Primos ecce libros quos hæc industria finxit

Francorum in terris, ædibus atque tuis (della Sorbona).

Michael Udalricus Martinusque magistri

Hos impresserunt, ac facient alios.

[88]. Così il Poliziano nell’orazione su Omero: Primæ nobilitatis pueri ita sincere attico sermone, ita facile expediteque loquuntur, ut non deletæ jam Athenæ atque a Barbaris occupatæ, sed ipsæ sua sponte cum proprio avulsæ solo, cumque omni, ut sic dixerim, sua supellectile in florentinam urbem immigrasse, eique se totas penitus infudisse videantur.

[89]. Molti italiani cultori dell’arabo nel cinquecento sono ricordati dal De Wette, Orientalische Studien, nell’Enciclopedia di Ersch e Gruber. In questi tempi fu famoso il rabino Barbanella (Abarbinel) portoghese, che, dopo esclusi gli Ebrei dalla penisola, venne alla corte di Ferdinando I di Napoli, dal quale e da Alfonso II fu adoprato in affari; all’invasione di Carlo VIII, seguì i reali a Messina, poi si collocò a Monopoli in Puglia, occupandosi in commenti sui libri santi e in combattere Aristotele. A nome del re di Portogallo andò a trattare colla repubblica a Venezia, ove morì di settant’anni, e fu onorato di splendidissime esequie. Accannito contro i Cristiani, da molti di questi fu confutato. Di due suoi figli, uno si fece cristiano, l’altro, Giuda, fu medico e poeta e scrisse dialoghi d’amore.

[90]. Prefazione alla Storia romana. Citerò i lavori più celebri: Manuzio, De legibus Romanorum, 1558, De civitate, 1585; Panvinio, De civitate romana interiore; Sigonio, De jure civium romanorum, 1560, De jure Italiæ, 1562, De judiciis Romanorum, 1574; Patrizi, Della milizia romana, 1583, che è il primo trattato di cose guerresche; Panciroli, Notitia dignitatum ecc. Potremmo aggiungere Gian Pierio Valeriano, Lelio Giraldi, Celio Calcagnini, ecc.

[91]. Alcune cose furono pubblicate dal Maj, vol. IX dello Spicilegium Romanum, 1839; come anche alcune delle Vite scritte dal Vespasiano.

[92]. Il Sigonio avendo trovato frammenti del De consolatione di Cicerone, li supplì di suo, e passarono per opera tulliana, finchè il Tiraboschi non trovò lettere, ove il Sigonio confessava l’inganno.

[93]. Il dottor Maccaferri, che nell’Irnerio studiò il genio d’Alciato, lo riguarda come quello che chiuse le scuole della giurisprudenza del medioevo; intrammezzò ed espresse il trapasso dall’epoca di autorità a quella di libertà: sostituì al credamus ut intelligamus, l’intelligamus ut credamus; eresse l’umana ragione a supremo criterio di verità legale, ma non lo condusse tutte le malefiche conseguenze, e ciò perchè fu genio che iniziò soltanto ma non portò la riforma al suo compimento. Restituendo la primazia della ragione individuale sulla opinione comune, sollevava la forza del genio individuale, e toglieva dallo stato di torpore e di stazione la giurisprudenza. Sostituendo la ragione libera ed intera alla dialettica delle scuole di Bartolo, emancipava la scienza della legge positiva dal formalismo scolastico, e poneva in suo luogo la filosofia, guidata dalla logica naturale. Quindi attingeva il suo movimento scientifico dal concetto supremo della giustizia assoluta, guardando alla quale, si proponeva di migliorare il criterio oggettivo, dimenticato ed oscurato dalla scuola di Bartolo, in causa delle sottigliezze dialettiche; al qual fine si serviva delle notizie molteplici e indefinite, che gli erano offerte dalla enciclopedia umana. Il genio d’Alciato fu precursore dell’erudizione e della filosofia, dell’enciclopedia e del sistema, applicati alla scienza del romano diritto, ed appartiene al novero dei genj progressisti.