I Romani punirono dell’insurrezione i Latini ed i Campani collo spegnerne l’autonomia, vietarne le assemblee, traslocarne gli abitanti, sostituendovi coloni, e dando a ciascuna città patti diversi, a misura dei comporti. Con ventiquattro trionfi ebbe soggettato i Volsci, distruggendo l’artifiziosa fertilità di quel paese, ove le rovine di tante città, sparse fra insanabili paludi, attestano fin ad oggi la floridezza del popolo perito e la ferocia del vincitore. Ferocia dovuta ai patrizj, tenaci dell’eroica severità, per quanto la plebe, memore dell’origine italica, insinuasse più miti consigli.

FORCHE CAUDINE

Allora Roma, mutati i mezzi non l’intento, arma i pianigiani Latini, Campani, Apuli contro i montani Sanniti, Lucani, Vestini, Equi, Marsi, Frentani, Peligni, che già l’aveano ajutata a vincere la pianura. Lunghi 327 anni s’avvicenda la fortuna, finchè Papirio Cursore manda a sbaraglio i Sanniti. Questi chiedono capitolare, e ricusati, col furore della disperazione e col vantaggio delle posizioni chiudono l’esercito romano nell’angusta valle che fu poi nominata le Forche Caudine. 321 Erennio, vecchio sannita, consigliava,—Via i partiti medj: o scanniamo tutti i Romani combattenti, o rimandiamoli senza infamia». Ponzio suo figlio, generale e filosofo, ascoltando più all’umanità che alla politica, risparmia i vinti, purchè lascino armi e bagaglio, e passino sotto una croce, giurando di non più militare. Roma ne fu in lutto: ma il senato interpretò che quel giuramento non teneva perchè gli erano mancati gli auspicj, e con una di quelle sottigliezze de’ tempi eroici, per cui, tenendosi stretti alla parola, si mutava il giusto in ingiusto, furono espulsi Postumio e Veturio consoli che personalmente aveano giurato, proferendo che non si avesser più a considerare per cittadini. Costoro, in aspetto di esuli, ottennero generosa ospitalità dai Sanniti: ma secondo il concerto preso svillaneggiarono il feciale che i Romani spedivano per patteggiare la pace: e Roma da quest’oltraggio contro la sacra persona dell’ambasciatore tolse pretesto a rompere il patto e ripigliare la guerra[196]. La vittoria dà ragione ai Romani spergiuri. Ponzio, tanto venerato fra i suoi che neppure dopo l’improvvida clemenza gli avevano levato il comando degli eserciti, fu vinto e condotto a Roma; ed egli, che avea risparmiato di mandare per le spade l’esercito a Caudio, egli che aveva impedito si maltrattassero i consoli di Roma rejetti e spergiuri, fu vilmente e legalmente trucidato.

318 In una tregua bienne i Romani rimisero il freno alle colonie, scannando i rivoltosi al cospetto del popolo in memorabile esempio, perchè era di suprema importanza che i coloni si trovassero sicuri.

Assodati gli stabilimenti loro nella terra Campana, ebbero cinto d’una rete i Sanniti, 316 che non trovandosi pari ai cresciuti conquistatori, invocarono soccorsi dalla Confederazione etrusca. Questa dai Sanniti e dai Galli era stata ristretta entro gli originarj confini: dentro però sovrabbondava di popolazione, raffittita anche per coloro che v’erano migrati dall’Etruria settentrionale; e l’agricoltura e l’industria produceano inesauste ricchezze. Interruppe i traffici 312 e le arti per ajutare gli antichi nemici suoi contro i nuovi, ben più pericolosi che non i Liguri e i Galli. Ma a capo dei Romani stavano Curio Dentato, che dicea non voler possedere oro, ma comandare a chi l’aveva; Papirio Cursore, l’Achille romano; Decio, che, ad imitazione del padre, si consacrò agli Dei infernali; e principalmente Quinto Fabio, che diceasi aver ucciso o fatti prigioni cinquantamila uomini, e che fu cognominato Massimo dai patrizj perchè relegò nelle quattro tribù cittadine la ciurma che Appio Claudio avea sparpagliata in tutte.

