Nella mura dell’acropoli d’Arpino la porta è a cuneo; parallelepipeda ad Alatri, trapezia a Norba, al Circeo, a Signia, ma le spalle sembrano montagne: l’arco appare rozzo nell’acquedotto presso Terracina, regolare nel ponte di Cora, e più in qualche avanzo di Circeo, e nella porta gemina di Signia. Talvolta sono costruzioni rotonde, coperte di cupole formate di lastroni disposti orizzontalmente con progressiva sporgenza; come in molti sepolcri a Norba, a Tarquinia, a Vulci, e in quello insigne di Elpenore sul Circeo, e nel carcere Tulliano a Roma, che probabilmente in origine fu una cisterna, siccome quello di Tuscolo, quadro e sormontato da cupola a cono.
Non ci vorremo dunque collocare con quelli che riguardano i Pelasgi soltanto come un’orda ragunaticcia e feroce, la quale non abbia che messo a sperpero il paese. Se fosse, n’avremmo un appoggio a quel vanto dato da Plinio all’Italia, ch’essa sembri fatata dagli Dei a restituire agli uomini l’umanità: ma tutto all’opposto, altri lodano i Pelasgi sin d’avere portato qui l’alfabeto, giacchè Evandro, insegnator di questo, veniva dall’Arcadia, loro stanza.
Molto soffersero[43] in Italia i Pelasgi in grazia della sterilità e siccità dei campi, ma più ancora pei vulcani, dal cui imperversare furono, 1300 anni avanti Cristo, costretti abbandonare l’Etruria, ove le loro città vennero insalubri per le esalazioni delle paludi, formatesi di mezzo a terreni o depressi od elevati: Cere, una di esse, sedeva a quattro miglia dal cratere in cui stagna il lago di Bracciano; l’aria mefitica di Gravisca restò proverbiale fra’ Romani; Cosa per questa rimase deserta; Saturnia, città incontestabilmente pelasgica, era s’una delle ultime colline del vulcano di Santa Fiora.
Oppressi da tali disastri e da malattie strane, i Pelasgi interrogarono l’oracolo di Dodona, e n’ebbero risposta essere gli Dei sdegnati perchè, avendo promesso ai Cabiri la decima di tutto quanto nascerebbe, non aveano offerta quella de’ figliuoli. La spietata risposta parve ancor peggio del male; il popolo tumultuò, e prese in sospetto i capi: di qui crebbero i patimenti; stanchi de’ quali, alcuni Pelasgi migrarono, o tornando ai paesi dond’erano venuti, o procedendo ad occidente, massime verso l’Iberia, dove Sagunto e Tarragona mostrano mura di loro costruzione. I rimasti, da nuovi popoli furono non distrutti, ma spossessati e ridotti a condizione servile. I Sibariti in fatto chiamavano Pelasgi gli schiavi, che probabilmente erano gli Enotrj da loro soggiogati; e forse enotrj erano i Bruzj, schiavi rivoltati. Rimasti come servi campagnuoli della nobiltà urbana, forse a servigio di questa fabbricarono altre mura di città, che anche più tardi serbano carattere di robustezza.
Chi visiti San Pietro d’Alba nei Marsi, riconosce tre gradini di costruzione pelasgica, sormontati da un tempio romano, al quale i Goti aggiunsero una tribuna ad abside, e il medioevo una facciata, mentre l’interno è ornato da sei colonne di marmo corintio. Questa mescolanza non è il simbolo perpetuo della storia degli Italiani? e sarà mai sperabile che altri pianti un sistema, il quale valga unico a spiegare le mille varietà? Sanno d’alchimia più che di chimica cedeste manipolazioni della storia, per cui a cinquemila anni di lontananza si pretende dar la formola delle affinità, indicare la separazione dei popoli, ridurre a calcolo il caos. Ogni ipotesi troppo generale soccombe alla sincera indagine; e se è sconfortante che i dotti rimangano ambigui, ed i migliori sforzi riescano soltanto ad un forse, è umiliante che per quel forse si palleggi dall’uno all’altro il titolo d’ignorante o di presuntuoso.
Nota del 1874.
ANTICHITÀ PREISTORICHE
Le recenti scoperte di oggetti antichissimi, di rozzissimi arnesi, d’armi di silice, d’ossa rosicchiate o intagliate, di teschi umani entro grotte o ne’ paduli o nelle torbiere, e fin sotto a terreni di altra età geologica, portarono a un nuovo studio, che chiamarono antichità preistoriche. Ergendo ipotesi arditissime sovra fatti ancora indeterminati, si negò l’unica derivazione dell’uomo, si volle perfino crederlo null’altro che la trasformazione graduale di scimie antropomorfe, avvenuta in diverse parti del globo, e nel volgere di milioni d’anni.
Tutto ciò non ha a fare colla storia, la quale non può prender le mosse che dalle tradizioni nostre, dai nostri monumenti. I quali in verità attestarono uno stato quasi selvaggio delle popolazioni indigene, che, non possedendo ancora i metalli, si valeano delle pietre; poi usarono il rame, che più facilmente si trova puro; tardi approfittarono del ferro, divenuto poi principale stromento di civiltà. Giancarlo Conestabile assevera all’età del rame fosse contemporaneo l’uso del ferro, che trova spessissimo presente e mescolato all’altro metallo ne’ lavori artistici e industriali; donde induce che l’uso del ferro cominciò qui assai prima che nel Settentrione. Questi uomini preistorici sarebbero o brachicefali nell’Italia superiore, o dolicocefali nella inferiore: misti nella centrale.
Accordando colle scoperte recenti le tradizioni, abbiamo che, dopo il periodo pliocenico, l’Italia era occupata dal mare, donde sporgeano come isole le vette dei monti. Fra le selve d’alto fusto viveano genti selvagge con elefanti, rinoceronti, ippopotami, cervi da enormi corna, bovi primigeni ed altre specie perite. Da queste difendeansi con arme di selce: albergavano entro grotte, ovvero su palafitte in mezzo alle acque, dove rimasero gli avanzi de’ loro cibi. Così passarono l’età dei ghiacci: allo squagliarsi de’ quali la pianura andava asciugandosi, e le genti vi scendevano, perfezionando il vivere, gli utensili, le armi.