Un pugno, eppure potrebbe darsi avessero acquistato il dominio, come fecero i conquistadori in America: ma la lista dei re d’Alba è di recente confezione e variata. Ne’ primordj di Roma, le favole stesse rivelano l’indole del popolo che le inventò, vigoroso, perseverante, ma duro, inesorabile, e insieme di spiriti positivi, come appare dall’attribuirsi ai primi re istituzioni civili.

TENTATIVO DI SPIEGAZIONE

Forse i sette colli erano occupati da altrettante città pelasghe o etrusche, cui una banda di pastori montanari soggiogò. Roma, che sorgeva sul colle Palatino, distrusse Remuria sua sorella che l’aveva insultata: sul Quirinale stava la città sabina dei Quiriti, dalla cui alleanza si formò il popolo de’ Romani-Quiriti. Quelli che ci s’insegnano come nomi proprj dei re, forse non sono che appellativi di caratteri ideali: Romolo figlio d’un dio e che morendo sale agli Dei, Numa che favella con una ninfa divina, conservano aria di personaggi mitici, e potrebbero designare due età succedentisi, l’eroica e la sacerdotale.

Romolo nasce da Marte, il dio sabino, e da una sacerdotessa di Vesta, dea pelasga della civiltà fondata sugli accertati possessi e sulla famiglia. Fuoruscito della patria[155], pianta la sua rôcca s’un’altura al cui scarco ricettava il vulgo, protetto e dominato dai forti, i quali attendono alla guerra mentr’esso esercita le arti e i campi. Prima occasione di briga sono le donne, solita tentazione de’ popoli rozzi: ma esse vi compajono dall’origine con una maggior dignità che nell’Asia e in Grecia; resistono in prima ai rapitori, poi si fanno mediatrici della pace fra mariti e genitori: onde in Roma si professa poco amore sempre, ma riverenza verso quel sesso; le spose, tratte con simulata violenza dalla casa paterna, non attendono ad altri lavori che di filar lana; hanno la man dritta per le vie; cosa inonesta in loro presenza non si dee fare o dire; i giudici capitali non possono citarle.

Troviamo dunque registrate come concessioni e come accordi le lente acquisizioni del tempo, e l’effetto della mescolanza delle schiatte. Il terreno che nelle guerre si guadagna, va spartito fra i patrizj; i vinti rimangono plebe; e così la gente romana trovasi divisa in due classi, come tutti i popoli antichi; conquistati e conquistatori, dominanti e obbedienti. Ma i vinti non caddero sì basso come altrove; e invece di due Caste, di separazione insormontabile perchè sancita dalla religione, ne vennero due partiti politici, che sin dal principio si disputavano la preponderanza; e le minori genti, plebee ma libere, diventarono fondamento alla potenza di Roma.

Dal rapimento delle fanciulle nasce una guerra col sabino Tazio, terminata mediante una transazione, per la quale i due popoli si collegano: la collina romana del Palanzio e la sabina del Quirinale sono congiunte, e come confine fra di esse viene eretto il tempio di Giano, bifronte acciocchè guardi ad entrambi; con porte che stiano spalancate in tempo di guerra onde soccorrersi a vicenda, chiuse in tempo di pace onde le indiscrete comunicazioni non sovvertano la quiete. I due popoli strinsero reciproci matrimonj[156]; aggregarono in un senato solo cento padri per ciascuno; una sola assemblea elettiva, con un solo re, forse scelto a vicenda; onde si disse populus romanus quirites, mutato poscia in populus romanus Quiritium[157].

