GALLI CISALPINI

Ogni primavera rompeano la pace, e scorrazzavano saccheggiando dall’Adriatico fin nella Magna Grecia, costeggiando però il mar Superiore onde evitare i montagnesi dell’Appennino e i robusti figli del Lazio. Cresciuti di popolazione, vollero spedir fuori una colonia, e trentamila Galli-Senoni varcarono i monti verso l’Etruria. Gli Etruschi mandarono interrogandoli:—Perchè venite in paesi, ove i padri vostri non abitarono?» Ed essi:—Noi cerchiamo posto; cedeteci il terreno che a voi non serve, e saremo amici». Il sopraggiungere di questi impedì agli Etruschi di soccorrere i lor fratelli di Vejo, assediati da Camillo: e certamente le vittorie di Roma furono agevolate dall’essere la potenza etrusca già scassinata nell’Italia superiore.

L’inveterata inclinazione degl’Italiani d’invocare nelle fraterne discordie lo straniero, ci fa poi meno alieni dal credere che gli Etruschi pensassero dar briga ai Romani coll’istigare contro di essi i nuovi invasori; che in fatto difilarono sopra Clusio, città alleata di Roma. E Roma mandò intimar loro si ritirassero; e i tre Fabj ambasciadori vedendosi inascoltati, passarono nella città assalita, e si posero a capo degli armati. Parve ai Galli 396 una violazione del diritto delle genti, laonde irritati, alla guida del Brenno, come chiamavansi i lor capitani, e ingrossati di nuovi soccorsi, batterono la marcia contro i Romani, li vinsero al fiumicello Allia, che dai monti Crustuminj piove nel Tevere, e spogliati i cadaveri e troncatine i teschi, si volsero sulla città. Côlti da terror panico, o conoscendosi incapaci di difenderla, i cittadini l’abbandonarono, sicchè Roma fu ridotta in cenere, scannati i senatori e i sacerdoti, i quali, proferite le formole del sagrifizio, colle insegne di lor dignità attesero inermi gl’invasori.

CAMILLO

Le Vestali e le cose sacre eransi ricoverate a Cere d’Etruria, il vulgo nei paesi circostanti: ma il prode Manlio indusse un pugno di risoluti a seco ricoverarsi nella rôcca del Campidoglio. Quivi tennero saldo; ma già perduta la speranza del resistere all’armi e alla fame, divisavano di capitolare, quando Furio Camillo, il vincitore di Vejo, che dalla consueta ingratitudine de’ popoli era stato cacciato in esiglio, e vivea ritirato in Ardea, pose in non cale i torti della patria, e raccolti gli sbandati, e avuto il pien potere di dittatore, sopraggiunse mentre a Pesaro ( Pesa-auro ) si trattava del riscatto a denaro, 389 e disse:—Col ferro, non coll’oro s’ha a redimere la patria»; liberò la rôcca, espulse i Galli, ed attestò col fatto l’immobilità del Giove Capitolino: laonde fu tenuto come secondo fondatore della città.

Così una tradizione di boria nazionale e patrizia, e tanto ricca di poesia quanto di controsensi e disaccordi: ma un’altra più positiva rivela qualmente i Galli fossero costretti allargare il Campidoglio perchè i Veneti aveano invaso le loro terre cisalpine; onde consentirono che i Romani si redimessero a prezzo d’oro, il quale fu portato nella Gallia e custodito come segnalato trofeo, sinchè più tardi venne ricuperato da Druso. Certo i Galli non isbrattarono così tosto il paese; anzi, accampati a Tivoli, scorrazzavano per la campagna; talchè i Romani posero il partito di torsi via dalla mal difesa e inauspicata patria, e mutarsi nella grande e robusta Vejo.

Forse era consiglio de’ plebei, i quali nel nuovo abitacolo si sarieno trovati eguali ai patrizj, giacchè questi non vi troverebbero più nè il terreno legale, nè la proprietà assicurata dai sepolcri, nè le memorie avite: ma Camillo mostrava come Roma godesse saluberrime colline; fiume opportuno per trar le derrate dall’interno e riceverne dal mare; mare abbastanza vicino, ma non tanto da esporla a flotte nemiche; situata nel mezzo dell’Italia, in posizione unica per ingrandire[195]. Con maggior efficienza i patrizj fecero intervenire il solito impedimento degli augurj: onde si risolse di rimanere, e di mezzo alle ceneri e ai rottami e senza soprantendenza di edili fu scompostamente risarcita la città plebea, nel posto ove il lituo etrusco avea dapprima fondato la patrizia. Frugando tra le macerie si trovarono intatti lo scettro di Romolo, pegno di lunga durata al popolo, e molte tavole della legge, che furono esposte al pubblico, eccetto quelle concernenti la religione, tenute ancora arcane.

I Galli, ridottisi nella parte superiore dell’Italia che per loro fu detta Gallia Cisalpina, mai non requiarono dal molestare i Romani; ai quali del sofferto disastro rimase tale apprensione, che un tesoro a posta conservavano per l’eventualità di guerre contro di essi (tumultus), nelle quali nessun cittadino era dispensato dal prender le armi, sospendevansi gli affari, un dittatore veniva eletto con pien potere per salvare la repubblica. E quella guerra migliorò la loro tattica: all’elmetto di rame surrogarono uno di ferro battuto, a prova delle lunghe spade galliche; di ferro orlarono gli scudi; alle deboli e lunghe chiaverine sostituirono il pilum, perfezionamento del gais gallico, atto e a parare la sciabola nemica, e a colpire da presso e da lontano.

CERE AGGREGATA

Per riconoscenza verso la pelasga città di Cere che avea dato ricovero agli Dei, i Romani le concessero la cittadinanza, come anche a’ Vejenti, Carpenati, Falisci. Nuova estensione davano essi con ciò alla loro politica d’ingrandire per mezzo dell’assimilamento; e se prima aveano trasferito i vinti in città, ora recavano la città di fuori, creando cittadini romani fuor del proprio territorio, con diritti più o meno larghi.