PITAGORA

Nell’assoluta deficienza di documenti, e perduta la chiave del linguaggio matematico e de’ simboli in cui i Pitagorici avvolgevano la loro dottrina, come asserire qual sia e quanta la verità intorno a ciò che si racconta di quegli insegnamenti? Sembra che il vero Pitagora nascesse a Samo d’Italia nel 584, viaggiasse l’Asia, l’Egitto, forse l’India, a 540 Crotone aprisse una scuola, la quale proponevasi di perfezionare i sentimenti, non solo religiosi e morali, ma anche politici: ond’egli ci si manifesta in triplice aspetto, filosofante, fondatore d’una società, e legislatore. Come filosofo sta in mezzo fra l’Oriente e l’Occidente, non abolendo i miti in cui quello avvolgeva le dottrine, eppure accettando la realità e il ragionamento di questo; traendo la scienza dagli arcani del santuario, ma avviluppandola nei simboli di una società secreta; togliendola dall’essere sacerdotale, ma conservandola aristocratica; repudiando le favole vulgari che degradavano la verità, ma non osando porgere nella nuda semplicità i sublimi concetti che egli aveva intorno a Dio e alle relazioni sue coll’uomo e col mondo.

DOTTRINA PITAGORICA

Per quanto si può scoprire di sotto alle espressioni ora mitiche ora aritmetiche, egli fissavasi in un idealismo puro, ma accessibile al senso comune. Ogni bene ha fondamento nell’unità che è Dio, e nell’ordine, nell’armonia, nella proporzione, che sono l’unità manifestata nelle cose, applicata al governo dell’universo. Ogni male nasce dalla dualità, ossia dalla dissonanza e sproporzione, e dalla materia che è il complesso di queste qualità rese sensibili. Cominciamento reale e materiale di tutte le cose è l’unità assoluta (monade), da cui derivano la limitazione dell’imperfetto, la dualità e l’indefinito. Lo svolgimento della creazione tende appunto a svincolare gli spiriti dalla dualità, cioè dalla materia, il che si ottiene rimovendo la falsa scienza del variabile, per attingere alla scienza vera dell’ente immutabile, e imparando a ricondurre la moltiplicità delle cose all’unità del principio.

Asserì l’immortalità dell’anima, e non è accertato che la scombujasse col dogma della metempsicosi. Pare ancora distinguesse il sentimento dall’intelligenza: quello sorgente de’ desiderj e delle passioni, questa moderatrice de’ pensieri e degli atti, ed emanazione dell’anima del mondo. Pronunziò non esser possibile il conoscere veruna cosa, se non a condizione che preesistano enti intelligibili, i quali siano semplici ed immutabili; e poichè tali condizioni di unità-eternità non s’avverano nè rispetto al mondo materiale, nè allo spirito umano, uopo è ricorrere all’ idea, che sola rende possibile il conoscere.

La morale di Pitagora avea per fondamento la retribuzione eguale e reciproca, l’equità (ἀριθμὸς ἰσάκις ἴσος), che è un’armonia tra le azioni dell’uomo e l’universo; essendo virtuoso l’uomo le cui azioni rimangano sottoposte all’intelligenza e in armonia con essa. Dire il vero e fare il bene[208] è il suo precetto cardinale. Le virtù sono vie per arrivare all’amore: profonda verità, che discerne le due parti della morale, una di mera giustizia, l’altra di carità operosa.

Negli antichi, dove il metodo esiste appena e l’immaginazione prevale, mal si presumerebbe di comprendere tutto e tutto concatenare, e basta afferrare il principio generale, da cui è animata la dottrina. Tale in Pitagora è la matematica, derivando da considerazioni sopra i numeri e le figure; riconducendo a rapporti numerici l’armonia e la bellezza delle cose; abbracciando la musica, perchè gli accordi son numeri; numeri i corpi, formati di unità; ogni cosa è composta di numeri, o sul tipo numerico fu creata. Il mondo è un tutto armonicamente disposto, sicchè dieci grandi corpi si muovono attorno a un centro che è il sole; per via delle stelle gli uomini tengono qualche parentela colla divinità, fra la quale e noi stanno i dèmoni, dei quali è la grande potenza ne’ sogni e nelle divinazioni.

La natura e il linguaggio erano per lui segni sensibili d’un ideale invisibile, che all’anima si rivelava per via dell’ordine fisico. E di simboli faceano grand’uso i suoi seguaci; per segno di riconoscimento adopravano il triplo triangolo che ne forma cinque altri, ed il pentagono; diceano, «Non sedere sul moggio» per indicare di non introdurre le cure della vita animale nel dominio dello spirito; «Non portare al dito le immagini degli Dei», cioè non divulgare la scienza divina[209].

Due arti principalmente raccomandava Pitagora: la ginnastica e la musica. Per la prima vogliamo intendere l’igiene, che è una grande scienza negli Stati, una grande prudenza negl’individui. La musica crediamo comprendesse tutta la letteratura; laonde Damone[210] diceva non potersi toccar le regole di essa senza scassinare le leggi dello Stato: il che possiamo asserire anche oggi della letteratura.

PARALLELO COLLA JONICA