Se il metodo del Vico parrà a tutti di troppo arrischiata congettura, ancor meno valore può avere per chi, come noi, supponga che nel linguaggio sieno depositate le prime rivelazioni divine, necessario per dar lume alla mente e sviluppo alla ragione. E poichè le lingue non sono formate da filosofi ma dal popolo, in esse si trovano attestati non il grado del sapere, ma le verità di senso comune; ed è impossibile sceverare quel che un popolo vi pose di suo, da quanto ricevette per tradizione. Anzi dalla fratellanza delle lingue nostre colle greche troppo precipitosamente alcuni indussero la somiglianza di civiltà, quasi non potesse l’una che derivare dall’altra. Le nozioni di Dio e delle arti primitive erano anteriori alla separazione dei popoli, e perciò spesso s’incontrano comuni le parole che le esprimono; mentre diversissime quelle relative a diritto e legalità.
DIRITTO
E perciò migliore argomento della sapienza degli Italiani può offrire la giurisprudenza, la quale fondasi sovra principj anteriori all’importazione greca. Secondo quelli, l’uomo è un essere naturalmente ragionevole e libero, e la persona è l’uomo col proprio stato; lo stato suo è naturale o civile; per natura gode la libertà, cioè può fare ciò che la forza o il diritto non vieta, nè esso può alienarla. Per diritto civile però ammettevasi la schiavitù, e lo schiavo era diminuito del capo, era uomo non persona[143]. Mentre è della femmina la debolezza, la dignità è del maschio, solo capace di patria potestà e d’impieghi. Figliuolo è quello che nasce da giuste nozze; laonde sono insociali l’adulterio, l’incesto, il concubito. Consideravano come cosa tutto ciò che può essere computato nei beni, compresi i diritti: il diritto però non era corporeo, ma uno per eccellenza, indivisibile, inestinguibile, superstite all’oggetto su cui cadeva: non si acquistava nè perdeva altrimenti che colla volontà o col consenso.
Del resto, quand’anche si volesse trarre dai Greci la civiltà italiana, ben tosto se ne separò essenzialmente. In Grecia scomparve di buon’ora la predominanza delle famiglie, mentre in Italia il diritto privato si fondò sul diritto delle genti, che si perpetuò. Fra i Greci prevalse l’individualità, fra noi lo Stato, l’autorità, la riflessione, l’idea: laonde in quelli signoreggiò l’arte, nei nostri il dovere. In Grecia arrivò al colmo la individuale indipendenza; in Italia incontriamo patriarchi, i figliuoli legati a questi, i padri legati al Governo, il Governo agli Dei.
CAPITOLO VI.
Primordj di Roma. I Re.
Ora dalla mescolanza di Latini, Sabini, Etruschi vediamo formarsi il popolo, che per lunghi secoli dominerà tutto il mondo civile, e che è il più degno di storia perchè rimase come il prototipo delle nazioni d’Occidente.
IL LAZIO
Il Tevere, che in 300 chilometri di corso riceve la Chiana, la Nera, il Teverone, finchè per le due bocche di Fiumicino e d’Ostia scarica pigramente nel Tirreno, è il maggior fiume dell’Italia peninsulare, ma disavvenente e ingrato. Fra esso e il monte Albano, e fra Tivoli e il mare un arido e ondulato cantone di appena quaranta miglia di superficie confinava a mattina e a scirocco coi Volsci; a occidente esso fiume il separava dagli Etruschi; a settentrione l’Aniene e il monte Lucretile dagli Equi e dai Sabini. I quali Sabini dalle alture appennine aveano snidato gli Aborigeni; e cresciuti di gente, calarono in quel piano dilatato, che perciò denominarono Lazio; e soggiogati o respinti i Siculi, vi presero stanza, edificando i casali di Laurento, Preneste, Lanuvio, Gabio, Aricia, Lavinio, Tivoli, Tuscolo dalle mura di massi quadrilunghi; Ardea capitale dei Rùtuli, ricchi di commercio, che mandarono colonie fino a Sagunto di Spagna.
Le distinte popolazioni di quel paese, che Dionigi Alicarnasseo dicea formare quarantasette Stati indipendenti, e probabilmente volea dire Comuni, erano congiunte dal vincolo religioso, e alle ferie Latine convenivano tutte sul monte Albano per quattro giorni di solenne sacrifizio, del quale portavano a casa le carni: a Tivoli interrogavano la fatidica Sibilla; dal profondo della selva Albunea raccoglievano oracoli dal comune iddio Fauno; in onore di Pale dea dei pastori celebravano le Palilie al 21 aprile, quando il sole entra nel segno del toro, animale venerato in Italia, e quando primavera rinnova la natura. Festa tutta rusticale, ove le pecore si aspergevano d’acqua santa; pastori e pastorelle ornavansi di frondi e ghirlande; alla dea offrivasi del miglio in corbelle di paglia, e latte ancor tepido, e la si invocava ripetendo tre volte verso Oriente la prece rituale; poi il preside del sacrifizio beveva da una ciotola di legno latte e vin caldo, astergeva le mani in acqua viva, saltava traverso un fuoco di paglia, e purificava se stesso[144].