«Da ciò comprendere potete che, per non andar male colle prime, basta infilzare complimenti ed avere scorso qualche romanzo; per riuscire colle seconde si ricerca più massiccia dottrina, o far mostra d’aver molta dottrina e non parere di essere soltanto infarinato. Anco tra le mogli dei parlamentari ed altri ministri di palazzo vi sono rare bellezze e spiriti elevati. Quelle poi dei mercatanti tengono la scrittura, girano partite, trafficano e dirigono i capitali come fra noi i più eccellenti negozianti. Insomma qui le femmine sono più donne delle nostre, e talvolta non la cedono agli uomini.
«I cavalieri poi e la nobiltà s’esercita nelle accademie, si istruisce colla visione di paesi lontani, e pochi son quelli che non sappiano addestrar un cavallo, sonar un liuto, tirar di spada: inceneriti fra le dame, insanguinati negli eserciti, Marte ed Amore hanno la direzione dei loro spiriti, ed al rimbombo della tromba spogliano Amore delle sue piume, e se le pongono sopra il cappello, ed impugnate l’armi si scordano le delizie dei gabinetti, e sono lor delizie gli eserciti e le battaglie.
«Andai dopo au Palais, che è come la nostra Merceria, dentro una gran sala. Là sì che bisogna porre il lucchetto alla borsa chi non vuol spendere! cento mode che allettano, mille lavori leggiadri e bizzarri che invitano, donne leggiadre che costringono a comperare le loro merci con assalti di cortesia e di galanteria, che all’istessa avarizia conviene arrendersi a discrezione.
«Non mancano i divertimenti. Sono sempre spalancate le porte alle visite, abbondano gli accoglimenti e le parole cortesi, anche se negano od insultano; abbondano le passeggiate, le veglie, le colezioni, i balli, i violini, i luoghi suburbani, a segno che le dame fanno sempre carnovale, e perciò van sempre in maschera.
«Parigi è il cielo delle dame, l’inferno dei cavalli, il purgatorio delle borse. E vi saluto».
Egli stesso, arrivato in Inghilterra al tempo che Cromwell avea chiuso il parlamento, perchè egli stesso parla e mente abbastanza, scrive che a Londra «non si veggono dame alla Corte, ma solo damme da chi va alla caccia; non più cavalieri, ma cavalli e fanti; non si parla d’amore ma di Marte, non commedie ma tragedie, non sopra i volti mosche ma sulle spalle moschetti; non veglie ma ministri severi che danno la veglia a quelli del contrario partito. Insomma tutto è pieno di dispetti, di sospetti, di bruttissimi aspetti».
[202]. Il Marini volle impacciarsi anche delle quistioni religiose di Francia, e nella Sferza, invettiva a quattro ministri dell’iniquità (Napoli 1626) percosse quattro autori d’un’opera eretico-democratica. Mentre i parlamenti imputavano di tirannicidio i Gesuiti, egli sostiene che i Calvinisti sono nemici dei re; e conchiude questa volta senza metafore, che «al fuoco dannare si devono tutti coloro insieme con quei libri dove tali dottrine si contengono; deonsi punire gl’impressori e i venditori di essi;... deonsi spianare le loro cattedre e diroccare le loro chiese».
[203]. Il Marini esprime giudizj sopra suoi contemporanei colla solita sguajataggine. Al Franco che fu impiccato fa dire:
Tentai farmi eminente,
E in altro monte ove di rado uom sale