Sono noti i rimorsi che laceravano gli ultimi anni di Agostino Caracci per le sue incisioni lascive. Sel sappiano i giovani.
[43]. Narra egli stesso che Michelangelo si fermò a riguardare il San Marco di Donatello a Or San Michele, e disse non aver mai visto figura che avesse più aria da uom dabbene; e che se san Marco era tale, se gli poteva creder ciò che avea scritto.
[44]. Nel descrivere questa gli scappano molte verità di sentimento, e che «devono coloro che in cose ecclesiastiche s’adoperano, essere ecclesiastici e santi uomini, essendo che si vede, quando cotali cose sono operate da persone che poco credono e poco stimano la religione, che spesso fanno cadere in mente appetiti disonesti e voglie lascive, onde nasce il biasimo delle opere nel disonesto, e la lode nell’artificio e nella virtù».
Poc’anzi il sig. Didron scriveva: Vasari est coutumier de l’erreur, et je connais peu d’historiens qui se trompent plus souvent que lui, ou volontairement, ou par ignorance. — Annales archéologiques, 1856, pag. 23. Molti errori suoi furono raddrizzati nell’edizione fattane dal Le Monnier.
[45]. Trattato dell’arte della pittura, diviso in sette libri, nei quali si contiene tutta la teorica e la pratica di essa pittura; Milano, 1584. Idea del tempio della pittura; 1590. A ciascun pittore appropria un metallo ed un animale; Michelangelo è il dragone, Polidoro il cavallo, Rafaello l’uomo, Tiziano il bue, Mantegna il serpente. Avea raccolti quattromila quadri; riferisce molte particolarità del Bramantino (lib. IV, e 21); possedeva un trattato di prospettiva di Bernardino Zenale, e un altro di Vincenzo Foppa, dove erano prevenuti Alberto Dürer e Daniele Barbaro.
[46]. Su Bernardino Luini riferiamo questa nota, del Cantù stesso, tolta dalla Illustrazione del Lombardo-Veneto.
Fu da Luino, ma le notizie ne sono scarse e favoleggiate. Povero di casa, ricco d’ingegno, robusto di volontà, bizzarro e rissoso, vuolsi avesse a maestro Stefano Scotto pittore di arabeschi, il quale lo innamorò dei vecchi pittori. Infatto il suo primo modo ritrae del Civercio, del Montorsolo, del Borgognone, con fregi d’oro, ombreggiar timido, colorito pacato, che si direbbe anche freddo. Di quel primo modo sarebbero la Addolorata dietro l’altar maggiore della Passione, il Noè in Brera, ed anche la spettacolosa Crocifissione a Lugano, ove gli adoratori della forma appuntano il poco rilievo e la scarsa gradazione di chiaroscuro. Gran progresso appare nella Coronazione di spine all’Ambrosiana, ne’ freschi del Monastero Maggiore, e specialmente in quelli di Saronno, nell’Ecce homo e nella Deposizione dalla Croce a San Giorgio in Palazzo. Abbiamo a credere che profittasse della scuola di Leonardo da Vinci? Sicuramente l’amabile e affettuosa espressione della Madonna con sant’Antonio e santa Barbara in Brera, la Madonna in grembo a sant’Anna nell’Ambrosiana, e quella degli Archinti, altre pitture delle gallerie Melzi, Borromeo... non lasciano invidiare qualsiasi maestro. Io poi non so staccarmi dalla carissima composizione della santa Caterina trasportata dagli angeli, affresco or messo in Brera, come tanti altri che erano sparsi qua e là. Il Monastero Maggiore è una vera galleria di opere luinesche: e le figure dal corno dell’epistola non potrebbero dirsi più care e maestose.
E d’un tanto maestro, pochissimo (lo ripetiamo) si sa. Che fosse compensato a miseria lo prova il sapersi che per la Crocifissione di Lugano ricevette lire 244 e 8 soldi imperiali. Della mirabile Coronazione di spine, dipinta in un oratorio di Santa Corona, ora annesso alla Biblioteca Ambrosiana, una memoria del 1521 dice: «Messer Bernardino da Luino pictore s’è accordato a pingere il Cristo con li dodici compagni in lo oratorio, et comenzò a lavorare il dì 12 octobre, e l’opera fu finita a dì 22 marzo 1522. È vero che lui lavorò solo opere 38, et uno suo giovene opere 11, et oltre le dicte opere 11, li teneva missà la molta (gli rimeschiava la calcina) al bisogno, ed anche sempre aveva uno garzone che li serviva. Li fu dato per sua mercede, computati tutti i colori, lire 115, soldi 9».
Delle sue vicende si favoleggia. Dicono che, partito da Milano per la peste, andasse a dipingere una chiesetta presso la Pelucca. Indi tornato a Milano, lavorò nella chiesa di San Giorgio le belle opere che ancora vi si ammirano. Ma piantatisi i palchi, il parroco volle salirvi, e cadde, e si ruppe la persona. Temendo esserne imputato, il Luino fuggì e i signori della Pelucca lo tennero in protezione, ove dipinse quasi tutto il palazzo a storie e mitologie, delle quali una parte fu recata poi in Brera, fra cui la suddetta santa Caterina. Ivi s’invaghì d’una figlia di que’ signori, e avendo essa per amor di lui rifiutato un illustre cavaliere, fu mandata monaca a Lugano.
Trovò subito occasione il Luino di recarsi colà, ove, messosi ne’ frati, per loro dipinse la grande Crocifissione, la Cena nel refettorio, e la Madonna sopra una porta del chiostro, così sentita e cara, che tu non vorresti veder altro. V’è il millesimo 1528, sicchè è posteriore ai dipinti di Saronno.