Ne’ personaggi pertanto che questa ricorda, si può piuttosto vedere simboleggiata un’età, uno stadio dell’incivilimento; e sebbene forse davvero il loro sandalo abbia calpestato la terra, il tempo ne cancellò l’orma, e la poesia ne ingrandì la statura fino a comprendervi un’epoca intera. Eruditi nostri contemporanei diressero robusti e sensati sforzi a scoprire la verità di sotto al velame della mitologia, e indietreggiare così i tempi storici: ma delle controverse loro conchiusioni una critica più schifiltosa si valse per rigettare nella mitologia anche parte di quella che soleasi accettare per istoria. Comunque sia, giova conoscere quegli eroi e que’ numi primitivi, perchè da essi trapela l’indole delle nazioni; indole che poi resiste ai sovvertimenti, ed entra come elemento nella futura civiltà.

RELIGIONI

I popoli non sono uniti e ordinati soltanto dalla forza e dalla parentela, ma anche da credenze e da riti. Colla parola l’uomo ricevette ab origine le verità primitive, che non avrebbe potuto acquistare coi sensi, e che poi furono offuscate dal peccato, il quale pose in disaccordo l’intelletto, la fantasia, i sensi. Offuscate, non tolte; e i popoli qual più qual meno ne conservarono, e si può riconoscerle di mezzo agli errori onde vennero contaminate. Alcuni uomini, o piuttosto alcune tribù raffigurate in personaggi quali furono per noi Giano e Saturno, custodirono più pure quelle verità, e insegnandole si fecero dirozzatori delle nazioni. La credenza d’un Dio unico era comune fra que’ nostri progenitori; ma ciascun popolo immaginava questo Dio sotto nomi e figure e simboli e attribuzioni differenti. Varie genti o confederandosi o soggiogandosi mettevano in comune il proprio dio, e veniva così a formarsi nel concetto vulgare un Olimpo di divinità. La moltiplicità delle quali non fu da principio che moltiplicità di nomi secondo le lingue; ma dall’adorazione di un Dio sotto nomi diversi era facile lo sdrucciolare all’adorazione di diversi Dei. I sacerdoti e i savj li tenevano come multiformi manifestazioni dell’Ente per eccellenza, e questo arcano insegnavano ne’ misteri: ma perchè il privilegio di offrire sagrifizj, consultare gl’Iddii, palesarne il volere, offriva comodità di dominare sui vulghi e dirigerne le cieche volontà in nome del Cielo, a questi insegnavasi una religione subordinata all’interesse di pochi, e acconcia alle grossolane fantasie. Così i sacerdoti, indotti non tanto da capriccio d’ingannare, quanto dall’istintiva necessità de’ men buoni di sottostare e ricevere educamento e direzione, valevansi della scienza a strumento di potere; onde formavansi i governi teocratici, mirabilmente opportuni a popoli rozzi, perchè l’oracolo della divinità dispensa dal dovere spiegare le necessità e le combinazioni politiche. E dove Varrone, nella Rustica, dice che la religione in Italia fu sempre dominata dall’interesse, null’altro credo significhi se non la pendenza pratica che sempre fu carattere della nostra nazione: dove il fine sociale è indicato dallo stesso nome latino di re-ligio, cioè rannodamento.

