La famiglia divina in Roma fu compiuta soltanto dopo la cacciata dei re; e comprendeva dodici Dei Consenti; sei maschi, Giove, Nettuno, Vulcano, Apollo, Marte, Mercurio, e sei femmine, Giunone, Cerere, Vesta, Minerva, Venere, Diana, detti anche celesti, nobili, grandi, delle maggiori genti. Il culto degli Dei selecti o intermedj pare risalga all’età de’ Tarquinj; e sono, Saturno, Rea, Giano, Pluto, Bacco, il Sole, la Luna, le Parche, i Genj, i Penati. Seguono gli Dei inferiori, divisi in indigéti e semoni: ai primi appartenevano Ercole, i Dióscuri Castore e Polluce, Enea, Quirino; agli altri Pan, Vertunno, Flora, Pale, Averrunco, Rubigo. S’aggiunsero in appresso enti morali, e numi delle genti sottomesse[164], adottati principalmente per consulto dei libri Sibillini, che tanto contribuirono ad alterare la religione romana: e allora spesso si cangiò il carattere delle divinità primitive, e la casta Anna Perenna vestì le lascive forme dell’Anna cartaginese, e Murcia matrona divenne la Venere Mirtia, e Flora la voluttuosa Clori.
La religione romana, a differenza della libera, indipendente e leggiadra de’ Greci, tenne sempre dell’arido e del prosastico, e fu tutta politica; ristretta dai patrizj in un sistema, calcolato tutto a loro profitto. L’Ancile, scudo di Marte caduto dal cielo, il Palladio, lo scettro di Priamo, il carro di Giove rapito da Vejo, le ceneri d’Oreste, la pietra conica, il velo d’Elena o d’Iliona, costituivano pegni sacri dell’esistenza e prosperità di Roma[165]. Ad ogni festa erano affisse rimembranze storiche, associandosi così religione, politica e moralità.
Con Tullo Ostilio la storia distaccasi dagli Dei, e si fa umana, forse ritraendo il tempo che la robustezza latina rivalse sopra la dominazione sacerdotale. Allora pertanto Orazio vincitore de’ Curiazj uccide la sorella, innamorata d’uno di questi, e il padre loro esercita il diritto patriarcale, dichiarando assolto il fratricida: Meto Fufezio, che stette ambiguo fra i Romani e i nemici, è squartato: Alba, distrutta dalla città figlia, cede a questa il primato che esercitava nella federazione italica. Dove già compare quel meraviglioso sistema di Roma d’affigliare i popoli forestieri nella sua cittadinanza, e mandar colonie fra’ conquistati, estendendo così la patria, che doveva poi abbracciare l’intero mondo. Ma Tullo Ostilio, che vorrebbe usurpare anche gli uffizj del sacerdozio e i riti fulgurali, rimane colpito da un fulmine o dalla gelosia sacerdotale.
ANCO MARZIO
Anco Marzio presenta fisonomia ambigua: conquista, e al tempo istesso fabbrica; apre il porto d’Ostia, sebbene gran tempo dopo troviamo i Romani sprovvisti di navi; pubblica i misteri della religione, eppure per secoli ancora stettero incomunicati ai plebei; stabilisce i Latini sull’Aventino, eppure gran tempo dopo passa la legge che distribuisce fra’ plebei le terre di quel colle. Che che ne sia, egli introduce a Roma famiglie etrusche; e queste vi fanno sentire la superiorità dell’ingegno sovra la forza, e un lucumone primeggia a segno, che riesce a succedergli col nome di Tarquinio Prisco.
TARQUINIO PRISCO
Il costui regno è un’età etrusca, sottentrata all’età mitologica e alla sabina. Il patriziato sacro dei lucumoni di Tarquinia educa il guerresco de’ Quiriti, e v’introduce arti ed agi di gente civile: a un regno di pochi anni, e la cui estensione si abbracciava con un giro d’occhio, s’attribuiscono larghi dominj, edifizj ai quali bastano appena molte generazioni: Tarquinio conquista Sabini, Latini, Etruschi; eppure, poco dopo, la sola Clusio mena Roma all’orlo della ruina, e dieci anni si richiedono per soggiogare Vejo. Tale contraddizione però non toglie di supporre che Tarquinio (nome generico degli Etruschi, della cui federazione forse facea parte anche Roma) abbia dato alla città col governo militare quella forza, che indarno egli erasi ingegnato d’attribuire all’Etruria, cioè l’unione, facendola capo d’una lega che abbracciò ben quarantasette città, forse quelle che prima teneansi colla distrutta Alba.
SERVIO TULLIO
Celio Vibenna, fuoruscito dall’Etruria con un codazzo di clienti e servi, aveva invaso Roma. Lui morto, Mastarna, generatogli da una schiava, ne raccolse la masnada, e tanto procedette che riuscì a farsi re di Roma col nome di Servio Tullio. Questo fatto, ignoto a Livio ed agli storici comuni, ci è conservato in un discorso che l’imperatore Claudio pronunziò nell’atto di ammettere in senato i Galli di Lione, e che in questa città si trovò scolpito in rame; tanto più degno di fede perchè sappiamo che Claudio aveva scritto la storia etrusca: ma, d’altra parte, possiamo affidarci a un episodio che mal si connette col resto?
Sia comunque, Mastarna o Servio ci rappresenta una rivoluzione in favore della timocrazia, o, come diremmo oggi, dell’aristocrazia pecuniaria, introducendo la costituzione censuaria dove gli uomini son valutati a denaro, siano originarj od avveniticci. Le genti successivamente venute si erano accasate in luoghi distinti: i seguaci di Romolo sul Palatino, i Sabini di Tazio sul Campidoglio e sul Quirinale, sotto Servio i Latini sull’Aventino, i plebei sull’Esquilino, gli Albani sul Celio. Della piena cittadinanza però non partecipavano se non le tre primitive tribù gentilizie, fin quando da Servio furono surrogate le quattro tribù topiche, denominate secondo il luogo che abitavano in città, la Palatina, la Esquilina, la Suburrana, la Collina; in esse rimaneano i nullapossidenti e gli artefici, mentre i proprietarj abitavano sui proprj fondi alla campagna, ripartita pur essa in tredici tribù rustiche. Con ciò la distinzione di Latini, Etruschi, Sabini restava assorta nell’unica nazione romana.