Anche tra le file nemiche troviamo dei nostri prodi. Un frate calabrese, côlto dai Turchi mentre andava a studio a Napoli, rinnegò, e col nome di Ucciali (Kilig-Alì) postosi a loro servizio, e impadronitosi d’una nave, si diede al corsaro, e fu lungo spavento alle coste italiane. Una volta, dopo saccheggiato Tagia ed arso Roccabruna, afferrò a Villafranca, mentre vi si trovava Emanuele Filiberto di Savoja. Questi mandò in fretta per soccorsi a Nizza, e intanto raccozzati da trecento archibugieri, co’ suoi cortigiani sortì incontro ai pirati; al cui aspetto però i nostri fuggirono. Il duca vuolsi ne rimanesse prigione, e ne fosse liberato da due gentiluomini a prezzo della propria vita: quaranta de’ suoi furono morti, e pel riscatto de’ gentiluomini Ucciali pretese dodicimila scudi, e inoltre la grazia d’inchinare la duchessa Margherita. Quel tumulto di atti e di delitti non gli cancellò dall’animo le memorie della fanciullezza, e talora approdato sulle rive calabresi, mentre i suoi si diffondevano alla rapina, egli incognito visitava la casipola de’ suoi, e piangeva di tenerezza. A Lepanto egli comandava la sola ala che non cedette, e che anzi profligò i cavalieri di Malta, e con quaranta galee si salvò traverso ai nostri.
Era la maggiore battaglia navale che si combattesse dopo quella che, nelle acque stesse, avea deciso della sorte del mondo fra Antonio ed Ottaviano, sedici secoli innanzi. Esulta l’animo nel raccontare ancora un’impresa dell’Italia, unita e gloriosamente armata ad una di quelle poche battaglie, dove il vincitore non ha a vergognarsi. Ma la vittoria di Legnano non fu contrassegnata neppure da un nome, bastando si dicesse che la nazione avea vinto: ora l’alito principesco era talmente penetrato, che, sebbene i ragguagli contemporanei ascrivano ai Veneziani il merito di quella giornata, la fama ne glorificò don Giovanni; il papa nel tripudio di tale notizia esclamò, Fuit homo missus a Deo, cui nomen erat Johannes; ma il freddo e geloso Filippo — Ha vinto, sì, pure rischiò troppo», nè gli permise accettasse la corona d’Albania e Macedonia, offertagli da’ Cristiani di colà. Cinquemila prigioni furono divisi tra i vincitori, e al papa toccarono diciassette galee e quattro galeotte; a don Giovanni cinquantasette galee e otto galeotte; ai Veneziani quarantatre galee e sei galeotte; diciotto galee fra Savoja[356] e i cavalieri di Malta. La cristianità sentì ancora per un momento l’unità sua, e santificolla con miracoli; attribuì la vittoria alla Madonna, il cui rosario per ordine di Pio V in quell’ora si recitava da tutti i fedeli; eternò con annua festa la memoria di quel fatto e di quella devozione, e alle litanie aggiunse Auxilium christianorum.
A Roma si celebrò in onore di Marc’Antonio Colonna l’ultimo trionfo moderno, con fasto all’antica, entrando egli a cavallo per la breccia aperta a porta Capena, fra i prigionieri turchi e i magistrati romani e le arti. Solennissime feste ne fece Venezia; tutto il portico a Rialto, ove stavano i drappieri, fu addobbato di panni turchini e rossi, le botteghe con armi e spoglie, fra cui disponeansi insigni dipinti di Gian Bellino, Tiziano, Pordenone, Giorgione, Tintoretto; poi archi, bandiere, festoni, torce, candelabri, lanternoni[357]: in San Giovanni e Paolo si edificò la suntuosa cappella del Rosario; si apersero le prigioni ai debitori; si profuse denaro a’ poveri, sussidj ai superstiti, solenni esequie ai caduti, recitandone l’elogio il Paruta, e componendo le famose canzoni Giuseppe Zarlino, padre della musica moderna; e «per mostrare qualche segno di gratitudine verso Gesù Cristo benedetto, facendo dimostrazione contro quelli che sono nemici della santa sua fede», stabilirono che fossero espulsi gli Ebrei.
Parea dunque l’Europa deporre il tutto che aveva assunto alla presa di Costantinopoli: pure da tanta vittoria si trassero frutti scarsissimi; don Giovanni d’Austria non mostrò altra vaghezza che la giovanile di raccogliere applausi a Messina; gli emuli di Venezia si accorsero ch’essa poteva recuperare tutti i possessi in Oriente, onde vacillarono, nè si potè mettere insieme un numero di navi che bastasse a veruna impresa. Vero è che don Giovanni riuscì a salvare la Goletta che dominava Tunisi, e mettere una nuova fortezza sotto gli ordini di Gabrio Serbelloni e di Pagano Doria; ma poi anche questo dovette soccombere. All’incontro, Ucciali crebbe a ducento le navi che avea campate a Lepanto, e al nuovo anno ricomparve a molestare il Jonio. Vedendo non potere far conto sopra gli alleati, Venezia conchiuse col gransignore una pace, nella quale essa recuperava i prischi privilegi mercantili in Turchia, cedeva Cipro[358] (1573 15 marzo), e pagava alquanto d’indennità per le spese[359]. Dopo una lauta vittoria pacificavasi dunque peggio che non solea dopo le rotte: di che non rifinivano di disapprovarla quelli che non avevano saputo sostenerla.
Fortunatamente i Turchi, che minacciavano l’Europa d’una nuova conquista senza pietà, d’una preponderanza senza limiti, decaddero senza che possa assegnarsi di qual colpo, ma a guisa d’un torrente che, scavatosi il proprio letto, cessa di traboccare; e perchè la società nuova rendeva sempre meno tollerabile la tirannia di un popolo sovra un altro, e le varie nazioni emancipate si proteggeano col proprio braccio.
FINE DEL LIBRO DUODECIMO E DEL TOMO NONO
[ INDICE]
| LIBRO DUODECIMO | ||
| Capitolo | ||
| CXXVII. | Prospetto generale. Il Savonarola | [Pag. 1] |
| CXXVIII. | Il Milanese. Spedizione di Carlo VIII | [46] |
| CXXIX. | Conseguenze della spedizione di Carlo VIII. Fine del Savonarola e di Lodovico il Moro | [82] |
| CXXX. | Romagna. I Borgia. Politica machiavellica | [121] |
| CXXXI. | Il sistema militare. Guerra di Pisa. Giulio II. Lega di Cambrai | [163] |
| CXXXII. | Leone X e Luigi XII | [218] |
| CXXXIII. | Francesco I e Carlo V. Gli storici. I turchi | [239] |
| CXXXIV. | Cominciamento della Riforma religiosa | [280] |
| CXXXV. | Clemente VII. Sacco di Roma. Pace di Barcellona | [339] |
| CXXXVI. | Assedio di Firenze. Affannoso assodarsi della dominazione medicea | [391] |
| CXXXVII. | Terza guerra fra Carlo V e Francesco I. Casa di Savoja. Spedizione in Africa | [442] |
| CXXXVIII. | Doria e Fieschi. I Farnesi. Gli Strozzi. Guerra di Siena. Cosmo granduca | [463] |
| CXXXIX. | Fine di Carlo V. Estremo assetto dell’Italia. Prodi suoi figli. Sventure e glorie di Venezia. Imprese contro i Turchi | [503] |