FORESTE. AGRICOLTURA

I dintorni di Roma erano tutti bosco: nella foresta Gallinaria in Campania, anche ai migliori tempi di Roma, ricoveravano masnadieri[117]: la foresta Ciminia pareva a Livio impenetrabile e spaventosa quanto quelle della Germania: Virgilio accenna la foresta di Sila, che le montagne del Bruzio ombrava per settecento stadj[118]: di piante era coperto il Gargàno, e così le colline circostanti a Vejo. Dionigi d’Alicarnasso ammirava le foreste sui colli e nelle vallate della Cisalpina, da cui si traevano begli alberi da costruzione, trasportandoli pei tanti fiumi ond’è solcato il paese, e che tanto giovano al baratto delle merci e derrate[119]; dal loro paese i Liguri asportavano tronchi di rara grossezza, e il legname de’ paesi bagnati dal Tirreno era cerco a preferenza di quello dell’Adriatico[120].

Questi boschi, di cui più non rimane vestigio, doveano rendere men torrenziali i fiumi e più rigida la temperatura: in fatto Orazio vedeva biancheggiare d’alta neve il Soratte, avvenimento ora insolitissimo; nel 480 di Roma il gelo fece morire molti alberi fruttiferi, quaranta giorni durò la neve sul suolo, il Tevere agghiacciò; e fra le superstizioni, Giovenale accenna d’una donna che rompeva il ghiaccio d’esso fiume per farvi le sue abluzioni. Pure Columella avea letto nell’agricoltura di Saserna, che contrade, dove lo stridore del verno non lasciava vivere olivi e viti, allora intepidite davano abbondantissimi oliveti e festante vendemmia[121]. Varrone fa coglier l’uva nel Lazio al fin di settembre, e il grano al fin di giugno[122], che sarebbe alquanto più tardi d’adesso: ma secondo Columella, agli idi di gennajo si mette mano ad arare, e cacciar il bestiame dai pascoli ove comincia a venir l’erba; Palladio agli idi stessi dice si seminava l’orzo gallico[123]; e i calendarj fissano al 25 febbrajo il comparir delle rondini, e al 26 agosto il sorgere della costellazione del vendemmiatore.

AGRICOLTURA

Ben presto d’agricoltura prosperò l’Italia, e prodotto principale era il frumento, massime il triticum durum, usitatissimo col nome di far o adoreum, e il triticum compositum, tanto fruttifero, che a Leonzio in Sicilia dava sin cento chicchi per uno[124]; e non che bastare al paese, si mandava fuori[125]. La segale era coltivata soltanto dai Taurini[126]; poco l’avena: l’orzo serviva solo agli animali domestici: del miglio e del panico, ricchezza della fertile Campania, si faceva pane e minestra.

PIANTE

Molti e squisiti vini; talchè, anche dopo conosciute Grecia e Spagna, Orazio onora di suo difficile gusto quasi unicamente i nostrali, e Plinio dice che di questi soli imbandivansi le imperiali mense. Columella e Plinio nominarono da cinquanta specie di vigne, ed è difficile l’accertare quali essi indichino coi differenti nomi, mentre neppur oggi ci accordiamo a riconoscere al nome quelle che si coltivano tuttodì. Certo grandissima cura vi adoperavano intorno, e studiavano a non mescolar le specie, e assegnare a ciascuna il terreno appropriato, acciocchè conservassero le proprie qualità. La vite coltivavasi già allora come oggidì, traendo profitto dal terreno frapposto; ed ora si lasciava serpeggiare per terra, ora sospendevasi a pali o ad alberi, quali il pioppo, l’olmo, la quercia; e credevasi migliore il vino delle più elevate. Ma Cinea ambasciatore di Pirro, assaggiando il vino d’Aricia, esclamò:—Non mi fa meraviglia se è così aspro, essendo la madre attaccata a una forca sì alta». Oggi pure gli stranieri stupiscono della nostra storditaggine, essi che legano le viti a bassissimi pali: ma il vario suolo esige varia coltura; e se abbiamo vigneti bassissimi e fin a terra in Lombardia, chi conosce il Polesine, il Ravegnano, la Puglia, comprenderà che cosa significassero i maritaggi delle viti coll’olmo e coi pioppi, e come fosse possibile far tavole e porte con tronchi di vigna segati.

