I RE DI ROMA
671 Ma presto il sereno sparisce. Il bellicoso re Tullo Ostilio apre guerra contro Alba, capitale dei Latini e madre di Roma; e vien definita col duello di tre fratelli Orazj con tre Curiazj; Alba è a suon di trombe distrutta, i cittadini trasferiti a Roma sul monte Celio, e la guerra continua per sottoporre le città che a quella avevano obbedito. Ma mentre vuole, coi riti insegnati da Numa, placare le divinità adirate, Tullo rimane colpito dal fulmine.
639 Anco Marzio, suo nipote e successore, vince Fidenati, Volsci, Vejenti, Sabini, Latini; prepara il porto di Ostia, le saline e il carcere Mamertino a piedi del Tarpeo; fortifica l’Aventino e il Gianicolo per assicurare dagli Etruschi la navigazione del Tevere; fa scolpire le leggi sacre, delle quali rinnova il cessato vigore.
614 Tarquinio Prisco, oriundo di Corinto e lucumone d’Etruria, ottiene lo scettro romano, favorito da augurj; aggrega cento nuovi senatori, due nuove vestali; fabbrica acquedotti, cloache, i portici del fôro, il Circo Massimo tra il colle Palatino e l’Aventino, il tempio di Giove sul Campidoglio; vince Sabini, Latini, Etruschi, coi quali ultimi fa pace: pace generosa, dove nè tampoco esige tributo, ma solo vuole riconoscano la sua supremazia mandandogli la corona, lo scettro, i fasci, le scuri, il trono d’avorio. Al fine è assassinato dai figli d’Anco Marzio, pretendenti al trono paterno.
578 Non l’ottennero però essi, bensì uno nato schiavo, poi fatto genero da Tarquinio, e nominato Servio Tullio. Costui rinnova guerra agli Etruschi, violatori dell’accordo; i Latini unisce nel culto di Diana sull’Aventino; amplia il recinto della crescente città, sicchè abbracci sei colli sulla sinistra e il Gianicolo sulla destra del Tevere, e la divide in quartieri; introduce le monete e il censo; distribuisce il popolo in classi e centurie a norma della ricchezza, non in tribù a norma dell’origine; e accortosi come facilmente abusi chi tiene il sommo potere, voleva abdicare e istituir la repubblica, ma fu assassinato da Tarquinio suo genero.
534 Questo col titolo di Superbo tiranneggia i sudditi, e si tiene alleato ai prepotenti vicini e signorotti del Lazio, i quali lo proclamano capo della lega Latina, e consentono a Roma il primato ne’ sagrifizj che alle ferie Latine celebravansi sul monte Albano; dei reluttanti trionfa, e singolarmente di Gabio e Suessa Pomezia; in Roma costruisce le cloache; dal Campidoglio esturba gli altri Dei acciocchè vi rimanga unico Giove; compra da una fata i libri Sibillini che preconizzano il destino di Roma. Ma avendo suo figlio Sesto violentato Lucrezia matrona, questa si uccide, e per vendetta di quel sangue Tarquinio viene espulso da Collatino marito, da Lucrezio padre e da 509 Giunio Bruto parente della generosa: alla monarchia surrogasi la repubblica con due annui consoli, la quale ne’ maggiori frangenti si affida agli arbitrj d’un dittatore. Vinto Tarquinio che tornava alla riscossa, sventato l’interno tentativo d’una controrivoluzione, respinto il re etrusco Porsena 496 ch’era venuto per ripristinare i Tarquinj, data al lago Regillo una battaglia ove, mediante il valore d’Albo Postumio e l’assistenza dei Diòscuri, i re perdettero le ultime speranze, Roma nell’esaltamento della vittoria e della libertà cresce di potenza.
