Ch’io giammai per timor la man disarmi,

O che deponga i soliti ardimenti.

Testi.

[98]. — E fino a che segno sopporteremo noi, o principi e cavalieri italiani, di essere non dirò dominati, ma calpestati dall’alterigia e dal fasto de’ popoli stranieri?... Parlo a’ principi e cavalieri, chè ben so io che la plebe, vile di nascimento e di spirito, ha morto il senso a qualsivoglia stimolo di valore e di onore, nè solleva il pensiero più alto che a pascersi giorno per giorno... Tutte le altre nazioni non hanno cosa più cara della loro patria, scordandosi l’odio e le inimicizie per unirsi a difenderla contro gl’insulti stranieri... Fatale infelicità d’Italia che, dopo aver perduto l’imperio, abbiam parimente perduto il viver politico... e abbiamo in costume d’abbandonare i nostri e aderire alle armi straniere per seguitare la fortuna del più potente...

«Se alla Spagna riesce d’occupare il Piemonte, principi e cavalieri italiani che speranza vi resta? Non consiste il vero dominio nel riscuotere le gabelle, nel mutar gli uffiziali, nell’amministrare la giustizia ecc.; queste cose le hanno ancora i signori napoletani; ma consiste nel poter comandare e non obbedire...

«Umilissimi quando sono inferiori, superbissimi nel vantaggio, non regnano in Italia perchè valgano più di noi, ma perchè abbiamo perduto l’arte del comandare; e non ci tengono a freno perchè siam vili e dappoco, ma perchè siamo disuniti e discordi: non durano insomma in Italia perchè sieno migliori de’ Francesi, ma perchè sanno meglio occultare le loro passioni e i disegni loro; pagano la nobiltà italiana per poterla meglio strapazzare e schernire; stipendiano i forestieri per aver piede negli altrui Stati: avari e rapaci se il suddito è ricco, insolenti s’egli è povero; insaziabili ecc.

«Sommo pontefice, repubblica di Venezia, granduca di Toscana, ben sarete voi goffi, se avendo veduto il signor duca di Savoja tenere il bacile alla barba di questo gran colosso di stoppa, non finirete voi di rintuzzargli l’orgoglio; le vostre lentezze, le vostre freddezze, i vostri timori sono stati quelli che gli hanno dato baldanza».

Nel manifesto e nelle lettere famigliari è a vedere come della Corte di Torino si chiamasse poi mal soddisfatto il Tassoni.

[99]. La Casa Gonzaga si suddivise in molte, e la sua storia non è più onorevole che quella delle altre dinastie italiane. Paola Malatesta, moglie di Francesco Gonzaga, trasse alla fede cristiana un Ebreo, concedendogli anche di portar il cognome di lei. Eusebio Malatesta, come costui si fece chiamare, ottenne grazie e stato presso il marchese di Mantova, e allora si spacciò per vero discendente dai Malatesta. Non gliel sofferse Antonia Malatesta, moglie di Rodolfo Gonzaga signore di Castiglione, onde egli la accusò presso il marito come cospirasse ad ucciderlo; e Federico la fece decapitare sulla piazza di Luzzara. Il popolo compassionò la bella, sposa da soli due anni, e ignorò il motivo di questo supplizio.

Don Ferrante Gonzaga dei marchesi di Castiglione delle Stiviere, servì utilmente coll’anni e ne’ governi gl’Imperiali e la Spagna. Ebbe moglie Marta Tana di Santena da Chieri, dama favorita d’Isabella di Valois, che fu moglie a Filippo II. Il suo primogenito, rinunziato al secolo per entrar gesuita, ebbe venerazione col nome di san Luigi. Rodolfo secondogenito, che dominò invece di lui, voleva pure il marchesato di Solferino, che suo zio Orazio morendo improle lasciò invece a Vincenzo Gonzaga di Mantova, e il marchesato di Castelgoffredo, d’un altro suo zio Alfonso, il quale gli destinava sposa l’unica figlia. Ma Rodolfo era secretamente marito di Elena Aliprandi; onde nacquero resie; e improvvisamente Alfonso si trovò ammazzato (1596), e Castelgoffredo occupato da soldati di don Rodolfo, che col terrore impose silenzio. Ma alcuni fan giura e lo trucidano, e rendono Castelgoffredo al duca di Mantova. Donna Marta, che aveva un figlio santo e l’altro morto scomunicato, fa da reggente a Castiglione, sinchè l’imperatore ne investe il terzogenito di lei, Francesco, che non si fece amare, anzi i sudditi ribellati gli uccisero i figli, ferirono donna Marta, la quale però guarì e prima di morire potè veder sugli altari venerato il suo Luigi. Francesco dovette poi cedere Castelgoffredo al duca Vincenzo; ma non fu amato dai sudditi se non dopo morto nel 1616.