Migliori andamenti pigliò la musica nel secolo XV. Franchino Gaffurio, lodigiano, maestro di cappella a Milano, procuratosi copie e traduzione dei trattati di musica antica, si perdè in ricerche sulla tonalità antica, che più non era in relazione coi bisogni del tempo: ma riportò fama colla Pratica musicæ in quattro libri[151], ove tratta dei principj e della costituzione dei toni nel canto fermo, con varie intonazioni giusta il rito ambrosiano; poi del contrappunto, della proporzione delle note e dei tempi.

I Fiamminghi erano considerati maestri e chiamati anche in Italia, dove in singolar pregio aveansi i madrigali francesi. Di Spagnuoli principalmente fornivasi la cappella papale; e Bartolomeo Ramos Pereira di Salamanca, chiamato da Nicola V a professar musica nell’università di Bologna, mostrò l’insufficienza del sistema di Guido d’Arezzo, e propose un temperamento che, quantunque combattuto dal Gaffurio e da altri, venne adottato. Esso Gaffurio e i fiamminghi Bernardo Hycart, Giovanni Tintore, Guglielmo Guarnerio, chiamati da re Ferdinando, a Napoli fondarono un’accademia, donde uscirono i migliori maestri.

Il Gaffurio già adoprava la massima, la lunga, la breve, la semibreve, la minima; al principio del secolo XVI, si trovano la nera, la croma e la biscroma; Enrico Isacco, verso il 1475, notava a Firenze i canti carnascialeschi di otto, dodici e fin quindici voci. Il suono e il canto furono vera passione di quei tempi: per sentire Antonio degli Organi fiorentino organista venivasi fin d’Inghilterra e dal Settentrione[152]; Leonardo da Vinci fu chiamato alla Corte milanese per sonare: Benvenuto Cellini si gloria della sua abilità al liuto, quanto del bulino; principi e re vi si esercitavano.

Girolamo Mei trattò della musica antica e moderna e dei modi: ma molte opere d’antichi si ignoravano, altre mal interpretavansi. Giuseppe Zarlino da Chioggia, per le istituzioni e le dimostrazioni armoniche è considerato ristoratore della musica. Vincenzo Galilei, padre di Galileo, nel Fronimo ed altri dialoghi sulla musica, ha erudizione copiosa e buone riflessioni; ed essendone nata controversia fra don Nicolò da Vicenza e Vincenzo Lusitania, tutti i dotti vi presero parte, e se ne disputò nella cappella papale. Il primo sosteneva, la musica greca non essere che una confusione dei nostri generi cromatico, diatonico ed enarmonico; l’altro, non comprendere che il diatonico, e riportò la palma.

I cori e intermezzi delle commedie e tragedie erano madrigali a più voci: la compagnia dei Rozzi a Siena ne inframmettea spesso alle sue rappresentazioni, cantati da un personaggio che chiamavano l’Orfeo: ai Filarmonici di Verona, istituiti da Alberto Lavezzola pel miglioramento della musica, era imposto a certi tempi d’uscire colla lira in mano divertendo la città.

Forse nell’Orfeo del Poliziano, che fu rappresentato in Mantova, i cori si cantavano, recitavasi il resto. Molti drammi pastorali gli vennero dietro, innovazione condannata dai puristi; e tali furono l’Aretusa d’Alberto Lollio, lo Sfortunato di Agostino Argenti con note di Alfonso della Viola, che forse fu il primo ad unire il canto alla declamazione[153].

Al Sagrifizio di Agostino Beccari, rappresentato a Ferrara il 1554 a spese degli studenti, assisteva Torquato Tasso, e dagli applausi dati all’autore incitato ad emularlo, compose l’Aminta, che poi fu esposta nel 73 e superò tutti. Ivi i fiori poetici sono profusi; e l’uniforme lindura, e quel parlare tutti con altrettanta forbitezza, perfino il satiro, tempera agli amatori del vero l’ammirazione, che nei cercatori del bello suscita quella lambiccatissima composizione.

Pensò emularlo Giambattista Guarini, il cui Pastor fido fu recitato a Torino nell’85. L’arte, suprema nella drammatica, di tener in susta la curiosità e connettere le scene gli è ignota; in seimila versi stempera l’azione, ritardata da dialoghi lenti, da riflessioni vane, da luoghi comuni; pure il frequente calore, il tutt’insieme della favola (tratta dall’avventura di Coreso e Calliroe di Pausania), la padronanza dello stile, la pietosa dipintura dell’amore, il rendono pregevole. Ma porlo a petto dell’Aminta è ingiustizia, giacchè ai difetti medesimi, alla maggior raffinatezza nei pastori tramutati in personaggi di anticamera, alle arguzie più lambiccate, unisce l’evidente imitazione di Torquato, il quale a ragione diceva: — E’ non sarebbe giunto a tanto se non avesse veduto me».

Nel bisogno universale di scrivere e di cantare, uno stormo di poeti si applicò anche a questo genere; e al fine del Seicento già si numeravano dugento drammi pastorali.

Il canto era sempre serbato a solo alcuna parte lirica; ma avendo qualche erudito opinato che gli antichi cantassero i drammi, si volle imitarli. Il cavaliere Giovan Bardi de’ conti del Vernio, presso cui conveniva il meglio di Firenze, per le nozze di Ferdinando Medici con Cristina di Lorena nel 1589 fece rappresentare in sua casa il combattimento d’Apollo col serpente. Di poi con magnifico apparato don Grazia di Toledo, vicerè di Napoli, la pastorale del Tansillo; e così l’Aminta del Tasso con intermezzi del gesuita Marotta.