ANIMALI
Da’ bovi si disse venuto il nome d’Italia[127]: i majali della Gallia cisalpina nutrivano eserciti interi[128]: le lane supplivano ed alla seta nei vestiti signorili, ed alla tela nelle trabacche militari. Quella d’Apulia otteneva il vanto fin sulla milesia, e per conservarla morbida e immacolata, rivestivansi le pecore con altre pelli: di quelle finissime del Padovano si tessevano abiti e tappeti[129]; di bianchissime se ne tondeano intorno al Po, di nerissime a Pollenza; e per riputate che fossero le spagnuole, le nostre vinceanle in durata[130]. Di cavalli pure s’abbondava; i veneti erano cerchi anche fuori, e numerose razze nutriva la Puglia[131].
ECONOMIA. COMMERCIO
Sono vestigia dell’antica sapienza pratica alcuni proverbj citati da’ Romani, e che doveano aver corso prima che la coltura venisse abbandonata a mani servili.—Tristo agricola (dicevano) quello che compra ciò che il fondo può somministrargli. Tristo capocasa quel che fa di giorno ciò che può far di notte, eccetto il caso d’intemperie; peggiore chi fa ne’ giorni di lavoro quel che potrebbe ne’ festivi; pessimo quel che nei dì sereni lavora a tetto, anzi che all’aperto[132]. Il campo dev’essere minore delle forze del coltivatore, sicchè nella lotta questo a quello prevalga. Seminagione tempestiva spesso inganna; seminagione tarda non mai, se pur non fosse cattiva[133]. Non arare terra cariosa; non defraudare la semente[134]. Pregavano che le biade prosperassero per sè e pei vicini, e i censori punivano colui che arava più che non vangasse[135]. Più tardi d’opimo guadagno teneansi i prati; e Catone, interrogato qual fosse il primo modo d’arricchire coll’agricoltura, rispose:—I molti pascoli»; quale il secondo,—I pascoli mediocri»; quale il terzo,—I pascoli sebbene cattivi»[136]. Egli stesso diceva che «Ben coltivare è ben arare». Nè altrimenti che collo sminuzzamento della proprietà e coll’assidua coltura de’ terreni sarebbe potuto alimentarsi tanta popolazione sopra un territorio di mediocre estensione[137]. Cavavansi marmi e metalli; e più tardi il senato romano vietò di occupare più di quattromila uomini attorno alle miniere del Vercellese[138].
COMMERCIO
I popoli avveniticci prendevano stanza più volentieri vicino alle coste, conoscendo opportunissima al traffico l’Italia. In fatto la superiore manteneva commercio coll’Illiria, ed insigne emporio e mercato era Adria: a Genova i Liguri barattavano legname, resina, cera, miele, pellame, con biade, olio, vino, grasce[139], e mandavano fuori grossi sajoni, detti ligustini: i Bruzj asportavano pece e catrame; Veneti, Sanniti, Pugliesi, la lana: per la via Salaria, traverso all’alto Appennino, i Sabini venivano a prendere il sale nella marina de’ Pretuzj; gli Umbri il cavavano dalle ceneri; Liparioti, Rutuli, Volsci, Campani scorrevano il mare su barche lunghe e veloci; i Liguri su piccole rozzamente attrezzate.
DIALETTI
Niuna cosa (ha detto il Vico) s’involve dentro tante dubbiezze ed oscurità, quanto l’origine delle lingue ed il principio della propagazione delle nazioni[140]. Si disputa tuttodì se il linguaggio sia naturale o convenzionale, e perciò se regolato dalla logica o dall’uso, vale a dire dall’analogia o dall’anomalia. Noi già professammo la nostra credenza, nè questo è luogo a sì complicata controversia. Ben dei dialetti italici sarebbe importantissima la conoscenza, come quelli che ci avvicinano alla culla della lingua più importante fra le europee, la latina: ma le poche iscrizioni che ne sono l’unico avanzo, bastano appena a erudite congetture. L’osco, in cui trovasi moltissimo di sanscrito[141], estesissimo anche ai Sabini e agli Ausonj[142], e che sopravvisse alla nazione, non doveva differire se non nelle forme dall’umbro e dal latino.
SAPIENZA
Quale filosofia seguissero gl’Italiani, ignoriamo; pure dalla loro e da quella dei Pitagorici dovette comporsi la primitiva latina, benchè i posteriori, abbagliati dalle greche, non tenessero conto delle dottrine nazionali, e le confondessero colle epicuree e colle stoiche. Da due fonti si è tentato argomentarle, il linguaggio e la giurisprudenza. Il Vico nell’ Antichissima sapienza degli Italiani, osservando di quanta filosofia fossero pregne le voci latine, arguì che i prischi Itali dovevano essere argutissimi pensatori, e propose di estrarre da voci e frasi il loro sistema di metafisica, di fisica e di morale. Soltanto sulla metafisica condusse egli il lavoro, e mostrò che, secondo i primitivi Latini, erano identici il vero e il fatto; Dio sapeva le cose fisiche, l’uomo le matematiche, contraddicendo ai Dogmatici che credeano saper tutto, e agli Scettici che nulla; esser Dio il perfetto vero, al quale sono conosciuti gli elementi intrinseci ed estrinseci delle cose, mentre l’intelletto umano non procede che per via di divisione, e ricava dalla scienza l’ente e l’uno; nell’anima dell’uomo presiede l’animo, nell’animo la mente, e nella mente Iddio; il qual Dio volendo fa, e fa coll’eterno ordine delle cose, non già per fortuna o caso.