L’ETRURIA VINTA

Le tre città più bellicose d’Etruria, Perugia, Arezzo, Cortona, chiesero tregua per trent’anni: le altre, benchè rese inermi, benchè ne’ comuni parlamenti a Voltunna non sapessero mettersi d’accordo, pure spiegarono tale forza che basta a testimoniar quanto vigorosa fosse in origine quella confederazione. Rinnovarono il patto sacro, costume lor nazionale, per cui ognuno sceglievasi un camerata, vegliando un sull’altro, e reputando indelebile infamia l’abbandonarsi. Vinti, si rannodarono sulla montagna di Viterbo nella foresta Ciminia, «orrenda e impervia più che le selve di Germania e di Scozia». Sconfitte e vittorie avvicendarono, finchè con sommo valore combattendo al lago Vadimone, toccarono una piena rotta, dalla quale non si riebbero 310 più, per quanto protestassero con nuove guerre e sommosse. Perduta l’indipendenza etrusca, l’aristocrazia s’amicò ai vincitori; gli aruspici si fecero strumento della romana grandezza; nell’interno si mantennero i governi municipali, si continuò a coltivare le arti, fare e dipinger vasi, fondere bronzi, avventurarsi sul mare: ma alla fine i proprietarj vidersi ridotti in fittajuoli e le città sovrane a servitù, mascherata col titolo di Socj Latini.

ULTIMI SFORZI DEI SANNITI

Domata la più poderosa gente della penisola, se ne concentravano la gloria e la potenza nella fortunata Roma, la quale nelle guerre già si trovava preceduta da quel che tanto giova alla vittoria, un nome formidabile. 296 Per contrastarla i Sanniti avevano messo in piedi due eserciti di ricche armi, e li perdettero: allora vedendosi abbandonati dai Campani, dagli Equi, dagli Ernici soggiogati, e recinti da colonie romane, i Sanniti osano un colpo arditissimo, e abbandonando al furor nemico la patria, scendono fra gli Etruschi per concitarli a nuova sollevazione, e con essi, con gli Umbri, con orde stipendiate di Galli nuovamente venuti di qua dell’Alpi, compongono una tremenda lega, sentendo omai tutti come la causa de’ Sanniti fosse quella dell’indipendenza italiana. 295 Però a Sentino dal valore calcolato di Fabio e Decio restano sconfitti: gli Etruschi ottengono pace, non i Sanniti, il cui paese viene abbandonato alla devastazione soldatesca.

Per difendere l’ultimo resto dell’italica libertà, i Sanniti ricorrono agli Dei patrj. Adunati a generale rassegna ad Aquilonia, recinsero di tele uno spazio di venti piedi quadrati; e sacrificate vittime, introducevano un dietro l’altro i prodi appo un altare a proferire orribili imprecazioni sopra sè ed i suoi, se fuggissero o non uccidessero i fuggiaschi; guerrieri disposti attorno all’altare colla spada sguainata scannavano chi esitasse. In tal modo si coscrisse un esercito di trentamila trecenquaranta uomini; e tennero il giuramento, poichè ad Aquilonia tutti perirono[197]. 293 Ai Romani era sempre riuscita difficilissima la guerra di montagna, onde questa era durata cinquant’anni; imparatala, vinsero implacabilmente, il paese mandarono a sperpero, distrutte Aquilonia, Cominio ed altre città: i pochi rimasti ripararono fra gli Appennini; e l’anno seguente scopertine duemila in una grotta, i Romani ve li soffocarono col fuoco. Due milioni e mezzo di libbre di rame in verghe, ricavato dal vendere i prigionieri, furono portate in trionfo con duemila ducensessanta marchi d’argento provenuti dal saccheggio: delle armi tolte una porzione fu lasciata come trofeo agli alleati ed alle colonie; delle restanti si fece una statua di Giove in Campidoglio, sì gigantesca che vedeasi fin dal monte Albano.