[394]. Seckendorf, Historia luteranismi, tom. I. p. 115 e 116.

[395]. Luthers, Sämmtliche Schriften, tom. XXI. p. 1092 (edizione Walch.); Melancton, Op., col. 598, 835, ecc.

[396]. Celestini, Act. Comit. Aug., tom. II. p. 274; tom. III. pag. 18.

[397]. Al 20 febbraio 1582 il residente veneto a Roma informava d’una pubblicazione di diciassette inquisiti dal Sant’Uffizio, tre dei quali furono mandati al fuoco come relapsi, altri come fatucchieri e stregoni a pene diverse. Fra i bruciati era Jacopo Paleologo di Scio, famoso eresiarca unitario, riprovato per eccessivo sin da Fausto Socino; e dopo girato assai per Germania, fu tradotto a Roma e condannato.

[398]. Epistolæ, col. 150.

[399]. Vedi Monografie friulane, 1847, pag. 18.

* Nel 1558 il senato veneto deputò alcuni commissarj, che uniti a quelli del patriarca d’Aquileja, inquisissero alcuni eretici in Cividale (Liruti, Notizie del Friuli, vol. V fine); al tempo stesso che il luogotenente del territorio di Gradisca avvertiva il capitolo d’Aquileja a procedere contro il suo vicario di Farra, il quale ricusava levare e accompagnare i morti secondo l’antico rito, toglieva le sacre immagini e ne vietava il culto a’ suoi (Morelli, Storia di Gorizia, vol. I, pag. 295). Nella contea di Gorizia penetrarono alcuni luterani dalla Carniola e dalla Carintia, ma erano poco favoriti. Lo zelo di Giovanni Tauscher parroco vigilò su quei che sorgessero, ed erano esigliati dal principe.

[400]. Il medesimo descrive un atto-di-fede eseguito in Roma, ove sette furono condannati alle galere come testimonj falsi; sette abjurarono; un relapso fu rimesso al fôro secolare, ed era «don Pompeo de’ Monti, di sangue assai nobile, fratello del marchese di Cortigliano, e stretto parente del cardinale Colonna; ma finora non è stato fatto morire». Dispacci 2 e 9 marzo, 27 aprile e 29 giugno 1566. Ap. Mutinelli, Storia arcana.

[401]. Appare da Paolo Sarpi, e massime dalle sue lettere al Priuli, ambasciadore al Cesare. Egli ha un consulto se l’eccelso consiglio de’ Dieci deva esaminare i rei ecclesiastici coll’intervento del vicario patriarcale, e sostiene il no. Nelle sue lettere informa ogni tratto de’ ripullulanti litigi di giurisdizione colle varie potenze. Per es. nella LXV: — In Sicilia è occorso, che volendo il vicerè punire un prete non so per che delitto, egli si salvò in chiesa, e l’arcivescovo lo difendeva e per esser prete e per esser in chiesa. Le quali cose non ostanti, il vicerè lo fece levar di chiesa e impiccare immediato. L’arcivescovo pronunciò il vicerè scomunicato, e il vicerè fece piantar una forca innanzi la porta del vescovato con un editto di pena del laccio a quelli ch’erano di fuora se entravano, e a quelli di dentro se uscivano fuora. Di questo è stato mandato corriere espresso a Roma, dove non hanno molto piacere che si parli di successi di questo genere; atteso che per queste cause di giurisdizione ecclesiastica pare che in tutti i luoghi nascano controversie, e che essi per tutto le perdono».

Nella LXIX: — Alcuni monaci di Padova, avendo molte baronìe tutte possedute da loro, avevano formato una giurisdizione sopra li contadini, la quale gli è stata levata con disgusto del papa. Roma sopporta ogni cosa, ma finalmente converrà overo rompersi, overo perder tutto. Il papa ha creduto far dispiacere, non facendo cardinale alcun veneto; ma li buoni l’hanno per cosa di pubblico servizio».