[33]. Il Vasari, che pur denigra il Perugino, ne racconta questo tratto: — Era il priore (de’ Gesuati a Firenze) molto eccellente in fare gli azzurri oltramarini, e però, avendone copia, volle che Pietro in tutte le sopraddette opere ne mettesse assai; ma era nondimeno sì misero e sfiduciato, che, non si fidando di Pietro, voleva sempre esser presente quando egli azzurro nel lavoro adoperava. Laonde Pietro, il quale era di natura intero e da bene, e non desiderava quel d’altri se non mediante le sue fatiche, aveva per male la diffidenza di quel priore, onde pensò di farnelo vergognare, e così, presa una catinella d’acqua, imposto che aveva o panni o altro che voleva fare di azzurro e bianco, faceva di mano in mano al priore, che con miseria tornava al sacchetto, mettere l’oltramarino nell’alberello dove era acqua stemperata; dopo cominciandolo a mettere in opera, a ogni due pennellate Pietro risciacquava il pennello nella catinella; onde era più quello che nell’acqua rimaneva che quello ch’egli aveva messo in opera; ed il priore che si vedea votar il sacchetto ed il lavoro non comparire, spesso spesso diceva: — Oh quanto oltramarino consuma questa calcina! — Voi vedete», rispondeva Pietro. Dopo partito il priore, Pietro cavava l’oltramarino che era nel fondo della catinella; e quello, quando gli parve tempo, rendendo al priore, gli disse: — Padre, questo è vostro; imparate a fidarvi degli uomini da bene, che non ingannano mai chi si fida, ma sibbene saprebbono, quando volessino, ingannare gli sfiduciati, come voi siete».
Plinio racconta che coll’artifizio stesso i pittori antichi rubavano il minio: Pingentium furto opportunum est; plenos subinde abluentium penicillos; sidit autem in aqua, constatque furantibus. Hist. nat., XXXIII. 40.
[34]. Il Roscoe, fra tante altre inesattezze, scrive che Leonardo non finì il Cenacolo, e che «non indicando se non per un semplice tratto la testa del suo personaggio principale, ha confessato la sua incapacità, e a noi rimane da compiangere o la poca audacia dell’artista, o l’impotenza dell’arte». Vita di Leone X, cap. 2. Anche il Vasari dice che «la testa di Cristo lasciò imperfetta». Invece il cardinal Federico Borromeo, nel Musæum stampato il 1625, loda tanto quella testa: Salvatoris os altum animi mœrorem indicat, qui gravissima moderatione occultatus atque suppressus intelligitur. Vedasi Gallenberg, Lionardo Vinci, Lipsia 1834. L’opera di Giuseppe Bossi sul Cenacolo è di mera accademia. Interessanti pubblicazioni su Lionardo si fecero quando nel 1871 se ne inaugurò il monumento a Milano. Vedi principalmente il Saggio delle opere di L. Da V., con 24 tavole litografiche tratte dal Codice Atlantico. Milano, Ricordi 1872, in gran folio.
[35]. Vasari mette fuor di dubbio questo fatto.
[36]. Dopo i furti fattine all’Ambrosiana di Milano, dove non fu reso che il Codice Atlantico, molti dei suoi manoscritti si conservano alla biblioteca dell’Istituto di Francia, uno a Holkham in Inghilterra dal conte di Leicester.
Francesco Melzo descriveva a minuto la morte di Leonardo in una lettera al fratello: ma non dice spirasse tra le braccia di Francesco I, il quale re sappiam di certo che al 2 maggio 1549 era a San Germano in Laja. Mentisce dunque il Vasari, come probabilmente nelle altre circostanze di sua morte, ove il fa non solo convertito, ma istruito nella fede soltanto in quegli estremi; benchè temperasse quel che avea messo nella prima edizione, che fosse infetto di nozioni eretiche «in modo che non credeva ad alcuna specie di religione, e metteva la filosofia molto sopra il cristianesimo». Abbiamo il testamento, da Leonardo fatto nove giorni prima di morire, tutto pietà; ove «raccomanda l’anima sua a nostro Signore messer Domenedio, alla gloriosa Vergine Maria, a monsignor san Michele»; vuole si dicano trenta messe basse e tre alte per l’anima sua in tre chiese di regolari ad Amboise. Oggi gl’invidiosi, quando non sanno di peggio, tacciano gl’invidiati di illiberalità e servilità: dubito che il Vasari, per lo spirito stesso, tacciasse d’irreligiosi quelli con cui non simpatizzava, come Leonardo e il Perugino.
[37]. Nel manoscritto B, pag. 33 dei codici parigini di Leonardo, stanno varj disegni di lui, postillati al solito, e sotto l’uno si legge: — Inventione d’Archimede. Architronito è una macchina di fino rame, e gitta balotte di ferro con gran strepito e furore. E usasi in questo modo: la terza parte dello strumento sta infra gran quantità di foco di carboni, e quando sarà bene lacqua infocata, serra la vite b, chè sopra al vaso de lacqua bc, e nel serrare la vite, si distoperà di sotto, e tutta la sua acqua discenderà nella parte infocata de lo strumento, e di subito si convertirà in tanto fumo che parerà maraviglia, e massime a vedere la furia e sentire lo strepito. Questa cacciava una balotta che pesava uno talento». Voi vedete che qui Leonardo non lo dà per suo trovato, ma l’assegna ad Archimede; e quel suo nominare il talento fa credere lo desumesse da qualche antico libro del Siracusano, ora perduto, e che attesterebbe conosciuta in antichissimo la potenza del vapore, la quale è caratteristica del nostro secolo.
[38]. Nel 1604 nella Astronomiæ pars optica Kepleri.
[39]. Il suo epitafio sente l’età pagana, che bada solo a forme e colorito:
Apelle nel colore e ’l Buonarroto