[418]. Lettera LX allo stesso. Vedi pure le Memorie di Mornay, X. 386, 390, 443, 456, 546; e Courrayer, nella vita di frà Paolo premessa alla sua traduzione della Storia del Concilio di Trento, pag. 66. Anche pochi giorni prima dell’uccisione di Enrico IV, il Sarpi scriveva: Nulli dubium quin, sicut Ecclesia verbo formata est, ita verbo rite reformetur. Attamen, sicuti magni morbi per contrarios curantur, sic in bello spes; nam extremorum morborum extrema remedia. Hoc mihi crede e propinquo res videnti. Non aliunde nostra salus provenire potest. Opp. di frà Paolo, VI, 79. Nella LIII lettera, compiangendo la morte di Sully, dice che l’amava «per la fermezza della sua religione». Di Giacomo I scrive: — Se il re d’Inghilterra non fosse dottore, si potrebbe sperare qualche bene, e sarebbe un gran principio, perchè Spagna non si può vincere se non levato il pretesto della religione; nè questo si leverà, se non introducendo i Riformati nell’Italia. E se il re sapesse fare, sarebbe facile e in Torino e qui». Lettera LXXXVIII.

[419]. Lettera LI, 12 ottobre 1610.

[420]. Lettera LXXXVIII, 29 marzo 1612 al Groslot. E di tutto ciò più distesamente vedasi nella Storia arcana della vita di frà Paolo Sarpi, scritta da M. G. Fontanini, e documenti relativi. Venezia 1803. È opera postuma, e l’editore arciprete Ferrario l’annunzia così: — Chiunque tu sia, che pigli a leggere questo libro, a me basta che abbi amore e zelo di religione; che abbi fedeltà ed attaccamento ai governi. Buon cattolico e buon cittadino, questo libro ti piacerà. Esso leva una gran maschera, scopre un grand’impostore, palesa un grand’empio ecc.».

Esso Fontanini dà frà Paolo come un tipo dell’ipocrito, perchè del carattere sacerdotale e dell’esemplarità «non volle servirsi ad altro fine che per guadagnarsi il concetto popolare di uomo dabbene, con disegno occulto di quindi poter seminare a man salva le sue dottrine, senza sospetto che fossero giudicate aliene dalla vera credenza ecc.

[421]. Lettera 6 marzo 1611. Memorie, X. 169. Nelle Lettere diplomatiche del Bentivoglio, al 27 febbrajo 1619 leggesi: — Per via di un ministro già ugonotto, che si è convertito poi alla religione, ho saputo ultimamente che, nel tempo dell’interdetto dei Veneziani, alcuni ministri eretici di Ginevra, di Berna e d’altre parti convicine pensarono di valersi di quell’occasione per ispargere in Venezia il veleno dell’eresia. Onde fra loro fu risoluto in particolare che si mandasse colà sotto nome di mercante un certo tale dei Diodati, italiano lucchese, che è ministro in Ginevra. Egli dunque v’andò in compagnia d’altri mercanti eretici, i quali, anch’essi consapevoli del disegno, avevano carico di doverlo ajutare. Giunto che fu in Venezia, esso Diodati trattò segretamente con diversi ed in particolare con frà Paolo, nel quale scoperse una grande alienazione dalla corte di Roma, e sensi del tutto contrarj all’autorità della santa Sede; ma nel resto non poteva comprendere ch’egli avesse alcuna inclinazione di voler abbracciare assolutamente l’eresia. Il detto Diodati insieme con que’ mercanti, oltre al parlare che fece, vi disseminò con molta segretezza un buon numero di libri eretici, particolarmente della Bibbia tradotta in lingua italiana. Ciò fatto, egli se ne tornò poi a Ginevra con isperanza che il veleno ch’egli aveva sparso fosse per fare non piccolo progresso. Io, dopo aver inteso questo, dubitando che di quel veleno non vi resti ancora qualche corruzione, stimai di doverne parlare, come feci al signor cardinale di Retz ed al signor di Pisins, e trovai che anch’essi avevano avuto l’istessa informazione per la medesima strada, e Pisins mi disse che si erano ricevute appunto lettere pochi dì sono dall’ambasciadore di questa maestà in Venezia, che avvisava che colà le cose passavano a qualche libertà pericolosa in questa materia di religione, per rispetto della licenza che si pigliavano quelle genti forestiere che sono state assoldate dalla repubblica, ed in particolare il loro capo. Dopo mi ha detto il medesimo Pisins che con altre lettere più fresche dello stesso ambasciatore era inteso che questo disordine non fosse di quel pericolo che si era dubitato».

[422]. Magna Deo gratia, quod mediis Venetiis virum magnanimum, magnum illum Paulum excitavit, qui teterrimas sophistarum fraudes, et paralogismos quibus orbi christiano illuditur, palam faceret. Puto vidisse te opuscula hujus Pauli, meo judicio præstantissima, et dignissima quæ legantur a te. Lætaberis scio, et magno heroi votis favebis tuis. Ep. 474 del 7 novembre 1606. Pochi giorni prima egli stesso scriveva d’essere stato dall’ambasciadore Pietro Priuli invitato a Venezia, dove rallegravasi di poter incontrare magnum Paulum, quem Deus necessario tempore ad magnum opus fortissimum athletam excitasset, e prosegue in lodarlo. Allo Scaligero (ep. 480, 11 marzo 1607): Vidisti ne quæ Venetiis prodiere scripta a paucis mensibus? Ego cum illa lego, spe nescio qua ducor futurum fortasse illic aliquando et literis sacris et meliori literaturæ locum. Mirum dictu quam multi tam brevi tempore animum ad scribendum applicuerint. Atqui nemo erat qui existimaret ex ea urbe unum aut alterum posse reperiri earum rerum intelligentem, quæ a doctrina lojolitica abhorrent tantopere. Exitum ejus controversiae cum hæc scribebam, omnes μετέωροι in hac urbe expectabant. Deus ad gratum sibi finem omnia perducat. Nell’ep. 484 del 18 marzo a Scipione Gentili: O viros! o exactam earum rerum cognitionem, quas in illis oris nemini putabant plerique esse notas! multa legi... omnia probavi et laudavi, sed inter omnes mirum dictu quantum judicio Paulus excellat, quem scimus virum esse doctissimum, vitæ innocentissimæ, juditii tenacissimi. Hujus si scripta legisti, ecquid de vestra Italia sperare incipis? E lo Scaligero rispondendogli d’aver tutto letto, soggiunge: In illis auctoribus tres palmam obtinent: Paulus servita, Marsilius neapolitanus, Antonius Querinus patricius. Certe quomodocumque in amicitiam coeant illæ duæ partes, nunquam coire poterunt in cicatricem illa vulnera, nunquam stigmata deleri, quæ pontifex accepit. Ep. 131 del 22 marzo 1607.

[423]. Mémoires de Sully, tom. III. p. 27.

[424]. In esse è detto: — A me pare poterle ricordare che convenga procedere con lenità; e che quel gran corpo voglia esser curato con mano paterna... Delle persone di frà Paolo e Giovanni Marsilio e degli altri seduttori, che passano sotto nome di teologi, si è discorso con vostra signoria a voce; la quale doverìa non aver difficoltà in ottenere che fossero consegnati al Sant’Officio, non che abbandonati dalla repubblica, e privati dello stipendio che si è loro costituito con tanto scandalo del mondo».

[425]. Morosini, Storia, lib. 18. p. 699.

* L’anno dopo che la storia del concilio era stata pubblicata, mandavasi alla riconciliata Venezia un nunzio apostolico, nelle cui istruzioni (1 giugno 1621) leggesi: