Uno dei più persuasi in tal fatto è il padre Girolamo Menghi di Viadana, che empì l’opera sua di fatterelli curiosi[246]. Nel tempo che i signori Veneziani mossero guerra al duca di Ferrara, stando Alfonso d’Aragona duca di Calabria in Milano con molti illustrissimi signori, tennero lungo ragionamento intorno agli spiriti, ove diversamente fu da quei signori parlato e discorso, recitando ciascheduno le loro opinioni; il che avendo udito il predetto duca, rispose in questo modo: — È cosa verissima e non finzione umana quello che si parla di questi demonj»; e narrogli, che stando lui un giorno a Carrone città di Calabria, dopo le cure e spedizioni regie cercando qualche spasso e ricreazione, gli fu detto che ivi era una donna vessata di spiriti immondi. Il che intendendo esso, se la fece condurre, e cominciando il duca a parlare con essa, niente rispondeva nè movevasi, come se fosse senza spirito. Vedendo questo il principe, e ricordandosi d’una crocetta che con certe reliquie portava al collo, datagli da Giovanni da Capistrano, segretamente la legò al braccio della spiritata; la quale subito cominciò a gridare, e torcere la bocca e gli occhi. Allora quel signore le domandò il perchè, ed ella rispose, dovesse levarle dal braccio quella crocetta «perchè (diss’ella) ivi è del legno della croce consacrata, dell’agnus benedetto, e una croce di cera del mio grandissimo nemico». Le quali cose levando il duca, di nuovo divenne come morta. La notte seguente andando quel principe a dormire, incominciò udire fortissimi strepiti e rumori nel palagio e nella propria camera, di maniera che fece chiamare alcuni servitori per sicurezza, coi quali stette fino al giorno senza punto dormire. Venuto il giorno, un’altra volta si fece menare davanti la donna, la quale sorridendo interrogò il duca s’egli avesse avuto spavento la notte passata: e riprendendola egli come spirito infernale nojoso ai mortali, e addimandandogli — Ove eri tu nascosto?» rispose lo spirito: — Io era nascosta nella sommità dello sparaviero che circonda il tuo letto; e se non fossero state sopra di te quelle cose sacre che porti al collo secretamente, con le mie mani io ti levavo di peso, e ti gettavo fuori del letto. Anzi ti dico di più, che tutto quello che jeri ragionasti e trattasti coll’ambasciatore de’ Veneziani, ti saprò narrare, perchè il tutto ho udito e saputo». Il duca per chiarirsi mandò fuori tutti quelli che ivi si ritrovavano, poi comandò allo spirito che dovesse narrargli quanto era passato tra l’ambasciatore e lui; il quale, come se fosse stato presente, per bocca della donna narrogli tutto il fatto di parola in parola; di maniera che empiè quel signore di tanta meraviglia, che d’indi in poi sempre credette che gli spiriti maligni andassero vagabondi tanto nell’aria, quanto nei corpi umani.

Paolo Grillando inquisì una donna che, mentre era riportata a casa dal diavolo amante, udì sonar l’ave della mattina, ond’esso fuggì lasciandola nuda sul terreno, ove fu scoperta. Un marito spiò sua moglie tanto, che s’accôrse dell’ungersi e dello scomparire, e a forza di bastonate obbligatala a confessare, volle menasse lui pure alla tregenda, ove sedutosi a mensa, tutto trovava insipido, onde chiese del sale, inusato ai loro banchetti. Quando dopo lunga istanza gli fu portato, sclamò: — Lodato Dio che finalmente il sale è venuto»; e bastò quell’esclamazione perchè tutto andasse in dileguo, ed egli rimase colà ignaro del luogo, finchè la mattina da pastori sopravvenuti seppe trovarsi in quel di Benevento, a cento miglia dalla patria sua. Dove tornato, fece processar la moglie e condannare[247].

Altri fatti egualmente certi aveva in pronto Bartolomeo Spina predetto. Una fanciulla, che dimorava colla madre a Bergamo, fu una notte trovata a Venezia nel letto di un suo parente; chiesta del come, vergognosa raccontò aver visto sua madre ungersi, e trasformata uscir dalla finestra; ed ella volle far prova dell’unto stesso, e seguì la madre, cui vide tender insidie al fanciullo parente; di che ella spaventata invocò il nome di Gesù, e tosto ogni cosa sparve: l’inquisitore ne stese processo, e la madre alla tortura confessò ogni cosa. Antonio Leone di Valtellina, carbonajo dimorante a Ferrara, narrava d’un marito che parimente vide la moglie ungersi, ed uscir dalla finestra, ed egli imitatala, trovolla in una cantina: essa, come il vide, fece un segno pel quale tutto sparì, ed egli rimasto colà, fu côlto per ladro, se non che si sgravò narrando il fatto, pel quale la moglie fu mandata al supplizio[248].

Basta il buonsenso più triviale a spiegar questi fatti: ma non tutti così chiari sono quelli che adducono gli apologisti; l’insistenza dei quali mostra che v’avea contraddittori. Nel 1518 il senato veneto, disapprovando le esorbitanze degl’inquisitori nella Valcamonica, rinomatissima per tale fastidio, revocò a sè i processi e statuì che in tali materie i rettori delle città si unissero agli ecclesiastici. Combatterono l’opinione vulgare il francescano Alfonso Spina[249], il cavaliere Ambrogio Vignato giureconsulto lodigiano[250], Gianfrancesco Ponzinibio giurista piacentino, negando possa il demonio generare come incubo o come succubo, e i voli delle streghe e le tregende essere illusione[251]. Andrea Alciato[252] scrive: — Appena ornato delle insegne dottorali, mi si offrì la prima causa in cui rispondere del diritto. Era venuto un inquisitore nelle valli subalpine, per inquisire le streghe: già più di cento n’avea bruciate, e quasi ogni dì nuovi olocausti a Vulcano ne offeriva, delle quali non poche coll’elleboro piuttosto che col fuoco meritavano essere purgate; finchè i paesani colle armi si opposero a quella violenza, e recarono la cosa al giudizio del vescovo. Egli, spediti a me gli atti, chiese il mio parere»; e fu diretto a sottrarre queste sciagurate ai supplizj; dichiarò di sole donnicciuole siffatta credenza, e chiedeva perchè non potrebbe il demonio aver preso le sembianze di esse donne? e come mai scomparisse tutta la tregenda all’invocare Gesù?

Pietro Borboni arcivescovo di Pisa consultò i dotti di quell’Università intorno a certe monache ossesse, se il fatto fosse naturale o soprannaturale; Celso Cesalpino, famoso naturalista, rispondendovi espone a lungo i portenti attribuiti alla magia, senza mostrare impugnarli; di poi argomentando con Aristotele, asserisce esistere intelligenze medie fra Dio e l’uomo, ma non poter queste comunicare con noi[253]. Forza era conchiudere non poter essere reali gli esaminati invasamenti: ma egli, per riguardi al tempo, non dichiara se non che non sono naturali, e volersi applicarvi i mezzi della Chiesa.

Traviata così l’opinione del vulgo e dei dotti, farà più dispiacere che meraviglia il vedere membri rispettabilissimi della Chiesa trascinati dalla corrente. Nel 1494 papa Alessandro VI, avendo udito in provincia Lombardiæ diversas utriusque sexus personas incantationibus et diabolicis superstitionibus operam dare, suisque veneficiis et variis observationibus multa nefanda scelera procurare, homines et jumenta ac campos destruere, et diversos errores inducere, commette agl’inquisitori di perseguitarli. Pure egli avea vietato s’intrigassero di sortilegi, malìe, fatucchierìe, se non v’intervenissero abuso di sacramenti o atti contro la fede. Nel 1521 Leone X, all’occasione de’ molti sortilegi scopertisi in Valcamonica, parlava agl’inquisitori della Venezia d’una genìa perniciosissima che rinunzia al battesimo, e dà il corpo e l’anima a Satana, e per compiacergli uccide fanciulli, ed esercita altri malefizj[254]. Nel 1523 Adriano VI al Sant’Uffizio di Como scriveva essersi trovato persone d’ambo i sessi, che prendono signore il diavolo, e con incantagioni, carmi, sacrilegj ed altre nefande superstizioni guastano i frutti della terra e commettono altri eccessi e delitti[255]. Più tardi Gregorio XV si scagliava contro quei che fanno malefizj, donde, se non morte, seguono malattie, divorzj, impotenza di generare, altri danni ad animali, biade, frutti, ecc., e vuole che siano immurati.

