[51]. Commines, lib. VIII. c. 5.
[52]. Lettera del provveditore alla Signoria di Venezia, 7 luglio. Il Ricotti fa durare un quarto d’ora la mischia e tre quarti la ritirata.
[53]. Malipieri. Egli stesso però riferisce lettera di Daniele Vendramin, pagatore in campo, che comincia: — Oggi abbiamo avuto fatto d’arme con li inimici, i quali non hanno avuto quella rotta ch’era nostro desiderio e che speravamo, perchè le sue artelarie li hanno grandemente ajutati».
Quel piacere che reca l’udir raccontate le imprese da coloro stessi che ne furon parte, rende gradite le varie lettere in proposito, raccolte dal Malipieri. Il conte Bernardino Fortebraccio alla Signoria veneta scriveva: — Dio sa che non mi pareva tempo di venire alle mani con gl’inimici. Volevo lasciare che si movessero, che si sariano rotti da loro stessi. L’illustrissimo marchese di Mantova deliberò altramente e diede dentro da Cesare. A me toccò il secondo colonnello; lo ordinai, e andai al loco mio. Alcuni dei nostri pervertirono l’ordine, e ne fecero danno a tutti. Il terzo colonnello toccò al conte di Gajazzo: ognuno diede l’assalto al loco suo. Io procedeva all’impresa mia ben armato e ben a cavallo. Combattemmo un pezzo, e andammo al basso. Fui affrontato da un cavaliere che portava sopra l’arme una veste di velluto negro e oro a falde. Combattemmo alquanto, e finalmente restò ferito da me, e se mi rese per prigione; non dico a me, ma all’illustrissima Signoria; che in altro non dimandai mai che si rendesse. Mi dimandò la vita, e gliela promisi; mi diede il suo stocco, e lo posi alla mia catenella dell’arzone; mi porse il suo guanto in segno di captività, e lo gittai in acqua, e consegnai la persona sua al mio ragazzo. Procedei più oltre e presi un altro; e successivamente in su fin al numero di quattro, due de’ quali sono, a mio giudizio, di qualche condizione. Erano bene ad ordine, e tra le altre cose aveano le loro catene d’oro al collo, in modo che io aveva al mio arzone quattro stocchi de’ nemici. Seguitai combattendo verso lo stendardo reale, sperando d’esser seguitato e ajutato dalli nostri, con disegno di condurre nel felicissimo nostro esercito o tutto o parte dell’insegna reale. Fui affrontato vicino ad essa insegna da un gran maestro ben a cavallo; e fummo alle mani. Gli dissi che si rendesse, non a me, ma all’illustrissima Signoria: mi rispose che non era tempo. Spinsi ’l cavallo, e gli tirai della spada nella gola; ma ad un suo grido fui assaltato da quattro cavalieri, e fui con loro a battaglia. Non voglio dire quello che feci; ma combattendo contro otto, fui prima ferito d’un’accetta nella tempia, poi nella coppa pur di accetta, e restai stornito; e ad un istesso tempo una lancia restata mi urtò nella schiena, e mi gettò a terra mezzo tramortito. Poi mi furno addosso e mi diedero dodici ferite, sette sull’elmo, tre nella gola e due nelle spalle. Iddio benedetto mi aiutò, che mi avevo posto sotto l’elmo un mio garzerino doppio, il quale mi salvò la vita; chè le ferite che io ebbi nella gola mi avariano dato la morte tante volte quante furno; ma non penetrorno. Ma quelle che io ebbi mi hanno data tanta passione, quanta dir si possa. Fui lasciato per morto, e fui abbandonato da ognuno del mio colonnello; il quale se fosse stato soccorso, non veniva conculcato da cavalli. Fui strascinato da un mio ragazzo in un fosso; persi il corsiero, un ragazzo, e un servitor che mi avea servito lungamente: alcuni altri dei miei più cari persero i cavalli; e in questa fazione pioveva grandemente. Cessato ’l fatto d’arme, fui portato in campo al mio padiglione. Li magnifici Provveditori furno a visitarmi, ma io non mi n’avvidi, chè ero più morto che vivo, in modo che mi fu raccomandata l’anima. Fui portato qui in casa di Andrea Bagiardo, uomo da bene: furno chiamati i medici, i quali non si curando di medicar le ferite, fu mandato a Bologna per un medico di Parma mio conosciuto; il qual prima che arrivasse, un suo fratello venuto qui a caso m’avea levato tre pezzi d’osso della testa, in modo che mi restò il cervello discoperto per quanto saria un fondo di tazza; perchè di tre ferite ne fece una sola. Giunse poi qui la donna mia, e con lo studio e sollecitudine sua son ridotto, per grazia di Dio, ad assai buon termine, in modo che spero di salute. Ogni male mi par niente, pur che abbia fatto cosa grata all’illustrissima Signoria e a quel glorioso senato. Non mi curerei della vita, purchè l’esercito de’ nemici fosse del tutto restato sconfitto. Mi par mill’anni a liberarmi del tutto, e poter tornare appresso l’illustrissimo signor marchese nel felicissimo nostro esercito: dove, occorrendo, mostrerò a pieno la mia vera servitù e fede; chè son marchesco, come sempre ho detto. Mi è stato di grandissima consolazione e sussidio, in tempo di sì grave caso, l’arrivo di Rafael mio, con quella lettera dell’illustrissima Signoria, piena di umanità e di dolcezza; e veramente non sento nè doglia nè passion, conoscendo di aver fatto cosa grata ad essa illustrissima Signoria; e certamente ho più stimato le proferte che mi son fatte nelle lettere, che li denari che mi son stati mandati. Lodato Dio, non stimo nessuna cosa più che esser in grazia del mio padrone... Questa notte ho riposato meglio dell’usato, per grazia di Dio. Di quanto succederà, la farò tener avvisata. Mi raccomando. Di Parma, a’ XX di luglio MCCCXCV.
Bernardin de Fortis Brachiis
comes, eques armorum.
«Voglio dir queste parole le quali non posso tacere. Eramo atti a romper quello e maggior esercito, se li nostri avessero atteso alla vittoria e non alli carriaggi; come particolarmente ragionerò a bocca con vostra magnificenza, se così piacerà al Signor Dio».
[54]. Il duca d’Orléans vi fece battere la prima moneta ossidionale di cuojo.
[55]. — Credo che non sia costituzione migliore di quella dei Veneziani, e che voi pigliate esempio da loro, resecando però qualche cosa di quelle che non sono a proposito nè al bisogno nostre, come è quella del doge. Predica sopra Aggeo, iii domenica d’avvento 1494.
Della sua avversione al suffragio universale diretto è monumento la strofa che avea fatto scrivere sulla sala del gran consiglio, e che parve profetica quando, per mezzo di quello, i Medici si fecero acclamare principi. Diceva:
Se questo popolar consiglio e certo