[191]. Il famoso cancelliere L’Hôpital, ch’era stato in Italia, nel discorso al parlamento di Parigi 7 settembre 1560 dice: Peult dire qu’il a plus de procès au Chastelet de Paris, qu’en toute l’Italie.

[192]. Migliori dell’Artaud (Machiavelli, son génie et ses erreurs. Parigi 1825) sono i recenti studj di Gervinus sopra tutti i cronisti fiorentini, e di Teodoro Mundt su Machiavelli e l’andamento della politica europea, di Norrisson, e di molti altri.

[193]. — La cagione dell’odio, il quale gli era universalmente portato grandissimo, fu, oltra l’esser licenzioso della lingua, e di vita non molto onesta e al grado suo disdicevole, quell’opera, ch’egli compose e intitolò il Principe, ed a Lorenzo di Piero di Lorenzo, acciocchè egli signore assoluto di Firenze si facesse, indirizzò, nella quale opera (empia veramente, e da dover essere non solo biasimata ma spenta, come cercò di fare egli stesso dopo il rivolgimento dello Stato, non essendo ancora stampata) pareva ai ricchi, che egli di tor la roba insegnasse, e a’ poveri l’onore, e agli uni e agli altri la libertà. Onde avvenne nella morte di lui quello che pare ad avvenire impossibile, cioè che così se ne rallegrarono i buoni come i tristi; la qual cosa facevano i buoni per giudicarlo tristo, ed i tristi per conoscerlo non solamente più tristo, ma eziandio più valente di loro». Varchi, Storie, lib. III. p. 210.

— L’universale per conto del suo Principe l’odiava; ai ricchi pareva che quel Principe fosse stato un documento da insegnare al duca Lorenzo de’ Medici a tor loro tutta la roba, e a’ poveri tutta la libertà; ai Piagnoni pareva che ei fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi più tristo o valente di loro; talchè ognuno l’odiava. Fu disonestissimo nella vecchiaja, ma oltre alle altre cose goloso; onde usava certe pillole, avutane la ricetta da Zanobi Bracci, col quale spesso mangiava. Ammalò, parte per il dolore, parte per l’ordinario: il dolore era l’ambizione, vedendosi tolto il luogo dal Giannotto assai inferiore a lui... Ammalato cominciò a pigliare di queste pillole, e ad indebolire ed aggravare nel male; onde raccontò quel tanto celebrato sogno a Filippo, a Francesco del Nero ed a Jacopo Nardi, e così morì malissimo contento, burlando. Dice Pietro Carnesecchi (che venne seco da Roma con una sua sorella) che l’udì molte volte sospirare, avendo inteso come la città era libera. Credo che si dolesse de’ modi suoi, perchè infatti amava la libertà e straordinarissimamente, ma si doleva d’essersi impacciato con papa Clemente». Busini, Lettera XI.

[194]. Guicciardini gli scrive: — Tanto più che essendo voi sempre stato, ut plurimum, e stravagante di opinione dalla comune, e inventore di cose nuove ed insolite, penso ecc.». 18 maggio 1521.

[195]. In una lettera all’Aretino chiama esso duca «veramente degno d’esser principe, non solo di questa città, ma di tutta l’affannata, misera e tribolata Italia; perchè solo questo gran medico sanerìa le gravi infermità sue». E racconta come, allorchè doveva entrar Carlo V, esso duca sur un ronzino correva visitando i grandi apparecchi che si faceano: e «giungendo a San Felice in Piazza, dove io avevo fatto una facciata alta quaranta braccia di legname, con colonne, storie ed altri varj ornamenti, e vedendola del tutto finita, maravigliatosi per la grandezza e celerità, oltre alla bontà di quell’opera, dimandando di me, gli fu detto ch’io ero mezzo morto dalle fatiche, e che ero in chiesa addormentato sur un fascio di frasche per la lassezza: ridendo mi fece chiamare subito, e così sonnacchioso, balordo, stracco e sbigottito venendogli innanzi, presente tutta la corte, disse queste parole: — La tua opera, Giorgio mio, è per fin qui la maggiore, la più bella e meglio intesa e condotta più presto al fine, che quelle di questi altri maestri; cognoscendo a questo l’amore che tu mi porti, e per questa obbligazione non passerà molto che ’l duca Alessandro ti riconoscerà e di queste e dell’altre tue fatiche; ed ora, che è tempo che tu stia desto, e tu dormi?»; e presomi con una mano nella testa, accostatala a sè, mi diede un bacio nella fronte, e partì; mi sentii tutto commovere gli spiriti, che per il sonno erano abbandonati: così la lassezza si fuggì dalle membra affaticate, come se io avessi avuto un mese di riposo. Questo atto di Alessandro non fu minore di liberalità, che si fosse quello di Alessandro, quando donò ad Apelle le città ed i talenti e l’amata sua Campaspe».

[196]. Relazione dell’ambasciadore veneto Marco Foscari del 1527.

[197]. Mutinelli, Del costume veneziano.

[198]. Quod causatur quod in ipsa nostra civitate ipsæ mulieres in ea stare possunt libere, prout dicens et conveniens est in civitate libera prout est nostra, ex quo procedit quod vitium sodomiticum in ea radicatur et nimis incrementi suscipit, ac etiam ex defectu ipsarum mulierum multæ rixæ fiunt et scandala committuntur...

[199]. Filiasi, Memorie storiche, tom. III p. 263.