Ben centotre bolle di pontefici servivano di norma agl’inquisitori, e fra tutte famosa la lunghissima Cœli et terræ creator Deus del 1585, con cui Sisto V[256] condannò la geomanzia, idromanzia, aeromanzia, piromanzia, oneiromanzia, chiromanzia, necromanzia; il gettar sorti con dadi o chicchi di frumento o fave; il far patto colla morte o coll’inferno per trovare tesori, consumar delitti, compiere stregherie, ed al demonio ardere profumi e candele; come pur quelli che negli ossessi e nelle linfatiche e fanatiche donne interrogano il demonio sul futuro; le donne che entro ampolle serbano il diavolo, ed untesi con acqua od olio la palma o le unghie, lo adorano: quindi proibisce tutti i libri d’astrologia, il far l’ascendente, descrivere pentagoni, e le altre superstizioni allora in credito. San Carlo nel suo primo concilio provinciale ordinava che maghi, malefici, incantatori, e chiunque fa patto tacito o espresso col diavolo sia punito severamente dal vescovo, ed escluso dalla società dei fedeli[257]. Nel 1588 Agostino Valerio, vescovo di Verona e cardinale, pubblicava una pastorale compiangendo come «si trovino alcuni, sebbene di vile e bassa condizione, che hanno fatto patto coll’inferno, cioè col demonio infernale, attendendo a superstizioni, incanti, stregherie e simili abominazioni».

I rimedj della Chiesa avrebbero dovuto consistere in preghiere e ammonizioni, al più nell’esorcizzare; del che il vescovo Filippo Visconti impartì molte regole per ovviare gl’inconvenienti: — A pochissimi se ne conceda licenza; e questi s’informino prima dal medico se l’infermità provenga da mala disposizione del corpo, o da umori malinconici, o da molestia del demonio, o da capriccio: e trovando il caso d’esorcizzare, lo faccia nella chiesa parrocchiale con cotta e stola; se son donne, vi assistano sempre due loro parenti o altre persone buone, nè l’esorcista le tocchi, se non al più colla mano sul capo: non dia medicine, non interroghi il diavolo di materie curiose e superstiziose».

Ma già vedemmo come, allo scemar della fede, si fosse radicata l’Inquisizione, e come ne’ processi si fossero assottigliati i legulej, e introdotta la procedura secreta, riprovata dal diritto canonico, e colla quale non è onest’uomo che non possa andar condannato. L’uomo, e più la donna, abbandonati al terrore della solitudine e alla pertinacia di processanti incalliti allo spettacolo del dolore e ponenti gloria e talvolta guadagno nel convincerli, come se ne poteano sottrarre? Non pochi dunque, nella persuasione di dovere a ogni modo morire, e che, se anche campassero, rimarrebbero in un obbrobrio peggior della morte, confessavano spontaneamente, e ne restava convalidata l’opinione.

I processanti medesimi erano superstiziosi quanto i processati; teneano per norma di far entrare la strega nella stanza per indietro, onde veder lei prima d’essere da lei veduti; badare ch’essa non li tocchi, «e portare del sale esorcizzato, della palma ed erbe benedette, come ruta ed altre simili»[258]. Un altro insegna che, se il paziente non regge all’odor del solfo, dà indizio di essere indemoniato; poi lo facevano denudare e purgare, chè mai non avesse sul corpo o dentro alcun malefizio che impedisse di rivelare la verità.