Quest’altezza di vedere discerne fondamentalmente la filosofia italica dalla jonica. La prima tolse per canone la tradizione del genere umano, la seconda la speculazione individuale e indipendente: l’italica vide ch’era necessario dedurre le cose da un principio solo per costituire l’unità della scienza, e subordinando i sensi allo spirito, distinse le sensazioni, corrispondenti all’ordine variabile, dalle idee che hanno per oggetto l’invariabile; la jonica invece non si affida che alla sperienza. Quella pertanto segue l’analisi, partendo dal tutto e colla decomposizione venendo alle parti onde risalire al tutto, oggetto delle sue indagini; questa la sintesi, movendo dalle parti onde ritornare al tutto colla composizione, sebbene nell’infinita via si smarrisca, e riducasi sempre alle parti, unico scopo di sua attenzione. Mentre la scuola jonica ammetteva un principio materiale e dimenticava il morale intento, i Pitagorici mantenevano il principio incorporeo, curavansi della moralità, e cercavano le leggi e l’armonia dei principj mondiali secondo una morale determinazione del male e del bene; nelle forme più dogmatici che dialettici, nello stile chiari e di semplicità grandiosa. Gli Italici prendevano dunque le mosse da Dio, gli Jonici dalla natura; quelli procedevano nelle pure regioni dello spirito, questi perdeansi in vani sforzi affine di svilupparsi dalla materia. Nella scuola di Talete, essenzialmente indagatrice e sagace, lodevole era l’esercizio attivo e libero dell’umana ragione: la pitagorica invece, gelosa di conservare le dottrine all’uomo rivelate da lassù, meno ardita procedeva nell’esame, onde agli scolari bastava per ragione l’averlo detto il maestro: Ipse dixit.
SOCIETÀ PITAGORICA
Mentre i sapienti della Grecia filosofavano isolatamente, Pitagora comprese la potenza d’un’associazione forte e regolare, onde fondò una vera scuola che conservasse le dottrine positive e tradizionali. Non molto dissimile dagli Ordini religiosi del medioevo, in essa all’insegnamento sublime si arrivava con diuturno noviziato e grande austerità di cibi, di vesti, di sonno, di silenzio, affine di domare i sensi e colle privazioni invigorir l’anima al meditare. I Pitagorici ponevano i beni in comune, vestivano di bianchissimo, e coabitavano, liberi di sbrancarsene quando fossero stanchi. Assai coltivavano la memoria; fedelissimi alla parola, radi ai giuramenti; parchi alla venere, se ne astenevano nell’estate; ai sacrifizj dovevano presentarsi in abiti non isfarzosi ma candidi, e con mente casta. Cominciavano la giornata con suoni e canti, poi alternavano trattenimenti filosofici, esercizj ginnastici e doveri di cittadino; la sera indulgevano a pacata allegria, cantando versi aurei; prima d’addormentarsi esaminavano la propria coscienza. Virtuoso è colui che normeggia la vita a imitazione di Dio, o si conforma alle leggi della ragione, attesochè la ragione, sorgente della verità e dell’unità, è la parte divina dell’esser nostro, e perciò deve comandare; mentre obbedire devono la collera e la cupidigia, effetti della materia, immagine della dualità. E come l’armonia nasce dall’accordo dei suoni gravi cogli acuti, così la virtù nasce dall’accordo delle varie facoltà dell’anima nostra sotto l’impero della ragione; lo perchè la virtù può dirsi un’armonia.
Pertanto ai sobbalzi illiberali della democrazia preferirono la posatezza dell’aristocrazia, il dominio cioè non de’ più forti o più ricchi o più antichi, ma de’ più intelligenti e virtuosi. Tant’è ciò vero, che la giustizia rappresentavano come l’eguaglianza perfetta, simboleggiata nel cubo. Parità nell’abnegazione, reciprocità nel sagrifizio costituivano l’amicizia.
I PITAGORICI
Da tutto ciò derivavano stupendi precetti, in parte esposti ne’ Versi Aurei, che si attribuiscono a Liside. «Tra amici ogni cosa è comune. Non si lasci tramontar il sole sopra un diverbio avuto con un amico. Gli uomini si trattino come se mai da amici non dovessero diventar nemici, ma anzi da nemici amici. La donna, debole vittima strappata all’altare, sia trattata con bontà». Diceano pure, a cinque cose sole dovrebbesi far guerra: le malattie del corpo, l’ignoranza dell’intelletto, le passioni degradanti, le sconcordie delle famiglie, le sedizioni delle città. Forse la morale e la giustizia loro non si ergeano fino al concetto dell’intera umanità, e rifletteano soltanto ai consociati, com’era proprio di tutte le istituzioni prima che Cristo c’insegnasse a invocare tutti insieme il Padre nostro; e ciò potrebbe dar ragione dell’insita sterilità di questa dottrina, la quale non influì gran fatto sopra gli atti nè sopra l’insegnamento dell’intera Grecia.
TEANO
Fra’ Pitagorici regnava cordiale amicizia; se alcuno perdesse le ricchezze, gli altri divideano le proprie con esso; Clinia di Taranto, udito che Prore da Cirene trovavasi ridotto a miseria, passò in Africa con larga somma a soccorrerlo, benchè mai non lo avesse veduto; molti fecero altrettanto; rimase proverbiale l’amicizia di Damone e Pitia. Anche donne vi appartenevano, e di loro morale spregiudicata ci dà prova Teano figlia del filosofo, allorchè richiesta quanto tempo una donna dovesse tardare a presentarsi agli altari dopo essere stata con un uomo, rispose:—«Se è suo marito, anche subito; se un estraneo, giammai».
Possiamo dunque vantare che in Italia nascesse la scuola più antica, come la più insigne di filosofia, giacchè Platone e Aristotele, sommi splendori della greca, derivano da Pitagora più realmente che da Socrate. Da essa uscirono sapienti in pressochè tutte le colonie della Magna Grecia e di Sicilia, quali Filolao ed Aristeo di Crotone, Ippone di Reggio, Ipparco di Metaponto, Epicarmo di Cos comico, Timeo di Locri, Ocello di Lucania, Elfante di Siracusa, Archita di Taranto, Empedocle d’Agrigento.
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