Volea veder tutto, e perciò esitava a decidersi: deciso una volta, non recedeva più. Credendosi destinato da Dio a rintegrare la religione cattolica, le discrepanze considerava non solo come eresie, ma come lesa maestà divina ed umana, e tenevasi in obbligo di combatterle come fece dappertutto, senza mai venire a transazione; cercò impadronirsi fin della Francia e dell’Inghilterra per serbarle cattoliche: ma intanto si vide dalla Riforma strappati i Paesi Bassi; esaurì le finanze, scontentò i popoli, distrusse il prestigio della propria potenza.

Dopo di lui la Corte spagnuola, separata dai popoli, asserragliata dalle cerimonie, non conobbe l’opinione e gli avvenimenti se non da relatori, nè gli uomini se non traverso alla diffidenza, cascando così nell’inoperosità. Filippo II aveva avuto per ministro il Granuela, uno de’ più abili statisti, che costretto a ritirarsi davanti all’esecrazione de’ Fiamminghi, venne vicerè di Napoli, poi cardinale a Roma. Sotto Filippo III maneggiò ogni cosa il duca di Lerma; sotto Filippo IV il conte duca Olivares, figlio d’un vicerè di Napoli, il più potente e laborioso, e il meno scrupoloso e fortunato ministro di quel secolo. Con Carlo II, men che re e men che uomo, terminò la dinastia austriaca in Ispagna (1700).

Tali furono i regnanti di bellissime parti d’Italia. Mentre le nazioni d’Europa si costituivano regolarmente, anche mercè de’ penosi ma fecondi scotimenti dalla riforma religiosa, la nostra era perita; e da centro che era della politica, del commercio, della cultura, più non fu che uno zimbello o un premio. Alla sua libertà, viva la quale sentivano non potrebbero estendere la propria dominazione, aveano attentato gli stranieri ora cospirando ora osteggiandosi: in quel contatto, nocevole se amico e se nemico, gl’Italiani sentivano pericolare l’indipendenza, ma ciascuno pensava alla propria, non a quella dell’intera nazione; ciascuno Stato credeva bastar da sè a superare in forza gli stranieri, come li superava in civiltà; e a tal modo caddero tutti.

Per sanare le piaghe infistolite, dai politici della risma del Machiavelli erasi bramato una mano forte, un principato che vigore e astuzia adoprasse a reprimere i signorotti, stabilisse giustizia eguale, leggi pel bene di tutti, e da tutti osservate: ma la forza prevalsa tolse la libertà, non indusse l’unità, nè tampoco la quiete; piantò irremissibilmente governi di puro fatto. L’Italia forse ancora non avea spento la face del genio, ma erasi levato il sole, davanti a cui questa impallidiva. Dopo esercitata la triplice supremazia delle armi, della religione, delle idee, s’accorge che non ha più in se stessa la ragione de’ proprj movimenti; che di fuori viene l’impulso de’ suoi atti, il seme de’ suoi pensamenti, che la sua storia ideale è interrotta dall’interposizione forestiera; sicchè, invece di spingersi al progresso come un gigante dal suo talamo, bisogna che affatichi alla conservazione. E neppur a tanto riuscirà. Essa che gli ultimi suoi istanti avea confortati almeno con begli atti di coraggio e colla nuova gloria delle arti, più non fece che retrocedere; internamente governi deboli, e perciò violenti; coi masnadieri, fomentati dalla prossimità dei confini, erano costretti a patteggiar l’obbedienza, anzichè poterla imporre; le commozioni, simili a guizzi di cadavere, che a tratto a tratto la scoteano, non erano dirette alla gloria o alla libertà, ma a satollar la fame, a respingere esattori ingordi o inesorabili inquisitori; la letteratura si limitava a imitare, e perduto il senso delle semplici bellezze, si gonfiava e anfanava; in fastosa miseria degeneravano le arti belle.

