remo sulle galee turche, appena videro piegare la fortuna, si sferrarono, e crebbero il disordine; mentre quei delle nostre, promessa la libertà, combatterono disperati; sicchè quindicimila Cristiani furono liberati. Agostino Barbarigo periva, ringraziando Dio che avesse consolato gli estremi suoi momenti colla certezza della vittoria.