Erodoto, il più antico storico greco, dice che i Pelasgi «sacrificavano pregando gli Dei, ai quali però non applicavano nè nomi nè soprannomi, chiamandoli soltanto Dei»[38]. Forse ciò esprime che tenessero un Dio solo: ma probabilmente nel loro culto era divinizzata la natura, le forze feconde e ordinatrici di essa esprimendo in simboli, di cui restò orma nel culto italico, come i Fauni, Vesta, Anna Perenna, Pale, ed altre divinità estranie all’Olimpo greco. Il dio Termine per loro simboleggiava i possessi stabili: Vesta, la sanzione divina dell’associazione della donna coll’uomo: onde avrebbero essi introdotto fra i rozzi Italioti queste personificazioni religiose dello stato famigliare e del diritto di proprietà, importantissimi dove la costituzione pubblica riposa sopra la domestica[39]. A Vesta ardeva il fuoco perpetuo, custodito da vergini per le quali era delitto capitale il lasciarlo spegnere e il macchiar la castità. Nella Sabina posero un oracolo, somigliante a quel dell’Epiro.
Particolare al nome Pelasgo era pure il culto dei misteriosi Cabiri o Dioscuri; i quali al vulgo erano offerti come pianeti personificati, che in forma di stelle o di fuochi apparivano ai naviganti; mentre agli iniziati de’ misteri, cui sacrarj erano l’isola di Samotracia e Dodòna nell’Epiro, esprimevano il concetto di una trinità, formata dell’onnipotente, del gran fecondatore e della gran fecondatrice[40]. Ad essi serviva di ministro un Casmilo; nei loro misteri, che tennero gran parte nelle religioni italiche, garantivansi gl’iniziati contro le procelle ed altre sventure: ma le cerimonie tendeano principalmente alla purificazione delle anime. Il neofito confessava i suoi peccati, subiva prove severe, sacrifizj espiatorj; il sacerdote poteva assolvere anche dall’omicidio: ma lo spergiurare e l’uccisione nei tempj erano colpe riservate a un tribunale, che poteva anche punirle di morte. Nelle iniziazioni il neofito, coronato di ulivo e cinto d’una fusciaca purpurea, era collocato sopra una seggiola; e in cerchio ad esso gl’iniziati, tenendosi per mano, guidavano una danza al canto d’inni sacri. L’iniziato più non deponea la sacra benda, che fu poi adottata anche nei riti bacchici, coi quali aveano pure comuni le cerimonie impudiche.
Le somiglianze del culto italo coll’ellenico non isfuggirono ai Greci; e Dionigi d’Alicarnasso avverte che non trattasi solo d’identità di tipi e di forme, esprimenti le idee generali di potenza o protezione speciale, ma fin d’attributi, di vesti, d’usi tradizionali, di tregue religiose, di pompe e sagrifizj, di costruzione rituale dei tempj. Alcune divinità greche furono introdotte nel culto latino a tempi conosciuti, come Apollo nel 429 di Roma, Esculapio nel 459, nel 449 l’ara massima di Ercole: ma le maggiori avrebbero potuto piantarsi dopo già costituite quelle società, così tenaci della tradizione, senza eccitarvi un generale sovvertimento? e l’opposizione avrebbe potuto dalla storia essere inavvertita? Convien dunque supporle venute qui coi popoli stessi, massime coi Pelasgi, tanto più se si ponga mente alla fisionomia nazionale di esse divinità, e alla loro coerenza colle istituzioni civili.
Questo poco e null’altro sapremmo de’ Pelasgi, se non ci rimanessero avanzi di meravigliosi loro edifizj. A principio l’uomo nel procacciarsi un’abitazione non pensa che a schermirsi dalle intemperie e dalle belve, fortunato ove il suolo gli offre caverne naturali od opportunità di formarne, come le tante di Sicilia, massime in vai di Noto, al Peloro, a Spaccaforno, ad Ipsica, sovrapposte talvolta come i solaj d’una casa o i loculi d’un colombario. Colà doveano abitare i Lestrigoni, i Lotofagi, i Polifemi, quegli altri mostri in cui l’età poetica raffigurò le genti fuori del civile consorzio, e che limitavansi ad abbellire le grotte ove si ricoveravano, o dove riponevano la moglie, l’iddio, le reliquie dei cari estinti. Sacri spechi perciò incontriamo nelle più remote storie: in uno il re Numa Pompilio conferiva colla ninfa Egeria; da un altro la sibilla di Cuma rendeva i suoi oracoli; molti sotterranei mostrano l’antica Etruria e le isole del Mediterraneo[41], ornati coi primi tentativi dell’arte; e sovra tutti notevole è l’ipogeo presso l’antica Fiesole, in pietra arenaria compatta di strati distinti, che il vulgo attribuisce alle fate, e l’erudito non sa a qual uso.
