Dimandan pace, e quai sarian le guerre?

È delle più ghiotte curiosità di quel secolo la vita dei soldati di ventura. Pei principeschi se ne vedano alcune in Mutinelli, Storia arcana, vol. I. p. 68; pei gregarj n’ho pubblicato io una nella Scorsa negli archivj veneti. Un’altra ricavo da un processo erettosi a Milano il 1659 contro don Mario Piatti, fabbricatore di monete false. Per ispenderle si valeva egli d’un tal Ignazio Casta côrso, il quale in giudizio esponeva la propria vita con parole che noi accorciamo, mantenendone il senso: — Io venni sette anni fa da Meti mia patria a Roma, dove mi assentai per soldato al servizio di Santa Chiesa; ho servito due o tre anni incirca; poi avendo inteso che il signor duca di Modena faceva gente contro lo Stato di Milano, m’absentai da Roma, e venni a Modena per servire quel signor duca, che fu al principio della campagna che esso signor duca fece l’anno 1655 prossimo passato con l’assedio che pose sotto Pavia; al qual assedio io assistii sotto lo stendardo del tenente Angelo Casabianca, qual fu sostituito capitano in luogo di Nicola Frodiani, quale d’ordine del detto signor duca, avanti di venir in campagna sotto Pavia, era stato fatto prigione sotto pretesto ch’esso signor capitano tenesse dalla parte di Spagna. E così essendo sotto detto assedio m’absentai, ed andai a Sant’Angelo con otto o nove camerata, dove mi resi volontario a certi signori della parte del re di Spagna, quali mi condussero con detti miei camerata a Milano in corte dove abita sua eccellenza, dove fui trattenuto la notte con una razione di pane per ciascuno, e poi la mattina seguente fui licenziato con detti miei camerata, e così s’avviassimo subito alla volta di Crema, della repubblica di Venezia, e dietro la strada io con detti miei camerata stabilissimo di colà farci soldati al servizio de’ signori Veneziani, promettendomi detti miei camerata di farmi uffiziale. Ma giunti che fossimo a Crema, essi miei compagni s’assentarono per soldati, senza procurarmi l’offizio che mi avevano promesso di farmi avere: per il che io mi scorrucciai seco, e perciò li piantai, e me n’andai a Brescia, dove anch’io m’assentai per soldato nella compagnia del capitano Pier Andrea Bergolaschi, nella quale servii due o tre mesi: e poi essendo stata riformata detta compagnia, ed io ammalatomi, per il che fui necessitato andar all’ospitale, in questo mentre restai casso. E dopo essermi trattenuto in detto ospitale quindici o sedici giorni, essendomi risanato e trovandomi casso, me ne ritornai alla volta di Modena, ove m’assentai di nuovo soldato, servendo quattro o cinque mesi dell’inverno seguente all’assedio di Pavia. Poi mi partii da ivi, e andai a Verona, dove m’assentai soldato nella compagnia del capitan Bernardino de’ Bernardini, e vi servii tre o quattro mesi. E perchè il detto capitano non potè compire la sua compagnia che allora andava facendo conforme li ordini, dovendo essere di sessanta uomini, io, benchè fossi assentato, essendo stato dato di casso a detta compagnia, mi partii da Verona, ed andai a Parma, dove mi misi al servizio di quel signor duca nella compagnia del signor conte capitano Tocoli, dove servii dieci o dodici mesi; poi per cercarmi maggior avvantaggio, m’assentai da Parma senza licenza, e me ne ritornai a Verona, dove fui fatto alfiere nella compagnia del capitano Felice Moradi, nella quale ho servito dal mese di settembre 1657 fino al mese d’aprile susseguente, che poi me ne ritornai alla volta di Roma, passando per Fiorenza, pensando di trovar ivi da far bene. Ma non avendo trovato bona occasione conforme il mio pensiero, seguitai il viaggio fino a Roma, ove mi fermai da quattro o sei giorni, e poi m’incamminai alla volta di Perugia, dove mi son trattenuto circa un mese in occasione di riscuotere certi denari... Poi venni a Ferrara, dove di nuovo mi feci soldato nella compagnia del capitano Giambattista Nochierigo, nella quale ho servito dal mese di settembre dell’anno prossimo passato sino per tutto aprile ora scorso, che poi partii con licenza di detto mio capitano, sotto pretesto di andar a Bologna per miei negozj, con limitazione di giorni venti a ritornare. Ma per cercarmi miglior fortuna, in cambio d’andar a Bologna m’incamminai alla volta di Modena, dove avevo amici, camerata e paesani; dove giunto, mi trattenni tutto il mese di marzo aspettando qualche fortuna per farmi offiziale; e attempandomi, nè vedendomi la conclusione di quanto desideravo, deliberai partirmi come partii, ritornandomi a Brescia, dove mi misi nella compagnia del capitano Santo Bozzio côrso mio amico, nella quale mi trattenni circa quindici giorni, cioè sino fatte le feste di pasqua. Nel qual tempo essendo capitato a Brescia un sargente reformato che era stato al servizio del duca di Modena, mio conoscente ed amico, chiamato Santuchio côrso, con un cavallo che disse aveva comprato, col quale andava cercando anch’esso sua fortuna, io domandai a detto Santucchio come amico, se mi poteva imprestare da otto o dieci doppie, con quali avevo pensiero d’andar alla casa di Loreto: qual Santuchio mi rispose che non aveva altrimenti comodità di farmi servizio se non vendeva il cavallo; dicendomi che, se lo glielo voleva andar a vendere, che era patrone; sicchè io lo pigliai, e per segno era un cavallo di pelo morello, castrato, ordinario e bello d’anni sette con sua sella e brida, e così me ne venni in Stato di Milano, e lo vendei in una terra che non so come si chiami, che è tra Novara e Turbìco. Nella qual terra avendo trovato accidentalmente da quattro o cinque che parevano soldati, fra’ quali uno ben vestito, che pareva un offiziale che parlava milanese, mi domandò se quel cavallo era da vendere. Io gli risposi di sì, che mi dovesse dare otto doppie di Spagna di peso a venti lire l’una. Perciò mi diede in pagamento ventitre filippi intieri, e il resto moneta, cioè parpagliole, quattrini e sesini, pregiandomi essi filippi lire sei soldi per ciascuno. Poi venni a Turbìco ove mi fermai la notte seguente nell’ostaria attacco al porto, e la mattina seguente m’imbarcai nel naviglio e venni a Milano...»

* Nel dispaccio 25 settembre 1618, il residente veneto a Napoli scrive: «Mando qui aggiunta una nota capitatami questa sera delli mali fatti da una sola compagnia di Valloni nella terra di Calvello, luogo della signora principessa di Stigliano, la qual nota servirà per quelle delle signorie vostre eccellentissime che per curiosità volessero intender et comprender le miserie di questo Regno.

Eccessi et delitti fatti dalla compagnia del capitano Gabriello di Elissch, che al presente alloggia nella terra di Calvello.

In primis hanno ammazzato con un’archibugiata in testa Col’Angelo Lombardo.

Item, hanno menato un’archibugiata ad una donna, et l’hanno ferita ad una coscia, con grave pericolo della vita, con haverle ammazzato un figliuolo che teneva in braccio.

Item, hanno ferito a morte Roberto di Pieri, fantoccio di Santa Maria, con una stoccata nel petto e per tal guisa è morto.

Item, a Carlo Camerotta hanno tagliato un braccio.

Item, hanno tagliato tre dita a Luc’Antonio Maffeo.

Item, hanno ferito Michelangelo Mastello con avergli tagliate le vene di tre dita.