Quando poi la città romana assorbiva le altre d’Italia, anche le religioni particolari venivano assorte dalla vincitrice, e gli Dei locali da quelli di Roma che più vi somigliavano. Da qui i moltissimi nomi od epiteti attribuiti a ciascun dio, talmente che Varrone ebbe a contare trecento Giovi in Italia. Taluno anche degli Dei sabini penetrò con quelli de’ conquistatori, come Semone Sanco allato al Giano latino: ma del culto locale e famigliare, tanto italico d’indole, rimase traccia negli Dei domestici delle varie genti ( sacra gentilia, dii gentiles ).

L’espiazione, fondamentale concetto delle religioni, portò da principio fino a sacrifizj umani, che si continuarono in tempi di men fiere consuetudini[110]. In Falera immolavansi fanciulle a Giunone: nelle primavere sacre facevasi voto di sacrificare agli Dei tutto quanto nascesse in quella stagione, non eccettuando i figliuoli; poi fu sostituito di mandar questi altrove in colonia. Nelle feste Argee venivano buttate persone nel Tevere, delle quali poi tennero vece ventiquattro o trenta figure di giunco: nelle Larali, teste di fanciulli, surrogate poi da papaveri. Terribili riti praticavano i Sabini: nei gravi frangenti di guerra, i soldati, accolti in un ricinto scarso di lume, fra il silenzio, le vittime e le spade, doveano giurare obbedienza, con tremende imprecazioni contro chi vi mancasse. Dal monte Soratte scendevano gl’Irpi, calcando a piè nudo carboni ardenti. I Marsi maneggiavano serpi, secondo n’erano stati istruiti dalla maga Angizia, cui veneravano nel sacro bosco presso al lago Fucino[111]. Queste ed altre memorie accennano la fierezza de’ primitivi abitatori, che fu poi temperata da’ tesmofori. I quali, regolando nel credere e riformando nel vivere, se non riescono ad abolire la guerra, la moderano col dritto feciale, per cui un sacerdote presentasi all’offensore, assegnandogli un termine entro il quale riparare i torti; scaduto questo indarno, gli è intimata nimicizia.

Le religioni rendevano dunque reale benefizio alla società, al brutale diritto della forza opponendo leggi sancite da una volontà superna. È vero che i sacerdoti non rappresentavano il popolo, nè sostenevano i diritti di questo: ma intanto moderavano i prepotenti, frenavano i vizj, diffondevano concetti di giustizia, di moralità, e ai re metteano per limite i dettami della coscienza, o le cerimonie e i decreti degli Dei.

SIMBOLISMO. AFFRATELLAMENTO

Spesso le costituzioni sociali e i governi riproduceano in terra l’immagine del Cielo; o i numeri simbolici, tratti da idee sovrasensibili, ripeteansi nei fatti umani. Così i trecento senatori di Roma corrispondono ai giorni dell’anno ciclico di dieci mesi: trenta porcellini partorisce la troja veduta da Enea sul posto ove Roma sorse: trenta città componeano la federazione latina: trenta Sabine furono rapite, dal cui nome Romolo intitolò le trenta curie: sono sette i colli di Roma, due volte sette le regioni d’Augusto; dodici le città fondate dai Pelasgi e dagli Etruschi, come dodici avoltoj appajono a Romolo. Mentre degli Etruschi, come d’altri popoli marittimi, era rituale il numero 12, il 10 era rituale per gl’Italioti, come pei popoli meno civili; e il 3 e il 10 vediamo dominare ne’ primitivi fatti dell’Italia e di Roma.

COSTUMI

Civilmente la religione serviva di vincolo alle popolazioni isolate. Il luco Ferentino, oggi Marino, quello sacro a Diana presso Aricia, l’altro di Venere fra Lavinio e Ardea servivano a convegni religiosi comuni: i Toscani s’accoglievano nel tempio di Voltumna, i Sabini in quello di Cere: sul monte Albano alle ferie Latine consumavasi solenne sacrifizio, distribuendo carne a tutte le tribù del Lazio, alle quali il comune dio Fauno rendeva oracoli dal profondo della selva Albunea.

In questi periodi della società (non proprj dell’Italia più che del restante mondo) si va estendendo l’idea di doveri reciproci, dapprima comprendendo la sola famiglia, poi la tribù; ma chiunque è fuor di questa, vien considerato come nemico, si può ucciderlo, ridurlo servo, non altrimenti che si farebbe d’una bestia. L’aggregazione in città e Stati allarga questo sentimento; viepiù la religione: ma sempre troveremo abbracciarsi nell’idea del dovere soltanto i membri della propria società; finchè il vangelo, annunziando la fratellanza di tutti e un’unica religione universale, gli estenda a tutti i figli di quel Padre nostro che è ne’ cieli.

Del resto le eterogenee popolazioni vivevano di vita distinta, ciascuna maturando una civiltà particolare. Il nome di patria rimase ristretto ad angusto territorio; e ben poche genti troviamo annodate in qualche titolo più generico, e collegate a feste o in assemblea politica quelle d’una medesima stirpe. Al più stringevano lega coi vicini, duratura quanto il bisogno; e il pensiero di unità nazionale, quand’anche noi sapessimo estranio alle popolazioni antiche, restava impedito dalle reciproche gelosie. Che cosa s’intendesse per popolo, e quanta parte esso pigliasse ai pubblici maneggi, difficile è determinarlo. Dappertutto troviamo la potenza aristocratica temperata dalla sovranità popolare. Ad un senato, composto dei padri della gente conquistatrice, spettavano i riti religiosi, le cariche, l’interpretar leggi, la scienza divina e l’umana; sicchè l’aristocrazia era sempre appoggiata sulla religione, per la quale discernevasi dalle plebi. Il Comune dei nobili formava la curia[112]. I prischi Latini, Equi, Sabini aveano imperatori e dittatori, sottomessi però alla sovranità nazionale: i Lucani in guerra sceglievano un imperatore, che congiungeva il comando militare e la civile supremazia: e tale era pure il meddix tuticus degli Osci, Volsci e Campani.

I Marsi erano lodati per frugalità e valore; i Sabelli per incolta costumatezza, e le donne loro e le Apule e Sannite per saviezza e sobrietà: ai Lucani predatori faceano contrasto i Sabini pii e giusti; ai molli e timidi Picentini i bellicosi Peligni e Sanniti, devoti a libera morte. Questi, d’educazione robusta[113], pomposi nelle armi, frugali nelle case, allevatori di mandre e puledri, e tessitori di lane, contraevano i matrimonj in freschissima età; in una giornata solenne sceglievano i dieci giovani meglio costumati e prodi, e davano loro l’arbitrio di eleggersi le spose[114]; ove se ne rendessero indegni, n’erano separati. Fra gli Umbri usavano le ordalie, simili ai giudizj di Dio praticati nel nostro medio evo[115], dove la divinità era chiamata immediatamente ad attestare con un miracolo la verità discussa o l’innocenza calunniata. L’atrio (forse così nominato dagli Adriani, e tutto proprio della nostra architettura) esprime un vivere comune e all’aperto; e colà, intorno al fuoco dei Lari, s’adunavano i fanciulli e le donne, non chiuse ne’ ginecei; e gli schiavi stessi[116], de’ quali grandissimo era il numero.