TROGLODITI
Agli scavi trogloditici succedono le costruzioni sopra terra, nominate ciclopiche dai nostri Ciclopi di Sicilia, supposti giganti, che poterono sovrapporre massi enormi, non isquadrati, stanti per la propria mole, disposti in torri ovvero in mura con porte. Queste mura alcune sono di pietroni di varia grossezza, affatto scabri, e rinzaffati con ciottoli e scaglie; altre di macigni poligoni disposti al modo medesimo, grossolanamente martellati, e di forma e mole disuguale; altre di parallelepipedi rozzi, collocati perpendicolarmente: cemento non appare in nessuna. Nell’isola di Gozo fu così costruita la torre de’ Giganti, forse dai Fenicj, composta di due monumenti internamente comunicanti. Sono pur tali i Nuraghi di Sardegna, coni elevati da dodici a quindici metri, e finiti in tondo, fatti con dadi d’un metro negli strati meno erti, irregolari sempre e senza calcina. Sorgono sopra alture, cinti talvolta d’un terrapieno fin del giro di cento metri, fortificati da un muro alto tre e di simile costruzione, circuiti talora da altri simili coni di minor dimensione. Chi li crede trofei, chi are del fuoco: ma se si riflette che ne esistono forse tremila, non si può crederli che abitazioni o sepolcri, principalmente di sacerdoti, lo perchè non vi si trovano mai armi, bensì ornamenti femminili e idoletti[42].
EDIFIZJ CICLOPICI
Chi ha precisato quali caratteri distinguano l’architettura ciclopica dalla pelasgica? Questa, ammirabile non per regolarità come la greca, ma per la mole dei materiali e per somiglianza colle opere della natura, non adopravasi a servigio di re o ad onore di numi, ma ad utile sociale, in mura, vie, acquedotti, canali; e quel vivo sentimento della vita cittadina, rivelato dalla costruzione di tante città, sopravvisse ne’ futuri Italiani, propensi sempre alla vita di comune. Di tal maniera sussistono muraglie, od isolate o cintura di città: e fattura del diavolo le dice il vulgo, attonito a quegli ingenti massi, quali irregolari, come a Cosa, ad Arpino, ad Aufidena; quali riquadrati, come nell’antichissimo bastione di Roma, e in quei di Volterra e Fregelle; quali regolari, come a Cortona e Fiesole; spesso ancora di costruzione mescolata, sempre senza calce, e che mostrano l’uso di molte braccia e portentosa gagliardia.
MURA PELASGICHE
Solo dopo che nel 1792 si scopersero ruine sul monte Circeo, venne fissata l’attenzione agli edifizj pelasgici, che ora son uno de’ punti più studiati dagli archeologi, e moltissimi riscontri ai nostri si trovarono nel Peloponneso, nell’Attica, in Beozia, in Tessaglia, nella Focide, nell’Epiro, nella Tracia, nell’Asia Minore, paesi abitati da Pelasgi. Ma mentre pochi n’ha la Grecia, da trecento ne mostra l’Italia ne’ paesi degli Aborigeni, dei Sabini, dei Marsi, degli Ernici, e nelle città latine a mare. Principale tra quest’ultime è Terracina ( Anxur ); seguono il poligono recinto di Fundi, e le mura e le porte di Arpino e di Alatri, e quelle di Venda, Ferentino e Preneste, a massi irregolari, quali cingevano pure sulle montagne volsche Norba, Signia, Cora. Sull’altra gronda dell’Appennino fra i Sanniti rimane traccia di siffatti edifizj a Boviano, ad Esernia, a Calatia, fors’anche ad Aufidena; fra i Marsi ad Alba, ad Atina, e intorno al lago Fùcino. Da questo alle contrade tiburtine, abitate dai montanari Equi e Sabini, sembra usasse assai tal modo di fabbricare gigantesco, apparendone i resti a Cicolano e a Rieti, dove già furono Tiora, Nursi, Sura, e verso Monteverde e Siciliano e Vicovaro. Scarseggiano negli Abruzzi; ma nell’Umbria se ne ammirano ad Ameria, a Cesi, a Spoleto, e maggiori a Cosa. Finiscono tra l’Esi e l’Ombrone; l’Italia settentrionale non ne ha, non l’Etruria interiore; in Sicilia vorrebbesi vederne a Cefalù e sul monte Erice.