VOLSCI VINTI

Profittando delle sue sventure, molti popoli si erano rivoltati contro Roma, e massime l’Etruria: ma il valore di Camillo assicurò la vittoria sui Volsci e sugli Etruschi, nel mentre stesso che rappaciava le sempre rinascenti gare interne fra patrizj e plebei, aggravate dall’ingrossarsi dei debiti nelle trascorse vicende. Anche le correrie dei Galli infiacchivano i nemici di Roma, e facilitavano a questa il vincerli. Di fatto, dopo lunghe brighe, Ernici e Volsci furono domati: i Romani, che ai vinti non sempre negarono lode, narrarono che un Volsco di Priverno, interrogato qual pena gli sembrassero meritare i suoi cittadini,—Quella (rispose) che meritano uomini, i quali si credono degni della libertà». E soggiuntogli,—Se non vi si concede perdono, in qual modo vi comporterete?» replicò,—Nel modo che vi comporterete voi: se le condizioni saranno discrete, ci manterremo sempre fedeli; poco, se aspre».

I SANNITI

Terribili a Roma rimanevano i Sanniti, gente mista di Sabini ed Ausonj. Giunti al colmo di loro potenza, superavano allora Roma in popolazione e territorio, allargandosi dal mar Inferiore al Superiore, dal Liri alle montagne Lucane e ai piani dell’Apulia, sui due pioventi della giogaja centrale dell’Appennino, nelle vallate del Vulturno, del Tamaro, del Calore verso il Tirreno, e del Saro, del Tiferno, del Trinio, del Frentone verso l’Adriatico, ne’ paesi insomma che oggi diciamo Principato Ulteriore, Abruzzo Citeriore, Terra di Lavoro. Buone loro città erano Boviano a piè del Matese con mura pelasgiche, Esernia sull’altra proda di questo monte, Alifa nella valle del Vulturno, Caudio fra questa e Napoli, Eclapoli presso le mufete del lago d’Ampsaruto, Telesia sul Calore, Alfidena nella val del Sangro, Consa presso una sorgente dell’Ofanto, Ortona, Malevento. Non formavano uno Stato unico, ma molti Comuni, avendo a capo un induperatore; troppo lassamente collegati dal reciproco municipio, spesso emuli, volta a volta nemici. Fra le gole dell’Appennino pascolavano gli armenti nel cuor dell’estate; e sobrj, indomiti, difesi da valloni e torrenti, erano spaventevoli ai pianigiani.

CAPUA

Alle loro correrie si opponevano le città greche ed etrusche; ma essi travalicandole invasero la 420 Vulturnia, cui applicarono il nome di Campania cioè pianura (καμπος), e i titoli di felice e di terra di lavoro per la sua opportunità all’agricoltura. La deliziosa Capua, dagli Etruschi ammolliti passata a mano di questi bellicosi, acquistò fama guerresca; e la sua nobiltà somministrò cavalieri non meno reputati che i pedoni del Lazio, i quali, col nome di Mamertini cioè soldati di Marte, si mettevano a soldo de’ tiranni di Sicilia e perfino de’ Greci; emulò Roma, e potè aspirare alla signoria o alla capitananza di tutta Italia. Eppure dentro era propensa all’arti del lusso, tanto che la via Seplasia era tutta a botteghe di profumi; mentre i vasi che vi si scoprono, attestano quanto portasse innanzi la ceramica e la plastica: inventò le burlette, di cui rimangono ricordo le Favole atellane e la maschera dello Zanni e del Macco o Pulcinella.

CAMPANIA E LAZIO SOGGIOGATI

I Campani non s’indussero mai ad amare i montani loro dominatori; nè i Sanniti conobbero l’arte romana di fondere in un popolo conquistatori e conquistati, patrizj e plebei. Guardavansi dunque con iraconda diffidenza; e i Campani, ridotti alla dura necessità di dover servire a nemici o ad amici, 343 chiesero ajuto da Roma che, in aspetto d’alleata, ma già ingordamente sperando dall’armata intervenzione, allora primamente sbucata dal tristo Lazio, conobbe quella bellissima regione, le delizie meridionali, e l’eleganza e sensualità greca. L’esercito ne prese tale incanto, che chiese di trasferire colà la patria, trovando poco giusto che essi vincitori stentassero in Roma, mentre i vinti godeano pacificamente di sì ubertosa contrada: disdettagli la domanda, si ritorse ostilmente contro Roma, la levò a rumore, e gridò:—Vogliamo siano abolite le usure; vogliamo si scelga un console plebeo». Le armi imponeano dunque già la legge alla patria.

MANLIO TORQUATO. DECIO

Di quest’agitazione si risentì tutto il Lazio, che, stanco di vincere a solo pro de’ Romani, 342 scosse la soggezione, s’alleò co’ prischi abitanti de’ paesi ridotti a colonia romana, e coi Campani e Sidicini, per ricacciare quei montanari nel Sannio, e mozzare il crescente orgoglio di Roma; anzi i Latini proposero a questi:—Volete che soffriamo Roma divenga la capitale del Lazio? uno dei vostri consoli e metà de’ senatori siano di nostra gente». I Romani, che non cedevano mai a minacce, non isdegnarono l’alleanza di barbari montanari, e trassero i poveri Marsi e Peligni contro ai pingui Campani, sicchè al Vesuvio si trovarono fronte a fronte tutti i popoli dell’Italia centrale. Guerra feroce come le fraterne, segnata da ricordi della severità de’ patrizj conservatori, e dagli avanzi delle truci religioni pelasghe. In tanta somiglianza di popoli importava sovrattutto la disciplina; laonde Manlio Torquato condannò a morte suo figlio perchè aveva osato combattere contro gli ordini. 340 Decio si consacrò agli Dei infernali onde placarli alla patria, e proferite le formole spaventose, s’avventò contro le armi nemiche, quasi offrendo se stesso vittima espiatoria per tutti i Romani. In fatto i nemici rimasero interamente sconfitti.