In quattro genti era suddivisa la famiglia greca; Eolj, Dori, Jonj, Achei, distinti per dialetti, per costituzioni, per usanze particolari; e fra noi prevalsero i Dori nella Sicilia, nella Magna Grecia[201] gli Achei. Ai Dori dovette quell’isola le colonie di Ibla, Tapso, Gela, Agrigento, Messina, Taranto. Gli Achei piantarono Crotone, Síbari, Turio a lei succeduta, le quali figliarono le altre di Laus, Scidro, Posidonia, Terina, Caulonia, Pandosia. Dagli Jonj di Calcide vennero Cuma e Napoli, Zancle da cui Iméra e Mile, Nasso da cui Gallipoli, Leontini e Catania con Eubea, Taormina e Reggio. Di stirpe jonica furono anche Elèa e Scillezio: oltrechè i Cretesi condussero colonie a Brindisi, Iria, Salenzia ed Eraclea Minoa in Sicilia; i Tessali a Crimisa ed Egesta; gli Etolj a Temesa; i Focesi a Lagaria.
MIGRATI DA TROJA
Una delle prime imprese che dei Greci si ricordino, fu l’assedio di Troja, immortalato nei poemi d’Omero e di Virgilio: ma veruna storica certezza rimane nè del suo tempo, nè del luogo, nè dell’esito: il fatto medesimo è controverso; eppure a quella guerra, che suole collocarsi dodici secoli avanti Cristo e sulle rive dell’Ellesponto, voleano gli antichi far risalire la loro nobiltà, come le nostre Chiese agli apostoli, e i nostri signori alle crociate. Ed appunto da eroi della guerra iliaca prende le mosse la genealogia di molti Stati dell’Italia meridionale. Dicevasi che alcuni, campati dalla distrutta Troja, avessero cerco una nuova patria sovra suolo straniero; altri de’ vincitori stessi, agitati dall’ira divina o dalle procelle nel ritorno, fossero stati spinti coi loro seguaci in lontani paesi, ove presero stanza. Petilia credevasi cinta da nuovo muro da Filottete, greco abbandonato per astuzia d’Ulisse; Metaponto, fondata da Epeo compagno del pilio Nestore, il più prudente fra i Greci; Tràpani, Agatino, da altri di quella schiera. Nuove colonie innominate dovettero certo arrivare poco dopo.
MAGNA GRECIA
Forse per le non ancora quietate agitazioni del terreno i primi abitatori di quelle coste eransi tenuti sui monti, lasciando disabitate le spiaggie malsane, finchè gl’interrimenti le rinsanichirono. Su questi lembi, di recente formazione e di facile ubertà, poterono prendere stanza i Greci avveniticci, e mediante la pastorizia e la vicinanza del mare crescevano di ricchezze e di numero, mentre i natìi od erano ridotti schiavi affissi alla gleba, o fra le montagne si moltiplicavano e rinvigorivano. Un pugno di prodi o di avventurieri senza donne, non potea che mescolarsi coi vinti, insegnarli, alterarne forse ma non cangiarne la lingua e i costumi, salvo a quella società, la quale, secondo l’indole delle costituzioni antiche, sovrapponeasi alla plebe, e da questa tenevasi in tutto sceverata. In segno della nuova coltura il paese si popolava di tempj alle greche divinità; come quello di Nettuno a Taranto, di Proserpina a Locri, di Minerva a Metaponto, di Giunone sul promontorio Lacinio, di Ercole a Crotone, i riti del quale erano riservati alla famiglia de’ Lampriadi.
I coloni trasportavano con sè la costituzione patria, onde la democrazia prevalse nelle joniche, di cui tipo era Atene; nelle doriche invece, di cui era tipo Sparta, l’aristocrazia restringeva l’esercizio della sovranità e le magistrature in alcune famiglie, od in una classe nella quale si entrava pel censo. Il fatto stesso però della migrazione faceva propendere a democrazia, giacchè gli aristocrati non attaccavano al suolo memorie di dominio e, come avviene, sempre scemavano di numero, mentre i popolani crescevano col commercio e colle ricchezze.
Se però aveano condotto famigli e clienti, conservavano sopra di questi l’antico diritto. Quando altri Greci sopraggiungessero, non restavano ammessi all’eguaglianza di diritti (ἰσοπολιτεία), e così formavasi un’aristocrazia nuova, quella degli originarj, dotata di privilegi sugli avveniticci. Fra queste differenti classi non tardavano a proromper liti, e coll’ajuto degli schiavi, cioè degl’indigeni ridotti a servitù, gli aristocratici erano espulsi di città e l’amministrazione tolta alle famiglie per attribuirla ai capi di arti: rivoluzioni operate con molto sangue, e che trapelano dagli scarsissimi documenti, e ancor più dall’indole perpetua di società siffatte, comprovata anche dall’esempio delle nostre repubbliche del medioevo. Altre volte qualche oligarco associavasi col plebeo o coi vinti, oppure si ergeva arbitro fra i poveri e i ricchi, e per tal via diventava tiranno.
CUMA
I Calcidesi dell’isola d’Eubea, che oggi chiamiamo Negroponte, schiatta jonica, si posero nell’isola Pitecusa e nelle vicine, donde passarono a settentrione del File nel territorio degli Opici a fondar Cuma, 1300? avanti la distruzione di Troja, o almeno prima d’ogn’altra città grecanica. Questa si ampliò per commercio marittimo, tenne testa agli Etruschi, e fondò Napoli e Zancle, destinate a sopravviverle. Alla sua aristocrazia temperata diè crollo il prode Aristodemo, che amicatosi l’esercito colle vittorie sopra gli Etruschi, fece trucidare gli ottimati, costrinse le vedove a sposarne gli assassini, e fomentò l’inclinazione dei Cumani alla voluttà ordinando che i figliuoli si allevassero in femminile mollezza, sapendo ch’è agevole tiranneggiare gente corrotta. Ucciso lui, Cuma fu rimessa in istato, e continuò spedizioni lontane e guerre coi vicini, fin quando cadde in signoria de’ Romani, 315 rimanendo pur sempre importante pel suo porto di Pozzuoli.
REGGIO