DEI. FESTE

Ma se la diversità dei culti italici palesa le molteplici origini della popolazione, si trova che, dal fondo delle tradizioni primitive, tutti dedussero idee sublimi della divinità. Nel carme Saliare, Giano era detto deorum deus[107], e questo solo fra i numi antichi non trovasi contaminato di colpe. Ma riservando i dogmi più puri agl’iniziati, al vulgo si porgeva quel culto materiale della natura, che dicemmo derivato dalla supposta dualità de’ principj: sicchè adoravansi Opi e Saturno, dio e dea della terra, il Tevere, il Numicio, il Vulturno; e le divinità moltiplicaronsi, fino ad averne ogni fonte, ogni casa, ogni città, nel culto tutto nazionale dei Genj[108]. Anna Perenna, la madre nudrice, era figurata nella luna che presiede all’anno, venerata nel fiume Nemi, con feste tutte gajezza e canzoni oscene; a Pale, dea de’ pastori, continuò feste anche Roma conquistatrice colle ferie Latine e coi Lupercali, in rimembranza dell’agreste origine sua; Fauna o Fatua, buona dea della pudicizia, era venerata da sole donne e al bujo; sotto ficaje selvatiche celebravansi le None Capretine; contro le malìe invocavasi Cardina, contro i fulmini Furina; Carmenta, colle sorelle Antevorta e Postvorta, alludeva ai parti; Tacita era madre dei Lari; e appellano a quelle vetustissime tradizioni Fortunata, Mania, Larunda, ed altre donne venerate. Ogni lavoro campestre era raccomandato a un nume particolare: Seja e Segestia proteggano i grani seminati, Proserpina quelli in germoglio, Nodoso quei che allegavano, Putelina quelli spigati, Tutulina quelli conservati ne’ granaj; e Roma invocava il Dio Vangatore, Ripastinatore, Aratore, Solcatore, Innestatore, Erpicatore, Sarchiatore, Suroncatore, Mietitore, Adunatore, Ripostore, Porgitore[109]. È ben a dolersi che siansi perduti gli Indigitamenta, ove i sacerdoti aveano raccolto i nomi e le storie di ben trentamila divinità, il cui complesso ci avrebbe porto idee men triviali sulla teogonia antica, e insieme sulla scienza umana, che ai primordj della civiltà non si esprime che colle forme della divina.

Nelle feste Fordicidie si sagrificavano trenta giovenche pregnanti; nelle Sementine imploravasi prospera la seminagione; nelle Rubiginali la preservazione dal bruciore, versando sul fuoco del vino e le viscere d’una pecora e d’un cane. Nelle Terminali i due confinanti ergevano un’ara, la donna vi portava il fuoco, il padrefamiglia formava il rogo, il fanciullo vi buttava del frumento, la figlia presentava del miele, si libava vino, s’immolava un agnello o una porchetta, e banchettavasi: festa derivata dai Sabini. Immagini ingenue se volete, ma inette ad elevare l’uomo a sane idee sulla natura di Dio, e alla pratica della pura morale.

I Sabini veneravano Matula dea della bontà, Mamerte (Marte) colla moglie Neriene dea della forza, Vacuna della vittoria, Feronia della libertà, Vesta della terra e del fuoco, Sanco, dio dai tre nomi ( Sancus Fidius Semon ), Sorano e Februo ministro della morte, e Sumano del fulmine. Nel 1848 presso Agnone nel Napolitano fu trovata una lamina di bronzo; in cui per ventisette linee d’una parte e ventitre dall’altra in osco si enumerano da venti divinità indigene, Giove custode del Comune e regolatore delle fatiche giornaliere, Panda guardiana delle messi, Geneta preside alle nascite, Ercole custode del limitare e della proprietà, e così via.

L’osceno Fallo è spesso rappresentato sui monumenti italici e sulle tombe. Singolarmente era adorata la Fortuna sotto infiniti nomi, chiedendone i responsi colle superstizioni più varie. A Preneste si deducevano le sorti da bastoncelli mischiati alla rinfusa, e tratti fuori dal supplicante; pratica germanica: due automi con cenni complicati rivelavano la buona o la trista ventura ai Volsci: nel tempio di Giunone a Vejo un’altra immagine augurava col capo. Qualcosa di barbaro e di antico conservava il culto di Circe, la gran fata delle trasformazioni, che compare sui promontorj a sgomento de’ naviganti; e ben tardi si continuò la devozione di lei sui capi, quel di Sorano sulle alture, di Feronia alle paludi e fontane.

A tali culti personali e topici mancava ogni unità di fatto o d’idea; nè le divinità aggregavansi in famiglia, ma ermafrodite da prima, poi decomposte in maschio e femmina, sempre però sterili, sinchè non vi s’intrecciarono le favole greche. Leggendo che gli Dei non avevano statue, forse dobbiamo intendere che non si effigiassero in sembianze umane: in fatto il Marte sabino era venerato in forma di lancia; anche dopo introdotto il culto idolatrico, il fuoco della dea Vesta continuò ad ardere silenzioso sull’altare senza immagine; e ne’ tremuoti pregavasi senza invocare alcun dio conosciuto e determinato.

FIEREZZA PRIMITIVA