Conosceasi il torcere il picciuolo de’ grappoli già maturi, alcuni giorni prima di coglierli, come ora si pratica col tokai; spampanavansi; talvolta si sgranavano le uve, poi si pigiavano, si torchiavano, e il succo facevasi colare in una cisterna di mattoni intonacata. Il vino torchiato era di seconda qualità. Il migliore talvolta raccoglievasi in capaci olle, e si lasciava sottacqua per un mese e più, presumendo con ciò togliergli la tendenza al fermentare: sommergendolo nel mare, si credeva acquistasse il profumo di vecchio. Altre volte nell’està seguente esponeasi per quaranta giorni alla vampa del sole. Da poi si scoprì che l’acqua di mare, ridotta a un terzo col bollire, ed aggiunta al vino, lo maturava. Coll’ebollizione pure si restringeva il vino troppo acquoso e talvolta formavasi il vin cotto: metodi tutti non affatto dismessi.

Grand’attenzione si prestava a tagliare i vini, mescolando le varie qualità; e vi si univano pece, trementina, fiori di vite, bacche di mirto, foglie di pino, mandorle amare, cardamomo, altre erbe fragranti. L’acidità se ne correggeva introducendo creta, latte, conchiglie pestate, gesso, ghiande torrefatte, scorbilli di pino; o tuffandovi un ferro rovente: aggiungeanvi pure del solfo, ma non pare vel bruciassero per solforare come oggi si fa, nè che si sapesse chiarificare coll’albume d’uovo, sebbene Orazio indichi che a ciò s’adoprava talvolta il torlo d’uovo di piccione.

Il professor Tenore e il danese Schouw vollero ricercare quali piante fossero conosciute nell’antico Pompej, inducendolo e dagli avanzi che se ne scoprono e dalle pitture. Queste rappresentano talvolta paesi egiziani od altri stranieri, oppure del tutto fantastiche, come quella dove un lauro rampolla dal fusto d’un dattero: ma quando pare si volesse copiare il vero, gli alberi più consueti sono il pino pignuolo e il cipresso, il pino d’Aleppo, l’oleandro, l’edera: si trovarono anche pinocchie carbonizzate; ma non le due vegetazioni, oggi caratteristiche di que’ paesi, l’agave americana e il fico opunzio, introdotte solo dopo scoperta l’America. È difficile accertare se fosse coltivato il dattero, che nelle pitture di Pompej figura soltanto in soggetti egizj o con significato simbolico. Teofrasto dice abbondava in Sicilia la palma nana ( chamerops humilis ), che oggidì trovasi appena rarissima nella baja di Napoli, ed è la sua gemma terminale quella che alcuni scambiarono per un ananas. Il cotone, che ora veste i campi attorno a Pompej, non appare dalle pitture, e coltivavasi solo nell’India e nell’Egitto, donde fu recato fra noi dagli Arabi. Ignoto era pure il gelso bianco. Vedonsi cipolle, rafanelli, rape, zucchette e mazzi d’asparagi, che non somigliano ai nostri coltivati. L’ulivo era delle coltivazioni più importanti, e alcuni de’ suoi frutti si trovarono in conserva. Fichi e viti erano comunissimi; e peri, pomi, ciliegi, pruni, peschi, melogranati, nespoli compajono nelle composizioni: ma non mai nè limoni, nè cedri, nè aranci, che sembra non s’introducessero qui prima del iii secolo. De’ cereali il più coltivato era il frumento, poi l’orzo; non la segale, nè l’avena: è dipinta una quaglia che becca una spiga d’orzo, e un’altra una di panico.