TARQUINIO IL SUPERBO
A Servio la tradizione fece merito di tutti i vantaggi acquistati dalla plebe nel decorso di secoli: ricomprava i debitori caduti schiavi, spegneva i debiti, spartiva le terre fra’ plebei, adunava i Latini sull’Aventino, monte plebeo, non chiuso fra le auspicate e patrizie mura di Roma. La figlia Tullia sposata a Tarquinio, e che, impaziente di regnare, trama, fa uccidere il padre, e col proprio carro passa sul cadavere di lui, indicherebbe gli aristocratici, che, per distruggere le franchigie largheggiate alla plebe da Servio, dan mano ai lucumoni etruschi. Questi, sotto il nome di Tarquinio Superbo, tornano a dominare in Roma senz’avere il consenso delle curie, ed uccidono la libertà, opprimendo del pari i nobili Sabini ed i plebei Latini, e ripristinando le prigioni feudali.
Coi lucumoni ricompajono i riti e le divinazioni etrusche e il linguaggio simbolico. Tanaquilla, moglie di Tarquinio Prisco, era una specie di maga; profetizzava, incantava; vedendo un’aquila che leva il berretto di capo a suo marito, vaticina ch’esso diverrà re. Ad Accio Nevio, insigne per augurj, chiese Tarquinio se fosse possibile ciò ch’egli avea pensato; e avuto il sì, disse pensava di tagliare una cote col rasojo; e l’augure lo fece. Il figlio di Tarquinio Superbo, presa per inganno Gabio[166], della cui grandezza sono ancor testimonio le mura del santuario di Giunone, manda a chiedere al padre in che modo tener soggetta quella città: e Tarquinio non risponde, ma passeggiando pel giardino, fa saltare il capo de’ papaveri più alti, e comanda agli ambasciatori, riferiscano a suo figlio ciò che hanno veduto. Allora dal Campidoglio vengono sbandite le antiche divinità, riservandolo soltanto al Tina o Giove etrusco; Tarquinio stesso sul colle Albano sacrifica il toro nelle ferie Latine[167]. Una serpe esce dall’altare della reggia, e toglie le viscere delle vittime, e si spegne il fuoco sacro; pei quali portenti si va a consultare l’oracolo di Delfo.
E d’oracoli abbondava la prisca Italia, come quelli di Albunea e di Tivoli; ma perdettero importanza dacchè si volle dedurre ogni cosa dalla Grecia e dall’Asia Minore, dove pure conservavansi profezie di Museo, di Bacide, di Tellia, delle Sibille: e forse ogni città ne possedeva di proprie, e le traevano seco nelle migrazioni. Una colonia di Cuma nell’Eolide portò a Cuma di Campania quelle della Sibilla Cumana, la quale venne ad offrire i suoi libri a Tarquinio, che, dopo averla più volte rejetta, li comprò, e li fece riporre nel tempio perchè fossero consultati nelle gravi contingenze dello Stato[168].
CACCIATA DEI RE
Le tribù primitive, o per onte private, o perchè gli stranieri conculcassero i loro privilegi, insorsero a danno de’ Tarquinj, e gli espulsero abolendo il regno sacerdotale. Per sostenere i suoi nazionali, Porsena, lare di Clusio, cavalcò addosso a Roma, la prese, e la trattò con tale durezza, da vietare sino il ferro per altro uso che per l’agricoltura[169]. Non sappiamo nè quanto durasse il dominio militare, nè come se ne riscattassero i Romani; fatto è che, dopo la battaglia al lago Regillo, nella quale periva il fiore de’ prischi eroi, i patrizj posero a capo del governo due consoli annui tolti dalla loro classe.
I Tarquinj personificherebbero dunque una dominazione di Etruschi; e con essi cade la costoro superiorità, nè Porsena riesce a restaurarla, perocchè vediamo i re andare in esiglio. Cessa allora l’influenza etrusca, e ringagliardisce il carattere nazionale; laonde i Romani non riescono imitatori, ma procedono con uno sviluppo regolare.
CAPITOLO VII.
Governo patrizio, e sue trasformazioni fino alla democrazia.
CESSAZIONE DELL’INFLUENZA ETRUSCA