I titoli delle opere sue più studiate ne indicano l’importanza: De verborum obligationibus — De verborum significationibus — De jurejurando — De pactis — De sacrosancta Ecclesia etc.

[94]. La prima ch’io sappia è di Francesco Fortunio, Regole grammaticali della vulgar lingua. Ancona 1516; ma vuolsi approfittasse dell’opera d’egual titolo del Bembo, comparsa solo nel 1525, dopo che dal 1521 erano uscite le Vulgari eleganze di Nicolò Liburnio.

[95]. Avvertimenti della lingua, II. 21.

[96]. Proemio agli statuti dell’Accademia.

[97]. Le continuarono anche dopo istituita la Crusca: e in quella datasi il 17 settembre 1599 intervennero coi Cruscanti sei accademici Desiosi e sei Alterati; e dopo un discorso dell’Impastato ch’era Michelangelo Buonarroti il Giovane, si posero a tavola, il cui servizio è ricordato ne’ Diarj; e verso la fine si servirono delle grandissime schiacciate, che pareano di crusca, come quelle chiamate inferigne, ma realmente erano di pistacchi e zucchero, e tutte divise in spicchi che non apparivano. Nel pigliare ciascuno la sua porzione, vi trovava sotto quattro versi in lode o satira sua.

La storia dell’Accademia della Crusca può leggersi in fronte al volume I degli Atti di questa, pubblicato nel 1819.

[98]. È curioso a vedere come i Cruscanti lottino contro questa loro convinzione, sacrificandola al pregiudizio universale e scolastico. Il Magalotti, fiorentino e accademico, riconobbe colpa principale del dizionario il volersi appoggiare all’autorità de’ classici. «Il vocabolario della Crusca ha questo di particolare sopra quelli di Francia, di Spagna, d’Inghilterra, che, laddove essi sono una sicura guida nelle rispettive lingue, il nostro c’inganna addirittura delle dieci volte le otto, e ciò perchè noi non siamo ancora tanto coraggiosi d’approvar per buono, come gli altri popoli fanno, quello che di mano in mano si parla, e NON ALTRO».

[99]. «Io non saprei bene affermare, serenissimo principe (il doge) quali sieno più, coloro che la potenza e la cupidità dell’imperadore non conoscono, o coloro che, conoscendola, e grande e spaventevole riputandola, stordiscono, o, come piccioli fanciulli desti la notte al bujo, temendo forte, per soverchia paura sì taciono, e soccorso non chiamano, quasi l’imperadore, come essi facciano zitto o motto, così gli abbia a tranghiottire e divorare incontinente, e non prima...

«Che voglion dire tante vigilie, tanto dispendio, tanto travaglio, e tante fatiche dell’imperadore? o a qual fine o a qual termine vanno, altro che recare Italia e l’universo in sua forza, e la sua potenza e la sua signoria dilatare, e distendere più là, che già i confini del mondo non sono, come egli nelle sue bandiere scrive di voler fare?...

«E siamo certi che niun pensiero, niun atto, niun passo, niuna parola, niun cenno dell’imperadore ad altro intende, nè altro opera, nè d’altro ha cura di tôrre, o, come altri stimano, di ritôrre gli Stati, le terre e le città de’ vicini e de’ lontani, e all’imperio o darle o renderle; ed in ciò si consumano i suoi diletti e le sue consolazioni tutte. Queste sono le sue caccie; questi gli uccelli, questo il ballare, e gli odori, e il vagheggiare, e gli amori, e i carnali appetiti e delizie sue...