Il nuovo diritto pubblico, che prefiggeva regole alle successioni, cagionò guerre più lunghe e deplorabili, che non le bizzarrie repubblicane. Ai principi sottomettevansi i signorotti; e fin nella Romagna, la battagliera veniva surrogata da una nobiltà di soglio, derivata da parenti dei papi. Alcuni si rassegnarono alle catene, sino a farsene belli; altri mestarono ancora in cospirazioni e sommosse; alcuni, rinvigoriti nelle persecuzioni, nell’esiglio, ne’ patimenti, portarono di fuori un’attività cui la patria non offriva più campo; o l’abilità delle armi e de’ maneggi applicarono a servigio de’ tiranni della patria, per passare dalla classe degli oppressi in quella degli oppressori; assodando quella ragion di Stato, che riducevasi ad ottenere obbedienza a qualunque costo, in nome dell’altare e del trono. Ma tutti gli Stati, guelfi coi Francesi e coi Riformati, o ghibellini coi papi e colla Spagna (così erano cambiate le veci!) compiono l’opera dell’accentramento, distinti soltanto dalle diverse gradazioni d’un debole principato o d’una debole democrazia. L’abolizione del soldato mercenario per sostituirvi truppe regolari, fa che le moltitudini si trovino alleate coi despoti nel respinger le tradizioni anarchiche del medioevo: ma gli svantaggi dell’antico disarmo appajono nella miserabilità di que’ soldati, ridicoli insieme e molesti, buoni per una parata, inetti contro i ribaldi risoluti e contro i banditi.

Con eserciti stanziali, colla fedeltà alla bandiera, e l’obbedienza irragionata sarebbe dovuta venire la quiete dei cittadini anche nel fervore delle guerre; ma ignorandosi ancora l’amministrazione militare, e mal provvedendosi agli approvvigionamenti, alle paghe, alla disciplina, i soldati viveano di ruba, spesso si ammutinavano, sempre portavano miserie, che fecero detestar del pari e i nemici e gli amici.

Se non che era difficile determinare quai fossero gli amici o i nemici dell’Italia, dacchè essa figurava soltanto come una preda; i trattati non si riferivano a lei, ma a’ suoi dominatori; nè degli abitanti occupavasi la storia, ma del suolo, militarmente occupato.

La Spagna possedeva Milano, lo Stato de’ Presidj, il Senese, il marchesato del Finale, la signoria di Pontremoli, l’isola di Sardegna e le Due Sicilie. Poteano fruttare quattro milioni di scudi d’oro, ma una gran parte delle rendite trovavasi impegnata; il resto si consumava nelle guarnigioni e nelle truppe di terra e di mare, ove armava sin cinquanta galee. Ma nè avea modi di rendersi devoti i signori e premiare i suoi fedeli, nè di far pedoni e cavalli; traeva frutto dai tribunali, dalle vacanze di feudi e benefizj, dalle largizioni che doveansi fare alla corte per propiziarsela; dalla Germania, dominata essa pure da Austriaci, non poteva menar eserciti in Lombardia se non traversando il territorio veneto o quel de’ Grigioni, ovvero per mare da Genova. Aspirava dunque a tener amici que’ vicini, e ad estendere il Milanese fino al mare, ovveramente congiungerlo al Napoletano, se non altro col predominio sovra i principotti.

La Francia, che avea perduto il Napoletano sotto Luigi XII, la Lombardia sotto Francesco I, il Piemonte sotto Enrico II, agl’incrementi della Spagna ostava coll’allearsi ai Veneti e ai Grigioni. E l’una e l’altra intanto fomentavano i malumori interni, davano ricovero e soccorso ai profughi o ai cospiratori, brigavano nell’elezione dei papi, compravano questo o quello de’ principi, indipendenti di nome, eppur in balìa de’ forestieri per la loro debolezza.

Il duca di Savoja era anche principe dell’impero germanico, ma non interveniva alle diete. Poteva contar l’entrata di ottocentomila scudi, e levar dal Piemonte trentamila pedoni, settemila cavalli dalla Savoja, se il Botero non esagera; possedeva due galee mal in assetto, spettanti all’Ordine di San Lazzaro. I Savojardi non sapeano recarsi in pace che il duca vivesse in Piemonte, dacchè erasi volto del tutto verso l’Italia, aspirando ad ottenerne qualche brano col mettere all’incanto la sua alleanza. Se il vicinato e conformità d’indole lo traevano alla Francia, ricordavasi come questa avesse dominato i suoi predecessori; fin d’allora riduceva la sua missione ad arrotondar il proprio paese, e in onta delle tradizioni altrui, ripor in questo fatto la indipendenza dell’Italia dall’autorità pontifizia e dal patronato austriaco; non istancarsi di chieder la resurrezione del regno longobardo, per potere buscarsi almeno qualche porzione di terreno sulla via di Milano o di Piacenza. Ma sentiva che questo ampliamento non era possibile se non mediante un’invasione della Francia, e che questa innanzi tutto avrebbe annichilato il Piemonte medesimo. Perciò, qualvolta patteggiasse con Francia, contemporaneamente ascoltava a Spagna, che lo accarezzava acciocchè recidesse il passo a qualche nuovo Carlo VIII.