Dagli stessi Calcidesi dell’Eubea uniti a quei di Sicilia erasi anticamente colonizzata Reggio all’estremo vertice d’Italia. Sottratta agli Aurunci, fu governata aristocraticamente da mille, 723 scelti tra le famiglie messenie quivi accasate coi primi abitatori. Coll’estinguersi delle case, restò il governo a pochi; per mezzo della quale oligarchia Anassila si pose tiranno, e trasmise il potere a’ suoi figliuoli. Cacciati dopo pochi anni, lasciarono una scarmigliata anarchia, a cui si riparò adottando le leggi di Caronda, colle quali Reggio si mantenne in pace. Struggeasi di dominarla Dionigi il Vecchio di Siracusa, ma essi ne aborrivano a segno, che avendo egli chiesto una sposa di qualche famiglia di Reggini, gli fu esibita la figliuola del boja[202]. 300 Allora egli, ricorso alla forza, prese e saccheggiò la città. La risarcì poi Dionigi il Giovane; ma più tardi una legione romana ivi aquartierata vi si gettò sopra, 271 e ne trucidò gli abitami. Roma punì nel capo que’ soldati, ma non per questo restituì a Reggio la libertà.

PESTO

510 Di Posidonia, fondata dai Sibariti nel golfo di Salerno e chiamata Pesto dai Romani, verun altro monumento abbiamo che splendidi avanzi e memoria delle rose che vi fiorivano due volte l’anno. Era costruita in un quadrato del giro di cinque miglia sopra terreno pianeggiante, con mura a secco e molte torri e quattro porte una rimpetto all’altra. Distrutta dai Saracini, rimase dimentica tra una foresta di spontanea vegetazione, fin quando nel secolo passato alcuni cacciatori ne indicarono le ruine, che traggono continuamente i curiosi ad ammirarle fra una contrada oggi mestamente sterile ed insalubre. Consistono queste in due tempj, di cui l’antichissimo di Nettuno è dei meglio conservati: sopra tre gradini elevasi un peristilio di sei colonne doriche di fronte e quattordici di lato, scanalate, senza base, alte appena cinque diametri, e poco più d’uno d’intercolunnio, lo che fa supporle anteriori al tempo che i Greci diedero leggerezza anche all’ordine dorico. Il tempietto di Cerere, più recente, ha colonne più snelle e meno rastremate. Sopravanza pure una stoa con nove colonne sul lato esterno minore e diciotto sul maggiore, e un colonnato nel giro interno. Anche dopo caduti in servitù, i Pestani continuarono lungo tempo, in un dato giorno, ad assumere le vesti e gli usi greci, e celebrar la commemorazione de’ tempi di loro indipendenza.

METAPONTO

1260? Di Metaponto, una delle più segnalate colonie nel seno di Táranto, sappiamo poc’altro, se non che i seguaci di Néstore, tornando dalla guerra trojana, la fabbricarono; la crebbero Achei e Sibariti; Annibale cartaginese ne costrinse gli abitanti a migrare nel Bruzio; al fine la crescente insalubrità dei piani marittimi la spopolò, come fece di Pesto e delle vicine colonie sull’altro littorale. Plinio vi ricorda un tempio di Giunone, con colonne fatte di tronco di vite; e quelle che ancor si chiamano la chiesa di Sansone e la tavola dei Paladini sono reliquie di due tempj antichi, d’architettura policromatica.

LOCRESI EPIZEFIRJ

Durante una lunga guerra, le femmine dei Locresi Ozolj s’erano mescolate cogli schiavi; onde al tornare dei mariti, paventando il castigo, 683 fuggirono e piantaronsi coi figli nel ridente paese all’estremità dell’Appennino, formando la colonia de’ Locresi Epizefirj. Arrivando, giurarono ai Siculi:—Finchè calcheremo questa terra, e porteremo questi capi sulle spalle, possederemo il paese in comune con voi»; ma eransi posta della terra nelle scarpe, e capi d’aglio sulle spalle; scossi i quali, si credettero sciolti dall’obbligazione, e arrogaronsi il primato sovra i natii. Ebbero battaglie coi Crotoniati per gelosia; ed assaliti da questi in casa propria, vinsero alla Sagra una battaglia con forze tanto sproporzionate, che la fama, divulgandola anche in Grecia, l’attribuiva a intervento de’ semidei Castore e Polluce, i quali dagli antichi credeansi vedere ne’ fuochi fatui, vaganti sul mare. D’un’altra vittoria sui Crotoniati fu dato merito ad Ajace, eroe greco della guerra trojana, il cui spettro si diceva combattesse pei Locresi. Dalle cento famiglie dominanti si cernivano un cosmopoli, magistrato supremo, e mille senatori con autorità legislativa: alcuni ispettori vigilavano che le leggi non fossero violate. Se non grandigia di ricchezze, Locri ebbe lode di corretti costumi e di pacifica inclinazione, fin quando Dionigi II, 356 espulso da Siracusa, venuto a cercarvi asilo, introdusse d’ogni maniera disordini. Locri però si tenne indipendente fino ai tempi di Pirro.

LOCRI. TARANTO

Messene nel Peloponneso maneggiò sì lunga guerra con Sparta, che i magistrati spartani, temendo non finisse la razza nell’assenza de’ mariti, autorizzarono le donne a farsi fecondare da schiavi. I figliuoli nati da questo adulterio legale, col nome di Partenj migrarono al tornar de’ mariti delle madri, e istituirono la colonia di Taranto 707 nel golfo dell’estrema Italia che guarda alla lor patria, con porto eccellente in costa inospita. Cominciarono, come gli altri coloni siffatti, a uccider gli uomini del paese invaso, sposarne le donne; poi dandosi ordinamento e leggi, domarono i Messapi, i Lucani ed altri popoli del contorno, e divennero una delle primarie potenze marittime fra il v e il iv secolo avanti Cristo, potendo armare ventimila fanti e duemila cavalli: ebbero fabbriche e tintorie di panni, industria tanto favorevole alla popolazione; e sebbene corrotti dall’opulenza, serbarono anch’essi l’autonomia fino a Pirro. 272 Dalla città patria avevano recato il culto di Apollo Giacintio e il governo aristocratico temperato; ma dopo che, nella guerra contro i Messapi, perirono i nobili, si piegò a moderata democrazia. I magistrati si eleggevano metà a sorte, gli altri a pluralità di voci; nè senza il consenso del senato si dichiarava guerra. Ammetteansi alla cittadinanza non Greci soltanto, ma anche indigeni, talchè i molti elementi italici ravvicinavano Taranto all’Italia più che alla Magna Grecia. Quell’angolo meglio d’ogni altro della terra arrideva al poeta Orazio[203] per naturali bellezze e tepido spiro: gli cresceano pregio fumosi vini, generosi puledri, finissime lane.

SIBARI