In questo tenore i primi tempi di Roma ci sono raccontati dai classici scrittori, e massime da Tito Livio; ed ognuno fin dalle scuole apprese i drammatici episodj ond’è ripiena quell’orditura. I poveri montanari di Tazio sabino portavano braccialetti d’oro, che allettarono l’avidità di Tarpea a introdurli in città. Tre Orazj nati ad un parto combattono contro tre Curiazj ad un parto pur nati; e un di loro vince, ma poi vedendo in pianto la sorella, segreta amante d’uno de’ nemici, la uccide, e condannato dalla legge, s’appella al popolo e n’è assolto. Clelia fugge dal campo degli Etruschi, passando a nuoto il Tevere fra cento dardi nemici. Bruto assiste intrepido al supplizio de’ proprj figliuoli, felloni alla libertà ch’egli avea donata alla patria. Muzio Scevola va per assassinare Porsena, e scoperto, lasciasi bruciar una mano per mostrare quanta sia la fermezza de’ congiurati. Orazio Coclite solo[151] resiste s’un ponte di legno a tutta l’Etruria; e Roma gli regala quanto in un giorno possono circuire due bovi, cioè da tre miglia, essa che appena dieci ne possedeva in giro alla sua città. Seguono poi la favola di Menenio Agrippa, e più tardi l’eroismo de’ trecentosei Fabj al fiume Crémera, la tirannide d’Appio Claudio, le vittorie di Quinzio Cincinnato, quella di Furio Camillo sui Galli.
CRITICA DELLA STORIA PRIMITIVA
A tali nomi e storie, è assicurato il privilegio di più non perire; ma reggono alla critica? La successiva durata del regno di que’ sette principi, la varietà delle loro azioni, il pieno ed ordinato intreccio degli avvenimenti, la corrispondenza con tradizioni d’altri paesi, vi danno piuttosto aria di poesia; e forse furono dedotti da epopee nazionali che cantavansi ne’ banchetti, e dove, sotto sembianza individuale, venivano rappresentati caratteri storici e tipi d’un’intera età, o sotto forma d’avvenimenti la successiva formazione della città e l’origine del diritto romano[152]. Ma come osar di espungere del tutto quai favole quelle tradizioni ch’erano tenacemente credute dal popolo romano, e che operarono sulla successiva sua storia? I singoli luoghi conservavano nomi e memorie e reliquie di que’ primitivi mortali. «Tu dormi, o Bruto?» si scrive sulla porta di Marco, acciocchè la memoria del primo Bruto lo inciti a redimere anch’egli da un tiranno la patria: l’odio contro il nome di re costa la vita a Cesare: per recuperare l’oro gallico si risolve una guerra. Chi potrà però dire quanto le tradizioni greche, la vanità dei retori, l’ambizione delle genealogie abbiano alterato la verità? A sincerarla si volsero potentissimi intelletti, quali il napoletano Vico nella Scienza Nuova, e un secolo dopo il danese Niebuhr nella Storia romana: ma se riuscirono talvolta a felicissime divinazioni, sono a gran pezza dall’offrire un accordo che appaghi la ragione, e lo storico trovasi ancora avviluppato nel labirinto critico. Studj sì lunghi, sì laboriosi, e poi non ritrarre che dubbj! Fra questi tentiamo anche noi qualche uscita.
Re Latino ci è dato per figlio dell’iperboreo Pallante o di Ercole, e d’una figliuola di Fauno; onde può indicare una gente settentrionale, mescolatasi cogli indigeni. Evandro che viene d’Arcadia, personifica i Pelasgi. Che dalla distrutta Troja sieno passati coloni nel Lazio, aveasi da tradizione vetustissima: Timeo, nel 490, scriveva che i Lavinj conservavano ne’ tempj statue trojane d’argilla; il senato medesimo più volte motivò su quella credenza i suoi trattati. Non fu dunque prepostera importazione dei Greci, ma opinione nazionale; il che però non significa che fosse vera, nè forse esprime altro se non che Alba fu, al pari di Troja, fondata da gente pelasga. Enea, simbolo dei vinti che nelle contese eroiche sono costretti a fuoruscire, dalla tradizione era fatto combattere con Turno (forma latina di Tirreno) e con Latino che muore in battaglia[153]. Le nozze del Trojano con Lavinia rappresentano il patto di concordia fra i natìi e quel pugno di prodi stranieri[154].