NUMA

E dalla gente sabina fu scelto il nuovo re Numa, nel quale però si riscontra più volentieri l’indole sacerdotale dell’Etruria, donde forse allora si chiesero costumi e riti per digrossare i guerrieri di Romolo-Quirino. L’erudizione, quanto più stenebra le origini romane, discopre sempre maggiori elementi da attribuire all’Etruria: e di là si dice che, regnante Numa, fossero introdotte le cerimonie e le lettere, l’anno di dodici mesi, civilmente consacrata la proprietà col culto del dio Termine, ossia Giove pietra; partito il popolo in corporazioni d’arti e mestieri[158]; si comincia a tenere il registro degli annali, come era consueto in tutte le città etrusche; e la fiera città dei Romani-Sabini assume aspetto religioso, fondando ogni diritto sopra gli Dei, e dagli Dei e per gli Dei credendo operata ogni cosa. RITI Cerimonie del culto, annestate con quelle dello Stato; legislazione religiosa, compenetrata alla civile e politica, onde regolarne i diritti con forme impreteribili, che sono privilegio d’un’aristocrazia sacerdotale, sentono affatto dell’incivilimento etrusco. La casa era dei Lari, la tomba dei Mani, dio genio il matrimonio; sacro il reo, sacro agli Dei del padre il figliuolo impietoso, sacro a Cerere chi mette fuoco alle biade, sacre le guerre, sacro il diritto, come si esprimono le Dodici Tavole; solenni sono le azioni giuridiche, sacramento è la contestazione civile, supplizio la pena corporale; agli Dei soli spetta l’iniziativa degli affari umani, esercitata mediante la classe sacra dei patrizj, ai quali soltanto è concesso di prendere gli auspizj senza di cui non restavano sancite e legittime le proprietà, le nozze, le decisioni. Le magistrature, fin la suprema, sono sacerdozj; Numa si fa inaugurare s’una pietra misteriosa[159]; e ai magistrati è riserbato il chiedere dal cielo i responsi. Il pomœrium, cioè il giro di censessanta piedi dentro e fuori delle mura, primo asilo del popolo, è sacro ed orientato a similitudine del cielo; sacra la precinzione della città, e delitto il travalicarla. Il focolajo domestico è sacro, e la famiglia costituita sul culto degli avi e sul dogma delle solidarietà. Il padre è una specie di dio umanato; somiglia a creazione l’atto suo di dar la vita; mediante le azioni proprie e de’ figliuoli merita di divenir lare. Obbligo inseparabile dalle eredità sono i sacrifizj espiatorj, annualmente fatti dai maschi discendenti, con tanto rigore che, se un debitore muoja insolvibile e lasci soltanto uno schiavo, questo è affrancato acciocchè i suffragi non rimangano interrotti. La classe sacerdotale pervenne a disarmare il popolo, talchè nessuno compare in città con armi, e i conquistatori del mondo sono una gente togata.

RELIGIONE

Molte somiglianza, e massime la venerazione pel bue e i sacrifizj pei padri defunti, diedero a supporre che la religione romana venisse dall’indiana[160]; altri la dedussero dalla greca; noi da una superiore fonte comune, modificata da credenze nazionali, dall’indole del popolo e dal tempo. Mentre in prima non si veneravano che i due lari pelasgi Vesta e Pallade, furono poi adottati il latino Giano e il sabino Marte, e a fianco a questi una generazione di numi agresti. In ciò la romana già si scevera dalla mitologia greca, alla quale soprasta anche per l’attribuire a tutti gli Dei funzioni analoghe alla conservazione e al perfezionamento dell’uomo[161]. Anzi, al modo dei misteri di Samotracia, veri iddii primitivi si consideravano soltanto il Cielo e la Terra[162], quasi le due metà del gran tutto, che è il mondo; e vulgarmente si personificavano in Saturno e Ops, o Bona Dea, da cui poeticamente diceansi generate Giunone, Vesta, Cerere, cioè i matrimonj, la casa, la fertilità[163]. L’introduzione delle tre maggiori divinità etrusche, le quali poi furono denominate Giove, Giunone, Minerva, non accadde senza contrasto. Ogni città etrusca dicemmo come dovesse avere un tempio a ciascuno de’ tre Dei, ed altri piccoli n’aveano aggiunti i Sabini sul Campidoglio. Ma gli auguri, consultati con riti che, dall’antico come dal nuovo culto, erano tenuti superiori fin a quelli degli Dei, proscrissero una dopo l’altra queste edicole che impedivano d’estendervi il recinto del nuovo tempio di Giove: a niun patto però vollero recedere Termine e Gioventù, due divinità appartenenti a quelle religioni de’ Genj, che trovammo speciali agli antichi Italiani.