[140]. D’Ossat, Lettre CCCXIX.

[141]. In una petizione del 1645 i Milanesi dicevano alla Corte: — Giammai si prostrarono ai piedi di vostra maestà nè così lacrimevoli nè più afflitti i suoi fedelissimi vassalli, e la città e Stato di Milano non fu mai tanto bisognevole di soccorso e rimedio della sua real grandezza, come in questo punto, tanto fatale per quella povera provincia che ha dato in servizio di vostra maestà vita sangue e roba, e la stessa speranza che di vita sopravanza. Disperata per un prolisso e confuso alloggiamento, coi medesimi disordini, con gli stessi abusi e con i medesimi inconvenienti tante volte rappresentati a vostra maestà, avendo quell’esausta provincia negli ultimi sforzi del suo amore speso quattordici milioni di reali in plata doble nel corso di questo tempo. E quel ch’è peggio, quando immaginava recuperar le sue forze con un abbondante ricolto per abilitarsi più a servizio della maestà vostra, il principe Francesco (di Savoja) entrando per l’Alessandrino, Lomellina, Novarese, Vigevanasco, Tortonese, ha sradicato e incenerito quel paese senza essergli stata fatta opposizione alcuna per parte di vostra maestà; ed è così grande il danno ricevuto che non venne lasciato ai fedelissimi vassalli della maestà vostra pure una sola spica di grano».

E Fulvio Testi faceva dire all’Italia:

Nè tante angustie a me recaron l’armi

Di mille squadre a mia ruina armate,

Quante vidi nell’ozio offese farmi

Da quelle turbe invidiose, ingrate;

E pacifica poscia odo chiamarmi

Che m’hanno i tempj e le città spogliate;

Ma se predar, se disertar le terre