[185]. Vedi la sua vita nel Mazzuchelli, pag. 57.
[186]. E altrove: — Vi giuro, per quanta riverenza porto alla molta virtù vostra, che, ogni volta che da voi ricevo lettere, divengo cara a me stessa, e mi persuado esser qualche cosa, dove che, senza esse, mi tengo niente..... Amatemi quanto vi onoro».
[187]. Lettera XXXVI. È notevole che tutti quelli che scrivono all’Aretino, adoprano gonfiezze e metafore e bisticci. Qui il Vasari gli dice: — Non posso fare che non lo ricordi, e ricordandomi che di me non era ricordo se lui di me ricordato non si fosse». E in un’altra lettera: — Sì come Febo con i suoi lucentissimi raggi, scoprendosi dopo la venuta dell’aurora, lumeggia col suo lampeggiar chiarissimo i colli, ed universalmente la gran madre nostra antica, dando quel nutrimento che dà il vitto alle figure create da lei; così mi hanno inluminato l’animo, così mi ha ingagliardito le forze la virtù del romore della voce di voi, tinta da sì avventurati inchiostri; di maniera che ne ringrazio Dio, avendovi messi i candidi fogli dinanzi alle luci, e con la destra presa la penna e scrittomi ecc.». E su questo tono van anche le altre di quello scrittore così piano e ingenuo.
[188]. Per quanto amico del Tiziano, ecco come l’Aretino parlava d’un suo mirabilissimo ritratto:
«A Cosimo I, da Venezia 17 ottobre 1545.
Padron mio. La non poca quantità de’ denari che messer Tiziano si ritrova, e la pur assai avidità che tiene di accrescerla, causa che egli, non dando cura a obbligo che si abbia con amico, nè a dovere che si convenga a parente, solo a quello con istrana ansia attende che gli promette gran cose; onde non è maraviglia se, dopo avermi intertenuto sei mesi con la speranza, tirato dalla prodigalità di papa Paolo, essere andato a Roma senz’altrimenti farmi il ritratto dell’immortalissimo padre vostro, la cui effigie placida e tremenda vi manderò io e tosto, e forse conforme a la vera, come di mano dal prefato pittore uscisse: intanto eccovi lo stesso esempio della medesima sembianza mia, del di lui proprio pennello impressa. Certo ella respira, batte polsi e move lo spirito nel modo ch’io mi faccio in la vita; e se più fossero stati gli scudi, che gliene ho dati invero, i drappi sarieno lucidi, morbidi e rigidi, come il da senno raso velluto e broccato. Della catena non parlo, però che ella è solo dipinta che sic transit gloria mundi».
[189]. — Sempre dovrebbono essere uniti tutti i membri con il buon capo; però se ne fu mai alcuno bonissimo, la maestà di Carlo V è uno di quelli; al quale io son devotissimo servitore, e per esaltazion sua vo giorno e notte investigando, come io possi mostrarmi grato et a sua maestà et a chi fa per l’onor di quella onorate imprese. Vostra eccellenza debbe dunque sapere come Lodovico Domenichi piacentino è uno dei grandissimi traditori che vadi per il mondo, e per quel ch’io possa comprendere, teneva già con un fuoruscito o rubelle del duca di Piacenza trattato contro sua maestà, come per questa inclusa vostra signoria potrà immaginarsi: il qual rubelle doveva aver ottenuto grazia, se faceva qualche tradimento, come si può congetturare per questa lettera, la quale è scritta di mano del segretario, detto Anton Francesco Riniero. Che questo Lodovico Domenichi sia nemico di sua maestà cesarea, n’apparisce da un sonetto (perchè è poeta) stampato, del quale io ne mando la copia; e che sia nemico di vostra signoria illustrissima è chiarissimo (ancor ch’una candela non può far ombra al sole), perchè ha fatto un altro sonetto contro a Mantova, dove già dovette esserne cacciato per qualche sua bontà: ma piuttosto credo ch’egli tenga odio particolare a vostra signoria perchè i suoi ministri di giustizia appiccarono ai merli di Pavia, dico del castello, un fratello di questo Lodovico; però il mal uomo, cattiva lingua e peggior fatti, tratta di tornare a Piacenza, dove io penso che non ci sia bontà nessuna in lui, perchè la vigilia del carnevale andò a Roma, e subito tornò. Vostra signoria illustrissima veggia queste cose, e le tacci seguendo l’orme e i vestigi di questo tristo, acciò che non venisse in danno qualche cosa o in vitupero di sua maestà o del suo Stato. La prego bene a non li far dispiacere e perdonargli, piuttosto scusandolo appassionato che maligno. Vostra signoria illustrissima mi perdoni s’io avessi favellato con poca riverenza, et incolparne l’amore ch’io porto alla cesarea maestà, e alla servitù ch’io tengo con tutti i personaggi pari a vostra signoria illustrissima, alla quale umilmente m’inchino, e le bacio la mano.
Di Firenze, alli 3 di marzo 1548.
Umil. servitore Anton Francesco Doni».
[190]. D’alloro fu dal duca Sforza coronato l’Albicante, cattivo poeta milanese, che punto nel Combattimento poetico del divino Aretino e del bestiale Albicante, rispose così furiosamente, che l’Aretino sentendolo capace di tenergli testa e di rinfacciargli i denari regalatigli, cercò riconciliarselo. Reso famoso da quell’inimicizia, altre ne agitò; e massime col Doni, contro il quale «usava bravure che avrebbero fatto smascellare gli elefanti». (Luca Contile), e volle che ogni amico suo scrivesse contra di quello.