«Ecco adunque, serenissimo principe, i misericordiosi e magnanimi gesti dell’imperadore, i quali, coloro che di sua parte sono, in tanta gloria gli attribuiscono: uccidere i re non nati ancora anzi pure ancora non conceputi o generati, nè da doversi concepire; e alle afflitte città, che nelle braccia sue si gettano, ed a lui per alcun rifugio corrono, mugnere il sangue, e gli spiriti suggere, e la vera libertà, onde essi l’han fatto depositario e guardiano, rivendere, anzi renderla loro falsa, e contraffatta e di mal conio impressa...
«Ricordisi adunque la serenità vostra, che questa medesima lingua e questa medesima penna, che artificiosamente v’alletta e adesca colla sua falsità, Roma arse, e gli altari e le chiese e le santissime reliquie ed il vicario di Cristo; anzi pure il santissimo corpo di sua divina maestà tradì e diede in preda alla barbarica ferita ed all’eretica avarizia: perocchè la santa memoria di Clemente, fu con tre false paci e non con alcuna real guerra vinto...
«E i suoi parentadi, quali e come fatti? Bruttarsi le mani nel sangue dell’avolo de’ suoi nipoti, e il suocero di sua figliuola ucciso gittare a’ cani, e la sua stessa progenie innocente cacciare di Stato, sono le sue tenere e parentevoli carezze... Oh infelice, oh sfortunata, oh travagliata, oh veramente ebbra e sonnacchiosa Italia!
«L’imperadore vuole abbattere e disertare santa Chiesa, e in ciò è fermissimo e pertinace. Ed oltre a questo, non essendo a sua maestà per tutto il tradimento di Piacenza cessata ancora l’ira nè avendo il suo sdegno col sangue di quel misero duca satollo, la vita e lo spirito di sua beatitudine appetisce, e vuole similmente il re cristianissimo cacciare di Piemonte e di Francia, e distruggerlo ed ucciderlo; nè mai da questo suo proponimento in alcuna maniera, nè per alcuno accidente s’è potuto rimovere...»
Egli stesso, nell’orazione a Venezia per la Lega, descrive la monarchia: — Certo sono, serenissimo principe, che la serenità vostra non vide mai questa pessima e crudelissima fiera, nè di vederla ha desio: ma ella è superba in vista, e negli atti crudele, ed il morso ha ingordo e tenace, e le mani ha rapaci e sanguinose; ed essendo il suo intendimento di comandare, di sforzare, di uccidere, di occupare, di rapire, conviene ch’ella sia amica del ferro e della violenza e del sangue: alla quale sua intenzione recare a fine, ella chiama in ajuto (perocchè invano a sì crudele ufficio altri chiamerebbe) gli eserciti di barbare genti e senza leggi, l’armata de’ corsali, la crudeltà, la bugia, il tradimento e l’eresia, lo scisma, le invidie, le minaccie e lo spavento; ed oltre a ciò le false ed infide amicizie, e le paci simulate, ed i crudeli parentadi, e le pestifere infinite lusinghe. Tale, serenissimo principe, è l’orribile aspetto; tali sono i modi ed i costumi e gli arredi della crudel monarchia, quali divisato e figurato gli ho: nè altra effigie, nè altro animo, nè altra compagnia potrebbe avere sì dispietato e sì rabbioso mostro; poichè ella il sangue e la libertà e la vita di ognuno appetisce e divora».
[100]. «E quantunque assai chiaro indizio possa essere a ciascuno che quest’opera (l’occupazione di Piacenza) è giusta, perchè ella è vostra e da voi operata...»
[101]. Delle orazioni scritte da molti uomini illustri de’ nostri tempi, raccolte da Francesco Sansovino; Venezia 1661: e spesso ristampate con cambiamenti.
[102]. Trajano Boccalini, negli spiritosi suoi Ragguagli del Parnaso, introduce uno Spartano, che, per aver detto in tre parole ciò che poteva in due, è condannato a leggere il Guicciardini: scorsene alcune pagine, va e implora piuttosto le galere che quel supplizio. Vaglia d’esempio questo periodo, che pure è dei discreti, e che riferisco anche per le molte e belle e ben dette sentenze: — Queste cose dette in sostanzia dal cardinale (di san Pietro in vincola), ma secondo la sua natura più con sensi efficaci e con gesti impetuosi ed accesi, che con ornato di parole, commossero tanto l’animo de’ re, che non uditi più se non quegli che lo confortavano alla guerra, partì il medesimo dì da Vienna, accompagnato da tutti i signori capitani del reame di Francia, eccetto il duca di Borbone, al quale commesse in luogo suo l’amministrazione di tutto il regno, e l’ammiraglio, e pochi altri, deputati al governo ed alla guardia delle provincie più importanti; e passando in Italia per la montagna di Monginevra, molto più agevole a passare che quella di Monsanese, e per la quale passò anticamente, ma con incredibile difficoltà, Annibale cartaginese, entrò in Asti il dì nono di settembre dell’anno mille quattrocentonovantaquattro, conducendo seco in Italia i semi d’innumerabili calamità e d’orribilissimi accidenti e variazioni di quasi tutte le cose, perchè dalla passata sua non solo ebbero principio mutazioni di Stati, sovversione di regni, desolazioni di paesi, eccidj di città, crudelissime uccisioni, ma eziandio nuovi abiti, nuovi costumi, nuovi e sanguinosi modi di guerreggiare, infermità in sino a quel dì non conosciute, e si disordinarono di maniera gl’instrumenti della quiete e concordia italiana, che non si essendo mai potuti raccordare, hanno avuto facoltà altre nazioni straniere ed eserciti barbari di conculcarla miserabilmente e devastarla; e per maggiore infelicità, acciocchè per il valore del vincitore non si diminuissero le nostre vergogne, quello, per la venuta del quale si causarono tanti mali, se bene dotato sì ampiamente de’ beni della fortuna, era spogliato quasi di tutte le doti della natura e dell’animo, perchè certo è che Carlo insino da puerizia fu di complessione molto debole e di corpo non sano, di statura piccolo e d’aspetto (se tu gli levi il vigore e la dignità de gli occhi) bruttissimo, e l’altre membra sproporzionate, in modo che pareva quasi più simile a mostro che a uomo, nè solo senza alcuna notizia delle buone arti, ma appena gli furono cogniti i caratteri delle lettere; animo cupido d’imperare, ma abile più ad ogni altra cosa, perchè aggirato sempre da’ suoi, non riteneva con loro nè maestà nè autorità; alieno da tutte le fatiche e faccende, ed in quelle, alle quali pure attendeva, povero di prudenza e di giudizio; se pure alcuna cosa pareva in lui degna di laude, risguardata intrinsecamente, era più lontana dalla virtù che dal vizio; inclinazione alla gloria, ma più presto con impeto che con consiglio; liberalità, ma inconsiderata e senza misura o distinzione; immutabile talvolta nelle deliberazioni, ma spesso più ostinazione mal fondata che costanza; e quello che molti chiamavano bontà, merita più convenientemente nome di freddezza e di remissione d’animo».
[103]. Lo Scisma d’Inghilterra del Davanzati è traduzione o compendio di Nicolò Saunders, illanguidito dal passare in silenzio la parte politica; pure è savio il giudizio che, sul fine, dà intorno ad Enrico VIII.
[104]. Il Napione, ne’ Piemontesi illustri, ha coraggio di lodare l’armonica brevità de’ costui periodi, la rapidità della narrazione e la nativa semplicità.