Imitai nel disegno; e la natura
Vinsi, dando vigor ’n ogni figura
E carne ed ossa e pelle e spirti e moto.
Invece quella di frate Angelico diceva:
Non mihi sit laudi quod eram velut alter Apelles,
Sed quod lucra tuis omnia, Christe, dabam.
[40]. Lo coadjuvarono Francesco Primaticcio e Giambattista Mantovano, e alcuno vorrebbe anche Rinaldo da Mantova, scolaro di Giulio Romano.
[41]. Genere allora usitato: si tracciavano i contorni sullo smalto, poi si adombravano con argilla, carbone e polvere di travertino, che davano aspetto di bassorilievo.
[42]. Scriveva al granduca Ferdinando:
«I pesi della gioventù mia, gli anni et ogni industria per servigio di cotesta serenissima casa di vostra altezza, e già vicino agli ottant’anni, nè lungi da quella voce colla quale Iddio chiama tutti a sè, sono costretto dalla coscienza a dire a vostra altezza quel che spero di conseguire facilmente. È ito in questo secolo intorno quell’abuso nella scoltura e pittura, che per tutto si vede, di dipingere e scolpire persone ignude, e per questo mezzo, sotto colore e mostra dell’arte, far vivere la memoria di cose sporche, o svegliare una tacita adoratione di quegli idoli, per togliere i quali tenevano per bene impiegata la vita e ’l sangue i martiri et altri santi amici di Dio. Or io, dolentissimo d’essere stato in mia vita instromento di tali statue, nè veggendo come poterle togliere dalla vista de gli occhi molti, scrissi, già alcuni anni, una epistola che si stampò, a gli uomini della profession mia, acciocchè codesto Stato di vostra altezza non ricevesse, fra gli altri vitii a che siamo inclinati, qualche ira da Dio. Et hora che in questa mia vecchiaja debbo sentire l’importanza di questo fatto, e con tanta età mi sento crescere un vivo desiderio della vera grandezza e felicità di vostra altezza, la voglio, prima che muoja, supplicare per l’onore di Dio, che non lasci più scolpire o pingere cose ignude; e quelle, che o da me o da altri sono state fatte, si cuoprano, o del tutto si tolgano, in modo che Dio ne resti servito, nè si pensi che Fiorenza sia il nido degli idoli, o delle cose provocanti a libidine et a cose che a Dio sommamente dispiaciono. E perciocchè ultimamente vostra altezza comandò che quelle statue, che già trent’anni io feci per commissione del serenissimo granduca, vostro padre, in Pratolino, si trasportassero nel giardino de’ Pitti, siccome si è fatto, sento grandissimo rimorso che fatica di mie mani tale debba quivi restare per stimolo di molti disonesti pensieri, che a chi le mira potranno venire. Però anche in questo la supplico con ogni riverenza, per il maggior dono e rimuneratione di ogni mio servigio potessi ricevere, che mi faccia gratia, prima, che io non ci ponga punto di altra cooperatione per assettarle; da poi, che mi conceda ch’io possa vestirle così artificiosamente e decentemente sotto titolo di qualche virtù, che non possano mai dare occasione di brutti pensieri a persona veruna. E questo anco tanto più converrà, quanto a gli occhi della serenissima granduchessa, e della compagnia che menerà con seco, et a tante signore che verranno spesso a visitarla, essa havrà occasione di vedere in ogni parte e luoco di vostra altezza cose, le quali christianamente edifichino una principessa, come è christianissima. Et io in eterno ne resterò obbligatissimo a vostra altezza».